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PROTOCOLLO WELFARE

Cosa ci dice la consultazione


di Aris Accornero, professore emerito di sociologia industriale all’Università di Roma La Sapienza

L'esito della consultazione indetta da Cgil, Cisl e Uil in merito al protocollo sul welfare siglato lo scor-so 23 luglio fra Governo e parti sociali, mostra che in Italia i sindacati godono tuttora di un nutrito se-guito e che le loro scelte sono ampiamente condivise. Tutto ciò non era affatto scontato, se non altro per le preoccupazioni e i dissensi che avevano accompagnato la firma del documento, sia da parte sin-dacale sia da parte imprenditoriale (la Confcommercio non ha aderito). Rispetto al protocollo del 23 luglio 1993, la stessa complessità tecnica delle tematiche trattate - dagli scalini sulle pensioni ai cosid-detti ammortizzatori sociali - poteva restringere la partecipazione e/o ridurre i consensi.

E' andata ben diversamente, tant'è vero che fino alla vigilia pochissimi fra i protagonisti e fra gli os-servatori - bisogna dirlo onestamente - si aspettavano che oltre quattro quinti dei lavoratori coinvolti nel referendum andassero a votare e si pronunciassero per il sì. Il mondo del lavoro è meno diviso e meno critico di quanto si pensasse. Eppure il testo del protocollo, frutto di un arduo compromesso, non è esente da pecche e anzi contiene parti indigeste proprio per chi voglia stare, come si dice, dalla parte dei lavoratori. (E' successo altre volte, così come non è una novità assoluta il pressing esercitato dal Governo, già avvenuto per il lodo Scotti del 1983, il protocollo del 1993, la riforma Dini del 1995.) 

Due spunti di riflessione vengono spontanei. Il primo riguarda la Cgil, che in luglio aveva trovato piut-tosto difficile pervenire a un giudizio equilibrato sul testo finale del protocollo, e che in prima battuta aveva comunque espresso tali obiezioni, e perfino rimostranze, da mettere in dubbio l'approvazione a maggioranza poi venuta dal direttivo (ma con le riserve apposte all'atto della firma). Il titolo del setti-manale della confederazione, Rassegna sindacale, fu ben più netto e lineare delle autorevoli ma varie-gate dichiarazioni che commentarono l'intesa. (Diceva: "La Cgil dice sì. Ora la consultazione".) Si trattò infatti di una decisione molto sofferta, dovuta certo alla diversità delle opinioni interne, ma so-prattutto allo scarso senso delle proporzioni con il quale gli aspetti criticabili vennero confrontati con quelli accettabili. Questi ultimi infatti, per il loro spessore, travalicavano abbondantemente gli altri: si pensi alla riforma universalistica dell'indennità di disoccupazione e della cassa integrazione, in con-fronto alla mancata eliminazione immediata dello staff leasing introdotto dalla riforma Biagi.

Quelle forti esitazioni iniziali vennero poi superate man mano si avvicinava la data della consultazio-ne, cosicché i titoli del settimanale Cgil divenivano più decisi: "Il giudizio non può che essere positi-vo" (19 settembre); "Un'intesa a prendere, non a perdere" (26 settembre).
La considerazione da fare è allora: il lusinghiero risultato del referendum non solleva forse qualche dubbio sulle prese di posizione iniziali della confederazione? Quel consenso così massiccio non è un po' troppo lontano dai giudizi espressi nei giorni della tormentata firma del protocollo?

Qualcosa bisognerebbe dire anche sulla Fiom, i cui organi dirigenti si sono pronunciati per il no, tra-sformando le perplessità e le esitazioni della Cgil in una condanna a forte maggioranza del protocollo sul "welfare". Chi conosce l'evoluzione più recente della Fiom non è rimasto troppo stupito da questa scelta, anche se mai, dal dopoguerra in poi, l'organizzazione dei metalmeccanici aveva apertamente dissentito dalla propria confederazione in modo così netto. (Così politico, mi verrebbe da dire, visto che la Fiom si sta comportando come se fosse l'ultimo pezzo di sinistra rimasto in piedi in questo Pae-se.)

La considerazione da fare, qui, diventa allora questa: il risultato del referendum fra i metalmeccanici, di risicata prevalenza dei "no", non solleva forse qualche dubbio sulla decisione della Fiom? Questa risicata prevalenza non è un po' troppo lontana dalla forte maggioranza che era invece prevalsa nel comitato centrale? E comunque, non sembra un po' discutibile che una grande organizzazione di cate-goria della Cgil si metta contro la propria confederazione, con il risicato consenso degli iscritti? Che a mio avviso diventa ancora più debole, non più forte, proprio perché ottenuto in alcuni fortilizi operai e quindi mal distribuito su basi "di classe" (avremmo detto una volta).


12 Ottobre 2007
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