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SINDACATO E POLITICA

Più sindacalizzati, più populisti: la strana deriva delle tute blu d’Europa

Autore: Maurizio Ricci

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Sociologi e politologi hanno da tempo individuato, nella frana della sinistra, la presa che la Lega è stata capace di esercitare sul vecchio elettorato comunista e i Cinquestelle, più in generale, su quello progressista. In tutta Europa, il populismo avanza sul crescere di paure e incertezze. Il suo terreno di coltura non è il sottoproletariato, come si sarebbe detto una volta, e neanche, a ben vedere, il proletariato. Non è la disperazione che nasce dalla povertà assoluta, come la chiamano gli statistici, cioè l'impossibilità di tirare avanti.

Ma il rancore che alimenta la povertà relativa, quella che risulta dal confronto con gli altri e con il passato: la sensazione di veder cadere il proprio status sociale, rispetto a quello cui si era abituati o ci si aspettava. Se questo è il quadro, tuttavia, la sorpresa viene dopo: la sirena populista incanta soprattutto i lavoratori. Anzi, il bersaglio più facile è, specificamente, quella che, a suo tempo, avremmo definito la classe operaia. Proprio il popolo delle fabbriche. Per chi si preoccupa di ricostruire la sinistra, l'ultima secchiata di doccia fredda è la più gelida: più forte il rapporto con il sindacato, più netta la deriva populista dell'elettore.

L'analisi di Richard Stoess, per il Fritz Ebert Stiftung Institute (“Trade Unions e Right-Wing Extremism in Europe”) è centrata sulla Germania e questo la rende tanto più inquietante, in quanto, in Europa, la Germania è, congiunturalmente, il paese che non ha conosciuto la crisi economica e, strutturalmente, quello in cui le istituzioni e la cultura della sinistra – il ruolo del sindacato, lo Stato sociale – sembrano, soprattutto intorno al vasto e importante mondo dell'industria, ancora solide e radicate. Ma tutt'altro che impermeabili al populismo. Vengono a cadere non solo l'idea che gli elettori in rapporto con il sindacato siano più lontani dall'estremismo di destra, ma anche semplicemente la tesi che questa fascia di votanti abbia, nei confronti del populismo, un atteggiamento analogo a quello dell'elettorato in generale. Non è vero. E non è vero soprattutto in fabbrica.

Nelle elezioni europee del 2014 i populisti anti-euro dell'AfD hanno preso il 7,1 per cento dei voti (sono raddoppiati nelle elezioni di settembre). Fra gli iscritti al sindacato hanno raccolto il 6 per cento dei voti. Apparentemente, insomma, il movimento dei lavoratori rispecchia le tendenze nazionali. Ma scaviamo più a fondo. Nella Sassonia-Anhalt (il cuore della chimica tedesca e anche, a proposito di rifiuto della globalizzazione, la regione che riceve più investimenti dall'estero) se si vanno a vedere i lavoratori dell'industria, i populisti dell'AfD hanno la maggioranza del voto operaio: 30 per cento. I democristiani della Merkel sono al 27 per cento, la Linke (sinistra radicale) al 17 per cento, i socialdemocratici della Spd arrivano appena al 12.

Ma che ruolo gioca nell'adesione o meno alle tesi dell'estrema destra il rapporto con il sindacato? Qui, Stoess si rifà ad uno studio di una decina di anni fa che, però, dà indicazioni precise. In generale, ha una sintonia con l'estrema destra un lavoratore su cinque, sindacalizzato o meno. Ma, fra i colletti bianchi, i populisti attirano il 10-12 per cento degli elettori, mentre, fra i lavoratori non qualificati si arriva al 18 per cento. Attenzione, però: fra i lavoratori non qualificati, se iscritti al sindacato, la sintonia con l'estrema destra arriva al 34 per cento.

Non basta. Stoess scorpora i dati non per qualifica professionale, ma per reddito ed educazione. I lavoratori a reddito ed educazione più alti sono i più insensibili, appartengano o meno al sindacato. Fra i più poveri, l'estrema destra fa breccia: il 33 per cento fra i non sindacalizzati e un cospicuo 28 per cento fra quelli con la tessera del sindacato. Ma il dato più inquietante è l'ultimo: nel segmento di mezzo (diplomati con un reddito medio) un lavoratore ha una volta e mezza più probabilità di guardare all'estrema destra se è iscritto al sindacato, piuttosto che se non lo è. Un'impronta populista c'è, infatti, nel 13 per cento dei lavoratori non sindacalizzati, ma nel 19 per cento di quelli sindacalizzati. E' una inversione cruciale, perchè questa fascia – di buon reddito e di buona cultura – è il cuore del mondo sindacalizzato. Di più: quasi metà dei sindacalisti proviene proprio da questo strato di lavoratori.

Il messaggio  che si ricava dalla ricerca di Stoess è che la responsabilità del sindacato nel frenare la deriva populista è altissima, forse fra i ruoli più cruciali. E, probabilmente, per riuscirci bisogna che il sindacato, oltre a rappresentare gli interessi dei suoi iscritti, torni ad essere anche una comunità di valori.


28 Novembre 2017
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