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PUBBLICO IMPIEGO

Nelle urne dei sindacati vincono partecipazione e riformismo


 Il voto per le elezioni delle Rsu, segnato da un’altissima percentuale di votanti, vede l’affermazione delle tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil nei confronti degli autonomi e, per esteso, la sconfitta dei populismi e della protesta che avevano invece trionfato alle politiche di marzo.

Per sapere con certezza chi ha vinto e chi ha perso nelle elezioni del pubblico impiego occorrerà aspettare qualche settimana, il tempo necessario perché l’Aran, che ha il compito di raccogliere i dati, faccia tutti i conteggi e renda noti i risultati ufficiali. Nel frattempo, ovviamente, i sindacati non stanno fermi: fin da venerdi sia la Cisl che la Cgil hanno iniziato a diffondere una serie di comunicati nei quali si dichiarano, entrambe, vincitrici nei diversi comparti.

“Una grande vittoria per la Fp Cgil alle elezioni Rsu nel pubblico impiego” esordisce la nota del sindacato Funzione pubblica di Corso Italia, spiegando che ‘’siamo stabilmente e di gran lunga il primo sindacato nel mondo del lavoro pubblico che rappresentiamo, quello degli enti locali, delle funzioni centrali e della sanità”.

Stessi toni dalla Cisl: “Il voto a favore della nostra organizzazione ha visto al momento circa 400 mila lavoratori italiani riconoscere e riaffermare l’impegno profuso nel contrastare populismi e scelte sbagliate assunte in materia di lavoro pubblico”, afferma la leder di Via Po Anna Maria Furlan. La confederazione di Via Po, che ha messo in campo un esercito di ben 44 mila candidati alle elezioni delle Rsu, vanta un indice di rappresentanza del 27% nel comparto pubblico impiego e sanità e del 29% nel sistema istruzione. Sintetizza Furlan: ‘’un lavoratore su tre ha scelto la Cisl’’

Ma al di là di qualche percentuale in più o in meno dei diversi protagonisti, due dati sono già certezze: il primo e’ l’altissima percentuale di dipendenti pubblici che nei tre giorni stabiliti per il voto si e’ recato alle urne, e che sfiora in alcune zone del paese addirittura il 90%; il secondo dato e’ l’affermazione del sindacato confederale rispetto agli autonomi.

Nel mondo dell’istruzione, per esempio, sempre stando ai dati non ancora ufficiali, la Flc Cgil ha raccolto in media  il 30% dei consensi: per la precisione, il 30% nella scuola, nelle università il 33%, negli enti di ricerca oltre il 35%, nelle accademie e nei conservatori il 38%. Un dato più o meno analogo a quello della Cisl, che nel comparto istruzione segna quota  29%. In crescita anche la Uil, mentre restano al palo gli autonomi: Cobas, Unicobas, USB potrebbero arrivare tutti insieme ad un 4-5%, al 14% lo Snals, il piu’ forte, mentre la sorpresa sarebbe l’Anief, ultima nata tra le varie sigle, che dovrebbe portare a casa circa un 8%.

Insomma, malgrado le politiche del 4 marzo abbiano visto il trionfo dei partiti populisti e della ‘’protesta’’, quando si parla di lavoro e diritti le scelte sono molto diverse. Scelte che premiano, innanzi tutto, il radicamento sul territorio: nei luoghi di lavoro il rapporto tra rappresentati e rappresentanti e’ strettissimo, a differenza che nella politica. Inoltre, l’alta partecipazione al voto dimostra che nella società italiana la voglia di ‘’esserci’’ e di contare c’e’ eccome. E quando non c’e’, tocca chiedersi se non sia stata sbagliata l’offerta: il contrasto tra il modestissimo 52% di votanti nel Molise, per settimane elevata dai media a regione con un ruolo chiave nello scenario politico italiano, con le percentuali quasi plebiscitarie ottenute dai sindacati nelle loro elezioni (peraltro completamente ignorate dagli stessi media) dovrebbe indurre a qualche riflessione

Il sindacato confederale, insomma, si conferma essere ancora una volta centrale: un baluardo di unità del mondo del lavoro contro le spinte corporative che questo voto ha chiaramente respinto.Ma il battaglione di rappresentanti eletti dai dipendenti pubblici dimostra anche un’altra cosa, e cioe’ che il sindacato, malgrado la  retorica della ‘’narrazione’’ che va per la maggiore (soprattutto sul fronte dei 5 stelle) e’ tutt’altro che una polverosa burocrazia incancrenita dietro le scrivanie, nomemklatura, kasta, ma e’ invece costituito da persone in carne ed ossa, lavoratori che vengono “riconosciuti” e votati da altri lavoratori. Anche questo potrebbe costituire uno spunto di riflessione utile, per la politica in crisi di rappresentanza.

Nunzia Penelope


23 Aprile 2018
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