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Saviano, gli intellettuali e i parassiti


Roberto Saviano ha lo sguardo dolce ma usa le parole come una sferza per suscitare sentimenti di umanità in una massa proterva e ripiegata su se stessa. Dopo essere stato sommerso da contumelie per aver difeso gli immigrati, denuncia «l’attacco agli intellettuali» e invoca «un’insurrezione civile e democratica contro questa barbarie fondata sulla menzogna sistematica». Cita le calunnie che furono rivolte, prima di assassinarlo, a Giacomo Matteotti, accusato di essere un agiato proprietario terriero. Potremmo aggiungere i casi analoghi di Giovanni Amendola o dei fratelli Rosselli, ricchi, massoni, ebrei. Tutti strenui oppositori e martiri della violenza fascista, messi all’indice come traditori e nemici del popolo, ammantati di una presunta diversità per giustificarne l’eliminazione. Siamo sempre lì: le élite del pensiero considerate solo come detentrici di ingiustificabili privilegi. La meritocrazia è una parolaccia e la produzione d’idee non conta alcunché.

Persino la crociata contro i vitalizi ha assunto toni da orgia pauperistica. Che ci siano stati abusi ed eccessi è fuor di dubbio ma la sensazione è che non si vogliano tanto correggere le storture quanto esporre al pubblico ludibrio tutti i politici delle legislature precedenti a quella attuale, salvifica e vendicatrice. Hanno rubato, è colpa loro se siamo ridotti così. Ladri e sfruttatori. Nemmeno fossero la banda della Magliana. Inutile spiegare che l’indennità, allora si chiamava così, a deputati e senatori è stata una conquista, poi degenerata, della democrazia per evitare che si potesse far politica solo per censo, cioè se uno se lo poteva permettere, tagliando fuori dalla vita pubblica proprio gli esponenti dei ceti popolari che vivevano del proprio lavoro quotidiano.

La ragione non ha più posto in questo furore palingenetico. Dagli all’untore! Un odio rancoroso e livido. Tutti parassiti, a prescindere da ogni storia personale. Viene da chiedersi perché uguale accanimento non viene riservato agli evasori fiscali. L’idraulico e il professionista che non rilasciano ricevuta sono ben accettati, anzi persino ringraziati nell’illusione che, evadendo loro le tasse, a noi ci fanno pagar meno. Salvo poi inveire contro la crescita del debito pubblico, i tagli alla sanità, la riduzione dei servizi pubblici. Il sequestro dei beni della criminalità organizzata non suscita tanti applausi come la gogna mediatica. E perché non ci s’indigna per il costo dei calciatori?

Ma ormai non serve a nulla mettere un argine. Ogni ragionamento complesso e articolato è respinto come un’intollerabile autodifesa della casta, l’altra parola che marchia d’infamia le élite. E il tanto invocato popolo si fa plebaglia alla ricerca di capri espiatori sui quali scaricare tutte le colpe, gli egoismi, le invidie, le incapacità. E in fin dei conti per continuare a fare i propri comodi. Scrittori e giornalisti, tipo Saviano, sono inaccettabili perché fanno pensare e cercano di strappare il velo che occulta la verità. Citano dati reali e si appellano a scampoli di fratellanza per contrastare la paura e le fandonie. La verità contro il livore e la bugia. Quando sento la parola intellettuale porto la mano alla pistola, ammoniva Goebbels.

Post scriptum: il guardiano del faro è un giornalista in pensione e il padre era un deputato comunista, un elettrotecnico, che aveva dedicato l’intera sua vita alla causa dei più deboli e degli sfruttati. Aveva scontato dieci anni di prigione durante il regime e, una volta eletto, altri tempi, dava metà del suo introito al partito. E allora? Cicero pro domo sua? Al rogo, al rogo!  


11 Luglio 2018
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