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Ilva, ecco l’accordo, punto per punto


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Servizio a cura di Emanuele Ghiani

Tutto è bene ciò che finisce bene. Il che è ancor più vero se un esito da tutti considerato positivo viene raggiunto dopo quella che, usando un’altra espressione semiproverbiale, può essere definita come una lunga e perigliosa malattia.

Stiamo parlando, ovviamente, dell’esito, per alcuni insperato, ma per certi versi annunciato, della lunghissima e contorta vicenda dell’acquisizione del gruppo Ilva da parte di ArcelorMittal. Una vicenda che ha occupato un posto centrale nelle pagine dedicate all’informazione economico-sindacale per più di un anno: dalla fine di maggio del 2017, alle prime giornate di questo settembre 2018. E che costituisce, peraltro, solo l’ultimo capitolo di una più lunga e complessa vicenda: quella iniziata nel gennaio del 2015 quando la società, all’epoca denominata Ilva Spa, fu ammessa alla procedura di Amministrazione straordinaria e il Governo nominò i tre Commissari che hanno retto, da allora, le difficili sorti del Gruppo: Corrado Carrubba, Piero Gnudi e Enrico Laghi.

Oggi, dunque, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, è stato firmato il lungamente atteso accordo fra i Commissari dell’Ilva in Amministrazione straordinaria, i rappresentanti di AM InvestCo Italy, la cordata costituita su impulso di ArcelorMittal per l’acquisizione della stessa Ilva, e i sindacati delle diverse categorie di lavoratori occupati nel Gruppo: metalmeccanici, elettrici e trasporti, oltre a Federmanager.

Su contenuti e struttura dell’accordo diremo qualcosa più oltre in questo stesso articolo. Ma ciò che va messo subito in luce è la prima conseguenza dell’intesa definita, a Roma, dopo due giorni di intense trattative svoltesi nella sede ministeriale di via Veneto. Conseguenza che è stata annunciata, in modo quasi accorato, da Luigi Di Maio, oggi nella sua veste di Ministro dello Sviluppo economico. Il quale, dritto in piedi sugli scalini che mettono in comunicazione il portone principale del Ministero con il marciapiede sottostante, ha spiegato alla piccola folla di cronisti, cameramen e fotografi ivi malamente accalcati, che i contenuti dell’accordo, essendo migliorativi del contratto di acquisto firmato l’anno scorso da AM InvestCo Italy, ed essendo quindi capaci di soddisfare il cosiddetto “interesse pubblico concreto e attuale”, non consentono di annullare la gara internazionale vinta nel 2017 dalla stessa AM InvestCo. E ciò nonostante che tale gara fosse viziata, ha tenuto a ripetere Di Maio, da elementi di irregolarità configurati, essenzialmente, in un ipotizzato “eccesso di potere”.

In una dichiarazione mattutina, lo stesso Di Maio si era spinto sino ad usare uno specifico avverbio, “purtroppo”, quasi a voler dire che, se fosse stato per lui, avrebbe preferito concludere l’esame in autotutela della stessa gara, promosso dal Mise a partire dal luglio scorso, con l’annullamento della gara stessa.

Ma tant’è. Poco dopo le tre del pomeriggio, Di Maio ha definito l’accordo come “il migliore possibile”, tanto più perché raggiunto, a pare suo, nelle “condizioni peggiori possibili”. Quindi la gara vinta nel 2017 da AM InvestCo Italy non è stata annullata e, all’opposto, già a metà di questo settembre la stessa AM InvestCo potrà entrare in possesso, tramite il meccanismo iniziale dell’affitto di ramo d’azienda, dei “complessi aziendali” del gruppo Ilva.

Da un punto di vista industriale, ciò significa che il settore siderurgico, nel nostro Paese, torna ad avere, davanti a sé, un futuro importante. Ciò perché la principale conseguenza dell’accordo odierno sta nel fatto che, secondo quanto preconizzato l’anno scorso dal predecessore di Di Maio, l’allora ministro Carlo Calenda, il gruppo Ilva - che comprende lo stabilimento di Taranto, ovvero il principale stabilimento siderurgico d’Europa - entra a far parte del gruppo ArcelorMittal, ovvero di quel colosso franco-indiano che costituisce, a sua volta, il più grande produttore di acciaio oggi attivo sul pianeta Terra.

Ora va detto che questo aspetto industriale dell’intesa odierna è stato sottolineato con forza dai massimi dirigenti dei sindacati dei metalmeccanici nel corso della conferenza stampa che hanno tenuto al Mise a partire dalle tre e mezza di oggi. In particolare, il segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, ha ricordato ai cronisti - assiepati nel cosiddetto Parlamentino - le cifre che definiscono le proporzioni dell’operazione avviata l’anno scorso con la gara poi vinta da AM InvestCo. Un miliardo e 800milioni di euro sono la cifra sborsata da ArcelorMittal per l’acquisto dei complessi aziendali dell’Ilva. Un altro miliardo e 250 milioni costituisce l’ammontare degli investimenti per il piano industriale. Mentre un terzo miliardo, più 150 milioni, rappresenta la somma degli investimenti per il risanamento ambientale. Totale, 4 miliardi e 200 milioni.

Francesca Re David, segretaria generale della Fiom-Cgil, ha poi ricordato che l’industria manifatturiera italiana è seconda in Europa solo alla Germania, mentre occupa il settimo posto nella classifica mondiale (dietro - aggiungiamo noi - a Cina, Usa, Giappone, Germania, Corea del Sud e India). Ebbene, ha proseguito Re David, la siderurgia costituisce uno dei pochi assi strategici superstiti di questa nostra industria manifatturiera dopo lo smantellamento di settori quali l’informatica e gli elettrodomestici; ovvero uno dei pochi assi strategici attorno a cui sia possibile sviluppare un futuro credibile. E ciò anche perché, ha insistito Bentivogli, l’industria metalmeccanica italiana ha un crescente bisogno di acciaio e l’assenza di un accordo come quello odierno avrebbe avuto il principale risultato di aggravare la dipendenza incipiente del nostro Paese dalle importazioni di acciaio tedesco. Senza parlare della inevitabile dispersione delle elevate competenze professionali presenti tra i lavoratori del settore siderurgico italiano cui si sarebbe andati incontro - ha ossevato Rocco Palombella, segretario generale della Uilm - in caso di mancato accordo.

Ma veniamo adesso alla struttura della sospirata intesa odierna: nove pagine di testo, denominate “Verbale di accordo”, più undici pagine di allegati. E leggiamo assieme quanto è scritto, dopo una lunga premessa che si stende per due pagine e mezza, al breve, ma decisivo, punto II, quello intitolato “Piano Industriale e Piano Ambientale”. Ecco dunque: “Il presente accordo mira al rilancio degli stabilimenti del Gruppo Ilva, puntando ad una produzione ecocompatibile che tuteli l’ambiente e la salute dei cittadini”.

Secondo capoverso: “Costituiscono ‘Addendum’ del presente Accordo il ‘Piano Industriale di AM InvestCo (Addendum 1), nonché il piano ambientale di AM InvestCo come approvato con DPCM - ovvero con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri - 29 settembre 2017, unitamente al testo di modifica da apportare al Contratto per la parte di rilevanza ambientale, come trasmesso al Ministero dello Sviluppo Economico in data odierna dai Commissari di Ilva in Amministrazione straordinaria per le autorizzazioni di legge (Addendum 2)”.

Traducendo dal sindacalese o, per meglio dire, dall’accordese: l’accordo datato 6 settembre 2018 ingloba non solo il Piano industriale di AM InvestCo, cioè l’Addendum 1, ma anche l’Addendum 2, cioè il piano ambientale approvato col famoso DPCM del settembre 2017 - quello contro cui il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, aveva fatto ricorso al Tar di Lecce a fine novembre dell’anno scorso – “unitamente” alle modifiche da apportare al contratto di acquisto dei complessi aziendali del gruppo Ilva in base a quanto concordato con AM InvestCo in quest’ultima fase della trattativa.

Il che vuol dire, in pratica, che l’accordo attuale ingloba le modifiche che migliorano l’originario piano ambientale dell’azienda acquirente. E lo modificano, da un lato, per ciò che riguarda un accorciamento dei tempi entro cui sarà completata la copertura dei cosiddetti parchi minerali, cioè dei depositi di materie prime che costituiscono uno dei più noti fattori di inquinamento atmosferico dell’area tarantina. Mentre, dall’altro lato, lo dovrebbero modificare grazie alle avanzate tecnologie di cui dispone ArcelorMittal; tecnologie che, stando a quanto dichiarato oggi dai dirigenti sindacali dei metalmeccanici, dovrebbero consentire di abbattere ulteriormente le emissioni nocive conseguenti alla produzione. In particolare, è stato pattuito che quando la produzione di acciaio, dopo aver raggiunto i sei milioni di tonnellate annue, si spingerà verso il tetto degli otto milioni di tonnellate, le emissioni inquinanti non potranno crescere ulteriormente, ma dovranno fermarsi ai livelli già toccati.

E veniamo adesso alla questione che ha costituito, per mesi, il punto più difficile della trattativa fra azienda acquirente e sindacati: quella dell’occupazione. Ma, prima di addentrarci nell’esame di questa parte dell’accordo, c’è una cosa che occorre chiarire.

Dal 2015 l’Ilva Spa non è più un’azienda, per così dire, normale. Infatti, come sopra ricordato, è un’azienda in Amministrazione straordinaria. Ciò significa che l’azienda acquirente, nel nostro caso AM InvestCo Italy, non compra l’Ilva in quanto società, ma acquista i suoi “complessi aziendali”, ovvero gli stabilimenti di Taranto, Genova-Cornigliano, Novi Ligure e Paderno Dugnano. L’Ilva Spa, sia pure in Amministrazione straordinaria, continua invece a sopravvivere come soggetto giuridico. E ciò fino a quando il Ministero dello sviluppo economico non giudicherà che la sua funzione sia esaurita.

Ciò comporta che l’Ilva Spa in As può continuare ad avere, per tale durata temporale, dei dipendenti. I quali ultimi potranno essere impiegati in occupazioni specifiche. In alternativa, l’azienda stessa potrà ricorrere all’utilizzo circoscritto di ammortizzatori sociali per integrare il loro reddito.

Ciò chiarito, possiamo tornare al testo dell’accordo del 6 settembre. Al cui punto III, quello intitolato “Piano occupazionale ArcelorMittal”, si registrano le più forti novità. Qui, infatti, è scritto che “una proposta di assunzione a tempo indeterminato” verrà “formulata” a “un numero complessivo di 10.700 lavoratori”. Ciò significa che, mentre il progetto iniziale di AM InvestCo prevedeva 8.500 assunzioni a tempo indeterminato - salite poi a 10.000 in base all’indicazione data dal Ministro Calenda ai Commissari straordinari che avevano svolto una prima trattativa con l’azienda acquirente - adesso la base occupazionale minima è arrivata, appunto, a 10.700 addetti.

Un altro miglioramento del quadro precedente sta nel fatto che la cifra messa a disposizione per incentivare le uscite volontarie di lavoratori attualmente in forza al gruppo Ilva in Amministrazione straordinaria sale da 200 milioni di euro a 250 milioni. Poiché tale incentivazione contempla l’offerta di 100mila euro a testa per chi accetta di dimettersi, ciò vuol dire che la platea dei lavoratori che potrebbero offrire le proprie dimissioni volontarie sale, potenzialmente, da 2.000 a 2.500 addetti. Insomma, aggiungendo idealmente ai 10.700 lavoratori destinati alla riassunzione 2.500 dimissioni volontarie, si arriva a un totale teorico di 13.200 lavoratori. Ovvero a un totale non molto lontano dai circa 13.700 dipendenti attualmente in forza nel gruppo Ilva. Un totale, quest’ultimo, cui è legittimo sottrarre anche un tot di lavoratori più anziani che, nei prossimi anni, dovrebbero imboccare, con ogni probabilità, la via del naturale pensionamento.

Ma ciò che ha consentito a Francesca Re David di parlare, nel corso della conferenza stampa, di “zero esuberi” è il punto V dell’accordo, quello intitolato “Clausola di salvaguardia occupazionale”. Per capire questo punto, occorre ricordare che i lavoratori che non facessero parte dei 10.700 destinati alla riassunzione rapida in AM InvestCo, resteranno, in una prima fase, alle dipendenze di Ilva in Amministrazione straordinaria (anche se, eventualmente, collocati, per periodi più o meno lunghi, in Cassa integrazione). Ebbene, al citato punto V si dice che, qualora al momento della cessazione dell’Amministrazione straordinaria “vi fossero ancora dei lavoratori alle dipendenze della Società Ilva” che non avessero ricevuto “una proposta di assunzione” nel nuovo gruppo e non avessero beneficiato “di altre misure o opportunità previste nel presente accordo”; AM InvestCo formulerà loro direttamente o indirettamente attraverso sue Affiliate “una proposta di assunzione ai termini e condizioni di cui al presente accordo”. E ciò, in ogni caso, “non prima del 23 agosto 2023 e non oltre il 30 settembre 2025”.

Ci sono insomma delle date certe entro cui tutti i lavoratori attualmente in forza al gruppo Ilva, e che non ne fossero usciti per pensionamento o dimissioni volontarie, riceveranno comunque una proposta di assunzione alle dipendenze della nuova compagine proprietaria.

Ultima questione, quella che va sotto il nome tecnico di “novazione contrattuale”. Come già chiarito nei mesi scorsi, il contratto di vendita di Ilva a AM InvestCo prevede un meccanismo in base al quale tutti i lavoratori  destinati a entrare nel nuovo gruppo verranno assunti ex novo dalla nuova proprietà.

Tuttavia, l’accordo odierno prevede, in sostanza, che i diritti connessi alla qualità di dipendenti assunti in passato dal gruppo Ilva non verranno persi. Ciò è particolarmente importante dal punto di vista normativo, perché significa che la nuova proprietà non considererà i suoi dipendenti come nuovi assunti. In pratica, manterranno le tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 21 maggio 1970, n. 300) e rimaste in vigore per tutti i dipendenti assunti prima dell’entrata in funzione dei decreti legislativi con cui, nel 2015, è stato attuato il cosiddetto Jobs Act.

Inoltre, dal punto di vista retributivo, i lavoratori via, via riassunti in AM InvestCo manterranno l’anzianità pregressa e dunque i livelli salariali derivanti dalla somma di quanto previsto dai Contratti nazionali, in base a cui sono stati originariamente assunti, con gli scatti di anzianità e con la parte fissa del salario aziendale.

L’accordo specifica, infine, che “nel corso dell’anno 2019 sarà avviata la negoziazione di un nuovo premio di risultato (PdR)” la cui disciplina “entrerà in vigore a partire dall’anno 2020”. Peraltro, nel caso in cui, “in relazione all’anno 2020, l’utile netto a livello consolidato AM InvestCo sarà positivo, il PdR per l’anno 2020 sarà erogato nel 2021”.

Nella conferenza stampa tenuta al Mise, i citati segretari generali di Fim, Fiom e Uilm - cui si sono aggiunti Sergio Bellavita della Usb e Antonio Spera della Ugl Metalmeccanici - hanno poi annunciato che, nei prossimi giorni, in tutti gli stabilimenti del gruppo Ilva si svolgeranno assemblee volte a spiegare i contenuti dell’accordo e finalizzate alla tenuta di un referendum con cui i lavoratori potranno dire l’ultima parola sull’accordo stesso. Referendum i cui risultati dovranno essere comunicati dai sindacati al Governo e a AM InvestCo entro venerdì 14 settembre.

E così, se - come i sindacalisti si attendono - i lavoratori approveranno l’intesa, dalla terza settimana di settembre per il gruppo Ilva potrà cominciare una nuova vita.

 

@Fernando_Liuzzi




06 Settembre 2018
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