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Molinari (Filcams-Cgil) gli aumenti salariali in Usa? Bene, ma sono una “concessione’’ di Amazon, non una conquista dei lavoratori


Una “concessione’’ dall’alto, più che una vera conquista dei lavoratori. Così Fiorenzo Molinari, segretario della Filcams Cgil di Piacenza, commenta la decisione di Amazon di raddoppiare a 15 dollari il salario minimo orario dei suoi dipendenti in Usa. L'aumento sarà effettivo dal primo novembre e riguarderà oltre 250.000 dipendenti e 100.000 impiegati stagionali. La scelta di Jeff Bezos è stata dettata, soprattutto, dalle critiche e dall’attenzione crescente da parte dell’opinione pubblica: e per Molinari, che è tra l’altro uno degli artefici del contratto pilota con Amazon della scorsa primavera, questo è un fatto positivo, ma che dimostra allo stesso tempo l’assoluta unilateralità da parte dell’azienda, senza il coinvolgimento delle parti sociali.

Molinari, come valuta la decisione di Amazon di alzare il salario minimo dei dipendenti meno paganti a 15 dollari l’ora?

Da sindacalista non posso che essere soddisfatto. L’aumento del salario è un risultato che accogliamo sempre positivamente. Ciò che mi preoccupa, semmai, sono le modalità con quali Amazon è arrivata a questa decisione.

Quali sono i punti che non la convincono?

L’aumento non è il frutto di una contrattazione, ma è il risultato di un’azione unilaterale da parte dell’azienda. Il Ceo di Amazon Jeff Bezos ha maturato questa decisione sulla scorta delle critiche hanno investito la sua società e sulla crescente attenzione da parte dell’opinione. Ci troviamo davanti a una sorta di concessione dall’alto, più che a una vera e propria conquista dei lavoratori.

Quindi per lei è questo l’aspetto meno positivo?

Bezos incarna appieno la figura dell’uomo solo al comando, tipica della cultura anglosassone, e ogni decisione dipende dalla sua volontà. Bisogna dire che ci muoviamo in un modello di relazioni industriali diverso dal nostro, dove non c’è il contratto collettivo, ma quello aziendale, e dove, come in Amazon, i rapporti tra lavoratore e azienda sono one-to-one, senza l’intermediazione delle parti sociali.

La Filcams, assieme alla Fisascat, alla Uiltucs e alla Uil Terziario, e’ stata artefice del contratto pilota per lo stabilimento di Piacenza. Secondo lei quali sono le maggiori differenze tra il mondo anglosassone e quello italiano?

Sicuramente la differente cultura del lavoro. In Italia, ma anche negli altri paesi europei, Amazon si è dovuto confrontare con un sindacato molto più radicato tra i lavoratori, e quindi con una forza lavoro molto più rappresentata e organizzata. Credo che sia significativo quello che ci disse, durante un incontro a Lussemburgo, il responsabile di Amazon per l’Europa.

Cosa vi disse?

Ci disse che loro non avevano la pretesa di essere compresi. In altre parole, che le scelte aziendali non erano negoziabili, e che quindi non c’era la volontà di condivisione e comprensione. Il fatto che ora Bezos si preoccupi dell’opinione pubblica è già un passo in avanti molto importante.

Un’impostazione che però siete riusciti a cambiare, grazie al contratto di Piacenza, mentre non è stato così in altri paesi europei, come la Germania, dove ci sono stati comunque scioperi molto estesi.

È un risultato che siamo riusciti ad ottenere grazie anche alle istituzioni e all’attenzione della stampa. Il punto di svolta si è avuto quando siamo riusciti a far sedere interno a un tavolo l’azienda, che alla fine ha dovuto riconoscere il ruolo delle parti sociali. L’innalzamento di livello, e quindi anche di stipendio, è stato il frutto di un processo di contrattazione. E la distanza che separa ciò che è avvenuto negli Stati Uniti dall’accordo di Piacenza è propria questa.

Come sindacato avete incontrato qualche difficoltà ad entrare dentro Amazon, vista la diversa impostazione culturale e di organizzazione del lavoro?

All’inizio devo dire sì, anche perché l’azienda ha cercato, fin da subito, di esportare questo rapporto one-to-one con i lavoratori. Ma ovviamente questo comporta un rapporto di forza assolutamente squilibrato e sbilanciato verso una controparte.

E questo tipo di impostazione è riuscita a far presa tra i dipendenti?

In un primo momento sì, perché è un approccio di tipo familiare molto allettante per certi aspetti, nel senso che c’è sempre qualcuno disponibile ad ascoltarti. Il lato negativo si manifesta nel momento in cui il lavoratore non riesce a soddisfare i livelli di produttività richiesti, e quindi si viene messi ai margini del processo di lavoro. È una sorta di cultura spartana post-moderna, per cui se sei forte e riesci a tenere il ritmo bene, altrimenti vieni scartato.

Quando lei dice che i lavoratori vengono messi ai margini del processo produttivo, parla di licenziamento o di mobbing?

Licenziamento no, e neanche il termine mobbing è pienamente corretto. L’azienda cercava piuttosto di mettere in cattiva luce uno specifico dipendente, ma i lavoratori hanno capito subito la pericolosità insita in questo atteggiamento, facendolo presente a noi del sindacato.

L’accordo sottoscritto a Piacenza scadrà a maggio del prossimo anno, e sono previsti degli step intermedi di confronto. Cosa pensate di fare una volta terminato questo anno di prova contrattuale?

Abbiamo un incontro con l’azienda previsto per il 22 di ottobre, prima del Black Friday e del picco natalizio, per capire se sono stati applicati tutti i contenuti del contratto e vedere quali frutti ha dato sino a questo momento. Sulla base dei risultati di questo incontro capiremo come procedere per il futuro. C’è poi un’altra questione aperta, assolutamente da non sottovalutare, che è quella dei lavoratori interinali, dopo i controlli dell’Ispettorato del lavoro di inizio giugno.

Tommaso Nutarelli
@tomnutarelli


05 Ottobre 2018
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