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Coordinatore nazionale Piano Lavoro Cgil

Aggiornare il documento congressuale per tracciare la rotta futura


Vorrei precisare. Non è vero, come qualcuno ha detto, che io intenda sminuire il documento congressuale della Cgil “IL LAVORO è”. L’abbiamo condiviso e sostenuto tutti e continuo a credere che i suoi contenuti siano adatti a tracciare un profilo di quel che siamo e pensiamo. Tuttavia la storia in questi ultimi mesi è stata più veloce di noi e sono convinto che dovremmo rendercene conto al più presto, per non restare indietro come capacità di analisi, di iniziativa politica, di innovazione organizzativa. Altrimenti, un documento che si apre facendo riferimento ai provvedimenti dei Governi precedenti, crea un qualche sconcerto perché appare fuori fase.

Questo non significa che sia necessario riscrivere il documento congressuale. Basterebbe, a mio parere, aggiornarlo con alcuni richiami che prendano atto di cosa è successo (e sta succedendo) in Italia dal 4 marzo e definiscano, in relazione alle decisioni già operative del Governo nazional-populista, giudizi e soprattutto proposte per il futuro. Perché il Congresso deve guardare ai prossimi 4 anni e non a quelli passati.

Non sono in grado di dire se gli ordini del giorno o gli eventuali emendamenti già presentati ai congressi delle strutture colmino questi ritardi: se sì, sarà ancora più facile aggiornare il documento.

In particolare, a mio parere, i punti da rafforzare della nostra impostazione congressuale sono almeno 3: l’Europa, il lavoro, l’integrazione sociale.

            1. Certamente l’Europa non può più essere quella (fallimentare) dell’austerità accrescitiva. Ma nemmeno si può immaginare che l’Europa abdichi al suo ruolo e affidi ai singoli stati membri il libero arbitrio sulle materie di sua competenza, a partire dalle tenuta dell’Euro. Qui una contraddizione esiste e la Cgil deve dire con forza, in vista delle elezioni di giugno, da che parte vuole stare, per evitare che l’ideologia sovranista antieuropea si diffonda anche al nostro interno. L’Europa sarà più forte, nei confronti degli stati membri solo se sarà in grado di attuare politiche espansive per la piena occupazione e di creare una base di diritti comune per i suoi cittadini (lavoro, redditi, fisco, welfare…). Su questo siamo tutti d’accordo: se ci sono delle regole da osservare per stare in Europa, è giusto che ci siano benefici percepibili per tutti i cittadini europei. Ma un’Unione europea più forte e coesa, non a due velocità, necessita che indirizzi e  vincoli, una volta accettati, siano rispettati da tutti. Da tempo, specie noi italiani, abbiamo abituato le istituzioni europee a essere d’accordo sulle regole a Bruxelles e rivendicare eccezioni nazionali a Roma. Così, da molti anni, ben prima del governo nazional-populista, abbiamo perso credibilità e affidabilità. Chi fa contrattazione, come noi, sa bene cosa questo significhi in termini di potere negoziale.

            2. ll lavoro: come veicolo per una piena cittadinanza, per condizioni e prospettive dignitose di vita. Un “lavoro di cittadinanza”, con le giuste remunerazioni, i diritti, la crescita delle competenze, non un “reddito di cittadinanza” a compensazione del non lavoro. Su questo tema è in corso un gioco inaccettabile delle 3 carte da parte del Governo: non riescono a promuovere nuova occupazione e tentano di compensare questa incapacità con gli indennizzi. Ma non è solo inconsistenza o ignoranza: non possiamo fingere di non aver capito che distanza culturale e politica ci sia tra noi e i 5stelle. Loro pensano a un futuro in cui si possa fare a meno del lavoro, il Piano del Lavoro della Cgil dice il contrario: trasformare le risorse disponibili in occasioni di lavoro mirate soprattutto ai giovani e alle donne. Vogliamo provare a rilanciarlo? Altrimenti, citarlo nella prima riga del documento congressuale non serve a molto.

            3.  L’integrazione sociale e la solidarietà contro i razzismi e le chiusure. Su questo la Cgil, come è sua buona abitudine, si è già mobilitata. Ma è necessario che l’opposizione al razzismo cresca ancora, per garantire una accoglienza civile alle persone che fuggono dalla fame e dalla guerra e soprattutto per avviare percorsi seri di integrazione civile e urbana. Anche in questo ambito il Piano del Lavoro contiene un’indicazione. È attraverso un rapporto di lavoro degno che l’immigrato esce dalla sua condizione di non cittadino, mal visto, temuto, spesso osteggiato e umiliato dalle comunità in cui vive. Io credo che su questo punto si giochi la sfida dell’integrazione: senza lavoro l’immigrato è un ospite non gradito, un portatore di insicurezza, indipendentemente dalla sua onestà personale e dalle testimonianze di solidarietà di alcuni. Con il lavoro, se è un lavoro ufficiale e non una forma di schiavismo mascherata, diventa un con-cittadino. Di cui si valutano le doti e i difetti soggettivi, come per tutti. Non la presunta generale pericolosità. È necessario avviare un percorso di istruzione e lavoro che parta dal basso, nelle città e nei paesi, checché ne pensi il Ministro dell’interno.

Forse, di questi tempi, anche un ragionamento sulla difesa della democrazia parlamentare e la partecipazione (reale e non virtuale) dei cittadini alla cosa pubblica sarebbe utile, anzi indispensabile. Per evitare che proprio la Cgil, l’unica rete nazionale esistente fatta di persone in carne e ossa che si confrontano (magari litigano) e poi decidono a maggioranza - dal vivo - sottovaluti le insidie o scivoli nelle scorciatoie che si nascondono sotto la democrazia delle piattaforme digitali e degli algoritmi.

Ancora, credo, dovremmo essere noi a sostenere con forza la necessità di riformare il sistema istituzionale e di governo. A partire dai territori dove constatiamo quotidianamente l’inadeguatezza degli enti preposti ad affrontare non solo le emergenze ma anche le politiche necessarie per la crescita sostenibile: nel Mezzogiorno, nelle Aree interne, nelle Città metropolitane, nelle città medie, nel Paese. E forse sarebbe giusto attualizzare anche le proposte del Piano del Lavoro, alla luce di quanto è accaduto (purtroppo prevedibilmente) in materia di emergenze dovute all’incuria del territorio e delle infrastrutture.

Insomma, è necessario partire dal nostro patrimonio ma per tracciare una nuova rotta.


07 Novembre 2018
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