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IL PD ALLA PROVA DELLE EMOZIONI

La miscela vincente di Matteo Renzi

Autore: Rino Caviglioli

di Rino Caviglioli

Può un politico, nel suo agire politico, mostrarsi dentro, far vedere tutto? Cioè non nascondere emozioni, sensibilità, ambizioni, sofferenze, ma offrirle come parte significante della propria comunicazione? La vecchia scuola politica, soprattutto quella democristiana e comunista, diceva che no, non si può. I due piani andavano nettamente separati, l'uno pubblico e l'altro privato, con qualche concessione legata ad avvenimenti speciali ma non alla natura del politico di turno: tragedie o speranze collettive che talvolta attraversano i tempi e si impongono per la loro forza,  per i loro specifici contenuti.

Poi arrivò Berlusconi e la comunicazione divenne parte decisiva della strategia politica. Costituì un comitato per individuare contenuti e forme dei messaggi.  Avocò a sé ogni comunicazione e la trasformò in norma per le innumerevoli voci dei suoi fedeli, tv e  quotidiani compresi. Furono studiate e insegnate le tecniche della comunicazione (toni della voce, mimica, tempi dell'interlocuzione ecc...) e accuratamente selezionati i replicanti. Lui personalmente si dedicò poi ad un opera di seduzione senza precedenti per intensità ed estensione. Insomma si mise in campo una vera e propria strategia della manipolazione dell'informazione, nella quale la verità dei sentimenti mostrati era l'ultimo dei problemi: tutto doveva essere funzionale al messaggio da veicolare, e questa coerenza era la verità. È ciò che consente ora di affermare che Berlusconi è stato falso anche quando diceva la vertà.

Ora Renzi insegue e supera Berlusconi? Che sciocchezza! C'è la centralità della comunicazione, il tentativo di mettersi per questa via in sintonia con gli umori del paese cercando di allentare il freno rappresentato da un forte coacervo di interessi corporativi ma anche di rappresentanze corporative.  C'è una individuazione precisa degli obbiettivi che si intendono raggiungere. C'è soprattutto l'indicazione di scadenze del tutto vincolanti e ravvicinate. E c'è Renzi che, con il suo parlare finalmente comprensibile, confeziona il tutto  e si mostra com'è: deciso, ambizioso, non spaventato dal compito complicatissimo che s'è preso. Un Renzi che, ha ripetuto più volte, " ci metto la faccia " e " mi gioco il tutto per tutto " vietandosi ogni possibile via di fuga. No, non è la stessa cosa di Berlusconi.

Ma allora perché tante resistenze, specie dentro il PD?  Da quanto detto finora è evidente che io non credo che esse derivino dal merito delle questioni proposte: il PD ha una capacità di assorbimento/ superamento dei problemi che volta a volta la politica propone, già ampiamente sperimentata. Nè ci sono da accogliere forti spinte dalla base del partito, che piuttosto guarda meravigliata questo risorgere del tradizionale masochismo autodistruttivo del PD e della sinistra in generale. Ci può essere una questione di coerenza tra i tempi i modi e i contenuti delle riforme istituzionali in discussione: ma allora perché non vengono definiti tempi vincolanti anche per la prima lettura in Senato della legge che lo elimina?

Io penso che permanga, nel PD, una incomprensione, una estraneità di fondo  nei confronti della politica di Renzi e del suo sogno. E penso anche che tale distanza non  sia colmabile, non dipenda dal successo delle politiche annunciate da Renzi. Anzi... Perché cosa dimostrerebbe quel successo? Intanto che un'altra via era possibile, rispetto a quella attendista e poco concludente del governo Letta. Perché non è stata neanche tentata, anzi neanche pensata? Poi che si afferma un altro modo di fare politica, che travolge ogni tradizione ideologica e costringe tutti a misurarsi sul terreno pragmatico e concreto degli obiettivi decisi volta a volta. Un modo che, tra l'altro, sembra avere fatto i conti ed essersi pacificato con le istanze e i modi del femminismo. Ed ancora: d'ora in avanti diverrebbe lecito chiedere ad ogni politico: ma tu cosa ci metti di tuo? Cosa rischi? E saranno pretese risposte precise e vincolanti, nel segno della responsabilità.  Insomma Renzi va oltre i sessanta anni di politica democristiana e comunista, ed ha già vinto, perché è una politica che sorge dalla crisi irreversibile delle ideologie e de partiti.

Per fare questo  occorre fornirsi di una miscela fatta di volontà, idee, azioni, comportamenti, gesti, fantasia, strategie per gestire le quali sarà indispensabile affidarsi a soggetti conosciuti e riconoscibili anche perché mostrano sé stessi. Come fa Renzi, appunto.


Rino Caviglioli


18 Marzo 2014
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