La promessa lanciata da governi e amministrazioni elette di una riduzione della pressione fiscale in capo alle società è ormai una circostanza troppo frequente negli ultimi tempi per poter ancora ritenere si tratti di una iniziativa propagandistica e improvvisata Le (poche) tasse nell’era di Apple

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Le (poche) tasse nell’era di Apple


La promessa lanciata da governi e amministrazioni elette di una  riduzione della pressione fiscale in capo alle società è ormai una circostanza troppo frequente negli ultimi tempi per poter ancora ritenere si tratti di una iniziativa propagandistica e improvvisata.

Mi riferisco nello specifico a quanto annunciato dal neo presidente americano Trump e dal premier britannico Theresa May,  ma ritengo significativo anche recuperare la vicenda della riduzione fiscale accordata dal governo irlandese alla società Apple in quanto riconducibile alla stessa logica finanziaria.

Ma procediamo con ordine. In Gran Bretagna a lungo  l’aliquota fiscale per le imprese si è attestata al 25%, quando in altri paesi europei era ben più alta arrivando anche al 38%. E’ stata ridotta al 20%  tre anni fa con la previsione di abbassarla ulteriormente al 15%, auspicabilmente entro il 2017. Con l’annuncio definitivo di una ‘hard brexit’, contando su una completa liberazione dai  vincoli delle politiche comunitarie,  addirittura è stata minacciata l’introduzione di  un trattamento fiscale per le imprese così vantaggioso tanto da rappresentare un incentivo alla localizzazione nel territorio britannico.  

Donald Trump in più occasioni ha  genericamente quanto grossolanamente  annunciato riduzioni per le imprese e tuttavia in una intervista prima di Natale scorso al canale televisivo CNBC, ribadendolo successivamente all’intervista rilasciata al NYT, ha azzardato un particolare rilevante. Il presidente eletto ha pubblicizzato una promessa fatta personalmente a Tim Cook, il CEO di Apple, di una consistente riduzione delle imposte a condizione che le società localizzate all’estero tornino negli USA.  Questa opzione se dovesse avere seguito produrrà effetti presumibilmente anche rilevanti sull’Irlanda. Come si ricorderà proprio nei mesi scorsi la Commissione europea ha sanzionato le società Apple localizzate in Irlanda in quanto illegittimamente beneficiate di una riduzione fiscale accordata dal governo stesso, violando così le disposizioni europee sugli aiuti di stato. In sostanza, quello che era avvenuto tra governo irlandese e Apple era un negoziato in base al quale in cambio della rinuncia all’imposizione l’Irlanda si assicurava la localizzazione di due società dell’Apple, ottenendo però i benefici conseguenti in termini di maggiore occupazione di lavoratori locali, servizi indotti e tanta liquidità presso gli istituti di credito locali.

E’ facile ricostruire il senso che accomuna queste scelte: la convinzione che il sacrificio di una quota anche consistente del gettito tributario possa essere compensato dai benefici ottenibili dall’insediamento  di nuove imprese nel territorio dello stato.

E’ altrettanto facile immaginare quali saranno gli effetti prodotti: la cosiddetta ‘competizione fiscale’ tradizionalmente giocata tra paradisi fiscali e paesi industrializzati si trasferirà all’interno di questi ultimi con la naturale conseguenza di ridisegnare gli assetti industriali dei paesi avanzati.

Non è affatto chiaro invece quale impatto finanziario avranno queste scelte sui bilanci statali e sulla distribuzione dei redditi delle famiglie.     


23 Gennaio 2017
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