In questa intervista, Fausto Durante, responsabile internazionale della Cgil, fa il punto sul dibattito in corso sul futuro del lavoro, esaminando i problemi connessi alla costruzione di quello che potrà essere il compromesso sociale dell’era digitale Contrattare l’innovazione ai tempi dell’economia digitale

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Contrattare l’innovazione ai tempi dell’economia digitale


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“Digitalizzazione dell’economia e industria 4.0 sono i due principali aspetti relativi al futuro del lavoro nell’era digitale. Detto questo, bisogna però anche dire che l’era digitale, per portare vantaggi a tutti, necessita di un nuovo compromesso: il compromesso sociale del 21°secolo. Un compromesso per raggiungere il quale lavoro, impresa e Stato sono chiamati ognuno a fare la propria parte.” Parola di Fausto Durante, responsabile politiche europee e internazionali della Cgil. Un sindacalista che, proprio in grazia del suo incarico, ha l’opportunità di seguire da vicino gli sviluppi del dibattito sul lavoro nell’era digitale a livello mondiale. E che, da questo suo punto di osservazione, ha ricavato l’impressione che il dibattito pubblico, su questa materia, sia nel nostro Paese mediamente meno avanzato di quanto non accada sia in altri Paesi paragonabili al nostro, sia a livello internazionale.

Allora Durante, in questi giorni, in cui è stato festeggiato il 60° anniversario del Trattato di Roma, quello che istituì il Mercato comune europeo, molti volgono lo sguardo all’indietro per ripercorrere la nascita, e lo sviluppo, del cosiddetto modello sociale europeo. Un modello che, anche da un punto di vista sindacale, è sicuramente ricco di pregi. E tuttavia le chiedo: a partire da questo modello, come e dove si discute del rapporto fra la sempre più ampia diffusione delle tecnologie digitali e il futuro del lavoro?

Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto tenere conto del fatto che questo dibattito, in corso a livello europeo, si inquadra in un ambito più vasto, di carattere mondiale. Infatti, il futuro del lavoro è il tema scelto dall’Organizzazione internazionale del lavoro per preparare il suo centenario che cadrà nel 2019. L’Oil (Ilo in inglese, Oit in francese e spagnolo) è stata fondata nel 1919, ma dal 1946 è divenuta l’agenzia che, nell’ambito delle Nazioni Unite, si occupa specificamente del lavoro.

Ebbene, in vista di questo suo anniversario la stessa Oil, che ha sede a Ginevra, ha chiesto ai Governi e ai rappresentanti delle parti sociali che ne fanno parte di avviare una discussione di carattere strategico su come cambia il lavoro e su come vadano affrontate le sfide poste dalle conseguenze dell’innovazione tecnologica. Ovvero, le sfide poste da quell’insieme di fenomeni che va dalla robotizzazione dell’industria manifatturiera e da tutto ciò che rientra sotto il nome di industria 4.0, all’espansione delle piattaforme che stanno trasformando, con la disintermediazione, il settore dei servizi, con fenomeni quali Uber e Airbnb. Ciò in modo da far sì che, quando si arriverà alla celebrazione del centenario della sua fondazione, siano stati accumulati significativi elementi di conoscenze condivise nell’individuazione delle nuove problematiche e, nel contempo, siano state avanzate prime ipotesi di soluzione.

E l’Italia come si inserisce in questo contesto?

Per adesso, non molto bene. Basti pensare che il primo appuntamento di rilievo che si è avuto nel nostro paese, in seguito all’appello dell’Oil, è statala Conferenzaorganizzata nel maggio 2016 dallo Stato della Città del Vaticano. Una discussione di tre giorni sul futuro del lavoro svoltasi sotto la guida del cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Justitia et Pax. Ha poi fatto seguito, a metà ottobre 2016, un’iniziativa promossa dal Governo italiano, a cui hanno partecipato le parti sociali e rappresentanti dei due rami del Parlamento.

E in Europa?

Sia a livello internazionale che nel nostro continente l’appello dell’Oil sta incontrando un buona risposta. A metà febbraio si sono già avute due iniziative di rilievo cui ho avuto la possibilità di partecipare direttamente. A Berlino si è svolto un seminario sui processi di digitalizzazione cui hanno preso parte, da un lato, rappresentanti della Ces, la confederazione europea dei sindacati, e, dall’altro, quelli delle diverse confederazioni europee delle associazioni imprenditoriali delle medie e grandi imprese, delle imprese minori e delle imprese pubbliche. A Parigi il Tuac, cioè il Comitato consultivo sindacale dell’Ocse, ovvero dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha organizzato un forum su “Digitalizzazione e futuro del lavoro".

E che cosa è emerso da questi incontri?

Che la cosa importante è mettere al centro del dialogo sociale il tema del rapporto fra innovazione digitale e futuro del lavoro e quindi, prima ancora, il riconoscimento del carattere problematico di questo rapporto.

In che senso?

Immaginiamo un processo di graduale incremento dell’utilizzazione dei robot e delle procedure robotizzate nella manifattura tradizionale. Per le imprese, si riducono i costi. Però, le macchine possono produrre altre macchine, ma non possono comprare né macchine, né altri prodotti. L’idea dell’operaio addetto alla linea di montaggio di una fabbrica di automobili che, col suo stipendio, può permettersi di acquistare un’auto anche lui - sia la mitica Ford modello T di colore nero o, molti anni dopo, la nostra Fiat 600 - è l’essenza stessa del fordismo. In Europa, dopola SecondaGuerramondiale, al fordismo è stato aggiunto, per così dire, lo Stato Sociale. Ma oggi ci chiediamo: il modello sociale europeo reggerà all’impatto della digitalizzazione?

Secondo gli studi presentati a Berlino e a Parigi, tra il 50 e il 75% dei posti di lavoro oggi presenti nell’industria manifatturiera presentano un elevato tasso di sostituibilità. In particolare, ricerche dell’Ocse mostrano che in Italia il 10% dei posti di lavoro nell’industria manifatturiera potranno essere del tutto automatizzati entro il 2030. Inoltre, il 33% dei posti di lavoro nella nostra industria manifatturiera saranno interessati da cambiamenti significativi per ciò che riguarda il lavoro umano.

Ma allora cosa bisogna fare per tenere insieme i vantaggi dell’innovazione con la sua sostenibilità sociale?

Questo è l’argomento di cui si è parlato sia a Berlino che a Parigi. E la risposta, come dicevo, è che bisogna utilizzare le opportunità che vengono dal dialogo sociale e dalla contrattazione collettiva per costruire le basi del nuovo compromesso sociale. E ciò a partire dalla regolazione degli orari di lavoro, dalla formazione permanente e quindi anche dalla riqualificazione professionale dei lavoratori, dalla disponibilità diffusa delle tecnologie digitali, ovvero dalla reale possibilità di accedere a tali tecnologie, nonché dalla cornice legale in cui inserire i nuovi accordi che sono e saranno necessari.

Il fatto è che questa cornice legale oggi non c’è ed è quindi ancora tutta da costruire. Prendiamo, ad esempio, la questione posta dall’arrivo in Europa della piattaforma utilizzata da Uber per offrire alla clientela la possibilità di spostarsi in città a bordo di un’auto di proprietà altrui, nonché guidata dal proprietario. I tassisti classici hanno un’apposita licenza, pagano tasse e contributi previdenziali e, comunque, offrono una prestazione all’interno di un quadro regolatorio fortissimo. Il mezzo deve essere assicurato, deve essere tenuto in perfetta efficienza dal punto di vista della sicurezza e quindi per ciò che riguarda sia i freni che i copertoni. Ma la chiamata effettuata verso un autista sconosciuto raggiungibile attraverso la piattaforma Uber, può dar luogo tanto a evasione fiscale quanto a un lavoro irregolare privo di copertura previdenziale. Per il cliente, il vantaggio immediato potrebbe essere quello di trovare una corsa rapidamente. Ma se noi consideriamo l’ipotetico cliente nella sua figura complessiva di cittadino, possiamo dire che tale sistema, con le sue molteplici conseguenze, è realmente vantaggioso?

E se guardiamo all’insieme delle opportunità di lavoro offerte dall’insieme dei nuovi soggetti attivi nel settore dei servizi privati, quali appunto, oltre a Uber, Foodora o Airbnb, si vedrà che il lavoro regolare, contrattualizzato nonché fiscalmente e previdenzialmente corretto, evapora, scompare. Torna quindi la domanda: su queste nuove basi potrebbe tenere il modello sociale europeo? E chi è il datore di lavoro di un lavoratore non autonomo che per lavorare deve eseguire le direttive che gli vengono impartite da un computer governato da un algoritmo? Da tutto ciò si arriva a un altro interrogativo: siamo di fronte a una rivoluzione che porta progresso o a uno sconvolgimento che accentuerà diseguaglianze e squilibri?

E allora qual è la risposta sindacale a tutto questo?

Bisogna rilanciare il dialogo sociale europeo, affrontando le macro questioni dell’era digitale. E tenendo presente che tali macro questioni sono almeno quattro. Primo, effettiva disponibilità delle tecnologie digitali in rete e loro connessione (smartphone, tablet, eccetera). Secondo, globalizzazione e integrazione delle economie e dei mercati. Terzo, il cosiddetto climate change, ovvero il cambiamento climatico. Quarto, l’invecchiamento della popolazione.

Dall’interazione fra questi fenomeni problematici derivano due ambiti di attività che, generando nuovi posti di lavoro, potrebbero assorbire quelli persi fra manifattura e servizi. Uno è quello della green economy, ovvero della trasformazione in senso ambientalmente e socialmente sostenibile dell’attività produttiva. E qui stanno già nascendo nuove professioni, come quelle degli ingegneri ambientali e dei green data analysts. L’altro è quello della cura delle persone anziane, un settore dove sono già richiesti - e sempre più lo saranno in futuro - professionalità come quelle di infermieri, fisioterapisti, massaggiatori, badanti.

Questo, mi par di capire, può essere vero in generale e, in particolare, per ciò che riguardi il settore dei servizi alla persona. Ma non servono misure più specifiche per l’industria?

Certo, qui è necessario muoversi in due direzioni. Da una parte, è necessario puntare verso una redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali. Dall’altra, verso una riduzione degli orari di lavoro. Sul primo punto mi limito qui a ricordare chela Ces,la Confederazioneeuropea dei sindacati, ha lanciato una campagna per l’aumento generalizzato dei salari in Europa. Quanto alla riduzione degli orari di lavoro, diventa ormai la questione paradigmatica rispetto alla ricerca di un nuovo equilibrio fra innovazione tecnologica, lavoro umano e tempo di vita.

 

E come pensano i sindacati riuniti nella Ces di perseguire questi obiettivi?

Per ciò che riguarda i salari, bisogna tenere insieme l’iniziativa contrattuale con l’iniziativa politica. Da un lato, infatti, servono politiche pubbliche che partano da una rivisitazione della politica dei redditi. E dico rivisitazione perché quello che ci serve ancora della politica dei redditi è l’idea che sia utile e possibile governare una crescita delle retribuzioni reali. Naturalmente, ciò che è cambiato rispetto al quadro classico della politica dei redditi sta nel fatto che, in origine, tale politica era stata progettata anche allo scopo di evitare che tale crescita, qualora fosse superiore alla crescita della produttività media, provocasse a sua volta una crescita eccessiva dell’inflazione; oggi siamo invece in uno scenario del tutto diverso, caratterizzato semmai, come è noto, da un’inflazione troppo bassa.

Alla leva della contrattazione nazionale bisogna poi affiancare quella della contrattazione a livello d’impresa. Infatti, tematiche quali quella del rapporti fra orari e turni di lavoro, oppure quella del rapporto fra quantità e qualità della prestazione in un ambiente digitalizzato, possono essere meglio affrontate in relazione alle problematiche vissute nelle singole aziende o, addirittura, in un singolo stabilimento di un grande gruppo.

Può farci qualche esempio?

Rispetto al rapporto fra lavoro umano e impiego delle nuove tecnologie, ci sono molte problematiche che sono ancora in gran parte insondate. Ad esempio, c’è il problema della connessione. Infatti, le nuove tecnologie consentono a un’impresa di essere in costante contatto sia con i suoi dipendenti che lavorano fisicamente all’interno di un locale di proprietà dell’impresa stessa, sia con quelli che operano da remoto. Ebbene, i lavoratori devono accettare di essere sempre connessi, al limite h 24, oppure hanno diritto alla disconnessione? Oggi come oggi, in pratica, per i lavoratori della cosiddetta Gig Economy questo diritto alla disconnessione non esiste. E ancora, rispetto a chi presta la sua opera - in tutto o in parte - da remoto, fino a dove possono spingersi i controlli effettuati da parte del datore di lavoro? Insomma, mi pare evidente che siano necessari accordi specifici che regolino il rapporto fra impresa e dipendenti rispetto a questi nuovi nodi problematici. E, infatti, non è un caso che, prima che in nuovi contratti nazionali, di questo tipo di problemi si sia discusso proprio a livello di grande gruppo. E’ ciò che è successo in Germania alla Volkswagen o in Francia alla Orange, grande impresa attiva nel campo dei servizi telefonici.

A tutto questo bisogna poi aggiungere un’altra macro questione: quella del diritto soggettivo alla formazione. Non credo ci sia bisogno di spendere molte parole per sostenere che siamo ormai in una fase della storia economica in cui l’accelerazione dei processi di innovazione fa sì che lo stesso lavoratore, nel corso della sua vita lavorativa, deve essere in grado di utilizzare diverse tecnologie anche nello stesso ramo produttivo. Oppure, deve essere in grado di passare da un ramo all’altro qualora l’innovazione porti alla riduzione o alla cancellazione dei posti di lavoro connessi a un dato tipo di attività produttiva. E la formazione professionale continua, che in alcuni casi può dar luogo a semplici aggiornamenti, in altri a processi formativi ex novo, è l’unico strumento che consente di affrontare i problemi tipici di questa stessa fase.

Torniamo all’Italia. Cosa si sentirebbe di dire se partecipasse a un dibattito interno al nostro Paese?

Che uno Stato come l’Italia, se volesse affrontare davvero questa problematica, dovrebbe costruire e adeguatamente finanziare, almeno per i prossimi dieci anni, un fondo per l’innovazione e la trasformazione industriale. Perché non basta affrontare la problematica che va sotto il nome di Industria 4.0 offrendo incentivi fiscali alle imprese che decidono di fare la scelta dell’innovazione digitale. Questa è una cosa buona ma, ripeto, non sufficiente. Occorre anche progettare e realizzare un fondo che serva ad accompagnare il cambiamento tecnologico, incentivando le imprese che realizzino accordi innovativi sulle problematiche di cui abbiamo parlato sin qui.

Del resto, in giro per l’Europa ci sono già degli esempi da cui si può trarre ispirazione. Ancora alla Volkswagen, il Betriebsrat, ovvero il Consiglio di fabbrica, ha creato un fondo per l’innovazione utilizzando risorse finanziarie messe a disposizione dall’Azienda per compensare gli effetti della riduzione forzata dell’orario di lavoro. Questo fondo viene utilizzato, da un lato, per la formazione sindacale, ovvero per formare quadri sindacali culturalmente attrezzati ad affrontare i problemi negoziali connessi alla digitalizzazione e, dall’altro, per incoraggiare i singoli lavoratori a superare il cosiddetto analfabetismo tecnologico, familiarizzando con gli strumenti di scrittura, ricerca e comunicazione prodotti grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali.

Il punto è che nell’economia digitale non deve esserci spazio per precariato, sottosalario, lavoro povero e non tutelato. E questo perché il lavoro digitalizzato deve essere un lavoro di qualità e di qualità devono essere gli accordi che regolano le modalità della sua prestazione, nonché le tutele che lo proteggono e la sicurezza sociale che gli fa da cornice. Insomma, c’è e ci sarà molto da fare, sia per il Governo che per le imprese e per i sindacati.

@Fernando_Liuzzi


29 Marzo 2017
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