Il segretario della Cgil romana rilegge il "caso Palermo" alla luce di quanto gia accaduto a fine 2016 nel call center della capitale, e avverte: e' un precedente pericoloso nella gestione di qualunque altra crisi futura Azzola, Almaviva un cavallo di Troia che rischia di minare alla base i diritti

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Azzola, Almaviva un cavallo di Troia che rischia di minare alla base i diritti


Si apre un nuovo capitolo della complicata vicenda Almaviva, il gruppo di telecomunicazioni di proprietà della famiglia Tripi. Questa volta è il  sito di Palermo a finire sotto le luci dei riflettori. Il 12 maggio infatti è stato raggiunto un accordo, che interessa 2.900 lavoratori, tra le segreterie territoriali di Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Ugl Tlc e la Rsu dello stabilimento palermitano e la società di telecomunicazioni. L’intesa, simile nei contenuti a quella di Napoli, prevede il ricorso alla Cigs, un taglio alla retribuzione prevista dal contratto di settore e il sostanziale azzeramento della maturazione del Tfr.

Una situazione che, per Michele Azzola, segretario generale della Cgil Roma e Lazio, era in parte prevedibile. "Roma e Napoli - spiega Azzola - non potevano essere due casi isolati, che una volta conclusi, non avrebbero avuto effetti collaterali, oltre che alle drammatiche conseguenze per gli addetti dei due siti. Il punto centrale dell’intera questione è che il management di Almaviva ha condotto un gioco al ribasso per quanto riguarda il costo del lavoro, dal momento che rappresenta, tra le spese, la voce più considerevole, con un peso che si aggira intorno all’80%”.

“Le intese raggiunte nel capoluogo campano e in quello della Sicilia - prosegue il sindacalista- vanno nella direzione di contenere proprio questa voce, con esisti negativi sia per i lavoratori che per il mercato. Non si può andare al di sotto dei parametri contenuti nel contratto collettivo. Questo infatti non solo si innalza a tutela e garanzia del lavoratori, ma costituisce un argine anche contro una scorretta concorrenza sul mercato. E gli esiti che si stanno verificando a Palermo sono proprio il risultato del mancato rispetto dei paletti imposti dal contratto collettivo”.

“Una sua deroga peggiorativa, che proceda verso una riduzione, il più possibile sostanziosa, del costo del lavoro, comporta l’insorgere di diverse situazioni. Da una parte, ogni nuova crisi sarà gestita, dall’azienda di turno, sull’esempio di Almaviva, andando a minare i diritti dei lavorati. Dall'altra si verranno a creare situazioni di dumping sul mercato, per cui l’impresa, capace di comprimere il costo del lavoro, acquisirebbe un vantaggio competitivo sulle altre, ad esempio per quanto riguarda l’assegnazione degli appalti. Una situazione, in parte simile, a quella verificatasi con gli incentivi fiscali del Jobs Act”.

“In tutto questo - continua Azzola - il caso Almaviva può rappresentare una sorta di cavallo di Troia,  creando un precedente estremamente pericoloso. Inoltre è possibile che si giunga allo stesso epilogo di Napoli e Palermo in altri stabilimenti, come ad esempio a Milano o Catania”.

“Il ragionamento - incalza il sindacalista - per cui meglio mantenere un lavoro, anche con una retribuzione diminuita, piuttosto che essere licenziati, slegato da qualsiasi contesto, potrebbe avere una sua logica. Ma si tratta di una logica nefasta. Almaviva ha avuto, e forse continuerà ad avere strada libera nel porre i lavoratori dinnanzi al ricatto tra l’avere un’occupazione, anche se depauperata di certi diritti, o non averla”.


“Il sindacato - conclude Azzola -  non ha avuto forse la giusta reazione, ma le istituzioni non hanno compreso la pericolosità della situazione, e non sono state in grado di arginare quel circolo vizioso per il quale in presenza di ogni nuova crisi aziendale si prospettano solamente due strade: o, da una parte, accettare le  nuove condizioni, anche se peggiorative, o, dall’altra, trovarsi davanti al baratro del licenziamento”.

 

Tommaso Nutarelli


19 Maggio 2017
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