Nella relazione di apertura del congresso, Marco Bentivogli indica la rotta a un sindacato che, malgrado le difficolta’ dei tempi, deve volare alto, pronto a rimettersi in gioco per non perdere di vista i cambiamenti. Dalla Fim Cisl la ‘’lezione del calabrone’’

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SINDACATO

Dalla Fim Cisl la ‘’lezione del calabrone’’

Argomento: Fim Cisl, Sindacato
Autore: Massimo Mascini

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Lo slogan del congresso della Fim Cisl è “Aggiungi la tua voce”, Add your voice. Una scelta giusta, perché sintetizza il segnale che Marco Bentivogli, segretario generale dei metalmeccanici della Cisl, ha voluto dare al mondo del lavoro. Un segnale di sveglia, per ripartire e portar fuori dal ghetto nel quale si è trovato il sindacato. Facendolo con un coinvolgimento delle persone, dei lavoratori, dei giovani. Un compito difficile, duro, che però non può essere evitato se si vuole cogliere il risultato. Un compito fatto di scelte complesse, ma, appunto, ineludibili.

Il problema del sindacato, di una parte del sindacato, ha tenuto a specificare Bentivogli, è che a un certo punto ha smesso di occuparsi dei nodi cruciali della vita delle persone, e specificatamente del lavoro, andando dietro a totem, ideologie, bandierine. La Fim non ha nulla contro le ideologie, a patto che non impediscano di vedere la realtà. Ed è invece quello che è successo, ha spiegato, quando alla democrazia rappresentativa è stata preferita la democrazia diretta. Un errore perché la democrazia rappresentativa è più controllabile e verificabile e perché in questo modo si è negato protagonismo e consapevolezza alle persone, parlando a nome loro e così imbrogliandole. Di qui la richiesta di una legge sulla rappresentanza, sindacale e padronale, che restituisca funzionalità ai soggetti delle relazioni industriali.

Bentivogli se l’è presa con il sindacato burocratico e con quello salottiero-ideologico, che a suo dire hanno aiutato la frantumazione del mondo del lavoro. Un tessuto strappato, che va ricucito, con l’impegno civile, con il ritorno ai valori di fondo del sindacato, con una massima attenzione alle persone. Senza mai dimenticare che la bolla speculativa populista che ha agito da distruttore dell’insieme dei valori di fondo della democrazia nasce da un gap culturale. E’ proprio dall’accesso al sapere, alla cultura, all’accesso all’istruzione, alla partecipazione e all’informazione corretta che si misurano le disuguaglianze. Ed è da lì allora che occorre ripartire per eliminare quel ritardo.

E per avviare questo processo di verità Bentivogli ha sfatato alcune false credenze. La prima è quella sulla globalizzazione, che sarebbe per troppi alla base di tutti i mali, mentre, ha ricordato, ha liberato 2 miliardi di persone dalla povertà,  riequilibrando le condizioni planetarie. La seconda è sulla tecnologia, accusata di rubare lavoro. Mentre invece, se è vero che distrugge lavori sostituibili dalle macchine, ne crea anche molti di nuovi, come è sempre avvenuto. Bentivogli ha ricordato che in Italia alcuni settori, come quello degli elettrodomestici, hanno subito pesanti ridimensionamenti proprio perché vi è stato poco investito, perché non è stata introdotta la tecnologia in grado di rendere i prodotti più concorrenziali.

Cosa chiede allora Bentivogli? Un sindacato che sia in grado di ripensare l’impresa e che si poggi su un lavoratore sempre più professionalizzato e per questo capace di inserirsi nella vita della fabbrica. Un sindacato che sia in grado di contrattare l’organizzazione del lavoro e i suoi orari. Certo non un sindacato antagonista, in quanto tale incapace di svolgere relazioni industriali partecipative e includenti. Un sindacato più europeista, più partecipativo, più attento alle esigenze dei lavoratori, pronto a rimettersi in gioco per non perdere di vista i cambiamenti che avvengono nel mondo del lavoro e non solo.

Un sindacato fuori del mondo, un’altra utopia che aiuta la separazione tra le rappresentanza sindacali e il mondo del lavoro? Bentivogli crede che sia possibile questa trasformazione, fermamente, e la sua storia personale, specialmente da quando due anni fa ha preso la direzione della Fim, sta a dimostrarlo. Il compito è comunque davvero di difficile declinazione perché sono gli stessi lavoratori spesso a non crederci. Ma proprio per questo è un bene che un sindacato di attacco come la Fim voli alto, per non far cadere e decadere gli ideali, per mantenersi in linea con i nemici che deve combattere, spesso fatti di rinunce, di ripensamenti, di scarsa fiducia. Vince chi combatte e se non si hanno le ali bisogna volare lo stesso. E non è un caso se era Pierre Carniti a ricordare il paradosso del calabrone: che non potrebbe volare considerando il peso corporeo e la dimensione ridotta delle sue ali. Però vola lo stesso. 

Massimo Mascini


07 Giugno 2017
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