Ci sono state grandi manifestazioni di giubilo per una novità che riguarda i ticket restaurant. Si tratta della norma che facilita ulteriormente la spesa di questi valori nei supermercati. E si mescola questa roba e tanto altro sotto il titolo welfare aziendale. Welfare e no

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Welfare e no


Ci sono state grandi manifestazioni di giubilo per una novità che riguarda i ticket  restaurant. Si tratta della norma che facilita ulteriormente la spesa di questi valori nei supermercati. E si mescola questa roba e tanto altro sotto il titolo welfare aziendale.

Ma cosa c’entra il welfare e soprattutto è davvero un progresso?

Si ricordi che nei Contratti di lavoro è previsto il diritto alla mensa, in sua sostituzione la indennità di mensa a sua volta sostituita dai ticket. E’ considerabile un progresso passare dalla mensa al portarsi il panino da casa e spendere i ticket al supermercato? Io dico di no.

Più in generale cosa c’entra con l’idea di welfare una situazione per la quale una parte del tuo salario (non pensionabile) la puoi incassare in buoni per l’acquisto di beni o prestazioni? Questi beni o prestazioni non si possono comprare con la retribuzione in denaro?

Ma c’è un incentivo dello Stato. Questa parte di retribuzione, in quanto corrispondente a criteri dettati dalla Legge, è esente da contribuzione sociale e dal pagamento di Irpef. Sicché abbiamo lo scenario grazie al quale le aziende e i lavoratori che stanno meglio perché gli si applica il Contratto nazionale di lavoro e l’andamento dell’azienda gli permette una ulteriore contrattazione decentrata più o meno ricca, godono di una erogazione finanziaria dello Stato. Invece gli altri che magari stanno sotto anche i minimi contrattuali si arrangino.

I governanti predicano che l’interesse pubblico sta nel diffondersi della contrattazione di secondo livello e di relazioni partecipative nelle imprese. E si adduce a prova di questo risultato una sorta di boom della contrattazione decentrata. Ma non vi viene in mente che tanto di questo boom può derivare da operazioni di imbellettamento di contrattazione preesistente per adeguarla alle norme che permettono l’incasso degli incentivi?

Del resto contrattazione decentrata e partecipazione nell’impresa non possono che essere il risultato di convenienze reciproche riconosciute dalle parti. E’ allora che ci può essere davvero progresso senza trucchi. Se no siamo semplicemente alla elusione fiscale.

Altro è il welfare a tutti i livelli. Esso si ha quando sussistono forme mutualistiche grazie alle quali tutti si paga e ottengono benefici coloro che hanno dei bisogni da tutti riconosciuti meritevoli di sostegno. E’ il caso dei Fondi sanitari integrativi o delle Mutue. Tutti si paga; chi ha bisogno si avvale delle prestazioni previste. Quasi tutti i Contratti di categoria hanno promosso Fondi sanitari integrativi. In qualche situazione in aziende o realtà territoriali la contrattazione ha destinato ulteriori risorse per erogare più prestazioni. E’ il caso dell’artigianato in Lombardia e del commercio nel Lazio. Si può discutere della congruità delle prestazioni (per esempio è per me un mistero perché Cassa Colf abbia previsto un aiuto annuo fino a 1.300 Euro per forme oncologiche maligne). Ma non è in dubbio che i lavoratori destinatari ne siano abbastanza soddisfatti.

Più in generale il limite più evidente di queste forme mutualistiche, salvo pochi casi, è che quando vai in pensione o lasci comunque il lavoro ti fanno ciao. E’ quando arrivi alla pensione che si accrescono i tuoi bisogni di assistenza sanitaria. Del resto la norma impone ai fondi di destinare almeno il 20% della spesa in prestazione odontoiatriche e di LTC (Long Term Care). Solo pochi fondi spendono risorse per LTC, ma di fatto riguardano sempre persone in servizio.

Un tentativo di guardare oltre categoria e azienda si ha in Emilia-Romagna con il “Patto per il lavoro” stipulato il 4 agosto 2015 e firmato dalla Regione, tutte le parti sociali, tutte le istituzioni (perfino l’ufficio scolastico regionale).

Nelle oltre trenta pagine del testo è anche detto: “sarà compito della Regione facilitare, nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, processi di diffusione di esperienze anche innovative di contrattazione di welfare aziendale e territoriale integrativo”.

E poi: “Dando seguito agli impegni assunti nel programma di mandato, nell’ambito della programmazione strategica del Servizio Sanitario Regionale, fermo restando la titolarità contrattuale delle OO.SS. e delle AA.II. firmatarie, nonché la necessaria condivisione e la verifica sulla possibilità e praticabilità, di una sperimentazione per l’istituzione di un fondo regionale per la sanità integrativa per l’erogazione di prestazioni extra LEA. Fondo alimentato dalla contrattazione nazionale, articolata e da risorse aggiuntive derivanti dall’adesione dei cittadini anche non lavoratori. Confermando comunque che il riferimento anche per adesioni di carattere contrattuale va inteso in termini di volontarietà. Le risorse saranno collegate al SSR attraverso meccanismi di convenzionamento.”

Non si hanno notizie sugli sviluppi di questo impegno. Sono persuaso che quello territoriale sia il livello più idoneo per mettere insieme forze e risorse. Resto scettico intorno all’idea che alle imprese si possa chiedere di pagare tre volte. Cioè per il welfare nazionale di categoria, per quello aziendale e pure per quello territoriale.

Ed è improbabile che soluzioni territoriali per non autosufficienza con misure di LTC generali possano nascere in misura rilevante senza interventi e indicazioni di efficacia nazionale.


18 Settembre 2017
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