Intervistato da Il Diario del Lavoro, Antonio Di Franco, segretario nazionale della Fillea Cgil, fa il punto sullo stallo nella trattativa per rinnovo del contratto nazionale degli edili: un passaggio fondamentale per il rilancio del settore dopo la crisi e per una nuova politica salariale che incrementi i consumi. Di Franco (Fillea Cgil), rinnovare il contratto per combattere l’illegalità e rilanciare i salari

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EDILIZIA

Di Franco (Fillea Cgil), rinnovare il contratto per combattere l’illegalità e rilanciare i salari

Argomento: Cgil, Edili
Autore: Tommaso Nutarelli

“Il rinnovo del CCNL è un aspetto cruciale per tutto il comparto, perché così si può combattere l’illegalità, rilanciare la politica salariale e dare attuazione a quel profondo processo di cambiamento e innovazione”. Antonio di Franco, segretario nazionale della Fillea Cgil, parla con il Diario del lavoro della situazione di stallo nella quale si trova, da mesi, il rinnovo del contratto del settore edile e della necessità di arrivare, il prima possibile, ad una soluzione.

Di Franco, quali sono i motivi di questo blocco, e a che punto sono le trattative?

La fase di stallo che sta interessando le trattative è data, in parte, dalla situazione che stanno vivendo alcune categorie di rappresentanza dei datori di lavoro, come Ance, dove c’è stato un avvicendamento ne vertici. Ci sono stati, nei mesi scorsi, diversi tavoli d’incontro, nei quali abbiamo presentato la nostra piattaforma, con i punti a nostro avviso cruciali per il rilancio dell’intero comparto, come la formazione e l’attenzione alle nuove figure professionali, il contrasto all’ illegalità. Abbiano inoltre sempre sostenuto la necessità che tutti gli attori coinvolti si sforzassero di muoversi in modo unitario nella stessa direzione. Questo, ad un certo punto, non è stato più possibile, ed ecco così giunti a questa situazione di stasi, che ci auguriamo possa sbloccarsi al più presto. L’urgenza è data dal fatto che il settore edile sta attraversando un momento di grande cambiamento, e riteniamo che la spinta verso questo cambiamento possa essere data proprio dal rinnovo del contratto collettivo nazionale.

In che modo il CCNL può essere un propulsore al cambiamento?

Il rinnovo del contratto collettivo deve essere una cornice all’interno della quale dar seguito a tutta una serie di prassi consolidate e, contestualmente, gettare quelle basi per dar corpo a quel profondo processo di rinnovamento che sta attraversando l’intero comparto. Come prima cosa  bisogna rivalorizzare quegli istituti storici, dai quali il nostro settore non può prescindere. Mi riferisco al ruolo svolto dagli enti bilaterali, che rappresentano sia dei veri e propri presidii alla legalità e alla regolarità nel  territorio, in modo da evitare il diffondersi di tutte quelle forme di lavoro nero e irregolare, sia realtà atte alla diffusione della formazione per la sicurezza e la prevenzione sui luoghi di lavoro, che nel nostro comparto sono di vitale importanza. Quello che dobbiamo capire è che l’edilizia di una volta non c’è più, ma sta cambiando pelle. Si parla sempre di più di un’edilizia dell’ambiente, che richiede nuove competenze. Il contratto collettivo deve farsi interprete di questo cambiamento e garante delle norme che disciplinano l’intero settore.

Su quale percorso dovrà essere guidato il comparto edile dal nuovo contratto nazionale?

Dobbiamo essere in grado di rispondere alle esigenze della domanda: a partire da un’attenzione maggiore al tema della messa in sicurezza del territorio, basti pensare a tutta la problematica legata al dissesto idrogeologico. E una cultura del lavoro che spinga in questa direzione non può fare a meno di salvaguardare il rispetto delle regole all’interno dei cantieri e l’attenzione verso i percorsi formativi. Come secondo punto, ma non meno importante, c’è il tema dell’aumento dei salari. Se vogliano far ripartire i consumi, non possiamo non intervenire sul rafforzamento del potere di acquisto dei lavoratori, poiché riteniamo che chi lavoro in questo comparto costituisca una parte strategica dell’intero paese. Siamo pronti a rispondere alle sfide e ai cambiamenti che il mercato ci chiede di operare, ma per farlo dobbiamo ripensare una nuova politica salariale. Bisogna, inoltre, prestare attenzione a tutte quelle nuove competenze, che sono sempre più necessarie all’interno del settore edile. Infine non va dimenticato neanche il tema del turn over. La battaglia che stiamo portando avanti sull’innalzamento dell’età pensionabile, non può non riguardare un settore come quello delle costruzioni altamente logorante per i lavoratori. Per questo abbiamo inserito, all’interno della nostra piattaforma, l’istituzione sia di un fondo per la sanità integrativa nazionale, che offra delle prestazioni uguali in tutto il territorio, sia di uno pensato per accompagnare i dipendenti alla pensione, e favorire così l’ingresso di quelle nuove professionalità, alle quali prima abbiamo fatto riferimento. Il rinnovo del contratto deve dunque rappresentare un rilancio e una ricostituzione dell’intera filiera, dopo gli anni della crisi, durante i quali c’è stata una forte messa in discussione del contratto nazionale. A nostro avviso il CCNL è l’unico strumento capace di dare una risposta alle sacche di irregolarità che con sempre maggiore incidenza si riscontrano nei luoghi di lavoro.

Quali sono le irregolarità delle quali parla?

Stiamo frequentemente assistendo, all’interno dei cantieri sia pubblici che privati, a delle dinamiche di dumping salariale che vanno a minare l’intero settore. In questo modo si da adito a tutta una serie di pratiche di concorrenza sleale, perché si tende ad un’eccessiva e illegale riduzione del costo del lavoro. Ne escono danneggiate le imprese che rispettano le regole, e anche i lavoratori, dal punto di vista delle dinamiche salariali e della sicurezza. Stiamo ricevendo molte segnalazioni, soprattutto dalla zone colpite dal terremoto, che denunciano come per la realizzazione di opere, che rientrano a pieno titolo all’interno delle lavorazioni edili, per le quali viene applicato, da parte delle imprese, un contratto multiservizi o, addirittura, floro-vivaistico. Queste sono situazioni nella quali è palese il dumping contrattuale, messe in atto per comprimere i costi e dar vita ad una concorrenza sleale. Ecco perché riteniamo che il rinnovo del contratto nazionale possa rappresentare l’unica soluzione per arginare questi fenomeni sempre più diffusi. Allo stesso tempo il lavoro nero costituisce un’ulteriore piaga che colpisce l’edilizia, con punte del 40% in certe aree del sud. Bisogna dunque rilanciare una cultura del lavoro e una cultura della legalità, soprattutto dopo gli anni di crisi, dove la dignità del lavoro è stata oggetto di atti di sciacallaggio.  

Con quali strumenti è possibile contrastare questi episodi di illegalità?

Il primo strumento è il contratto nazionale, perché offre una cornice istituzionale nella quale si hanno poi tutta una serie di ulteriori “utensili” per prevenire episodi di lavoro nero o dumping salariale. Bisogna sottolineare come la ricchezza e la complessità del contratto dell’edilizia servano proprio a offrire degli elementi di controllo del rispetto delle regole. Nello specifico abbiamo chiesto che nel nuovo contratto il Durc diventi un Durc per congruità, ossia che sia in grado di valutare e certificare il reale apporto della manodopera. Detto altrimenti: se per costruire una palazzina di quattro piani l’impresa denuncia solo quattro lavoratori, c’è un sospetto fondato che buona parte della manodopera sia in nero. L’introduzione di un meccanismo che valuti la reale incidenza della manodopera sul valore dell’opera, e che passi attraverso il Durc, è un punto in più di controllo. Gli oltre 800mila lavoratori che, dall’inizio della crisi, non risultano più essere iscritti alle nostre casse edili, non si sono volatilizzati: molti sono andati ad alimentare il mercato del lavoro nero. E questo è un punto che dovrebbe stare a cuore anche alle imprese sane. Le stesse modifiche normative introdotte negli ultimi anni, che hanno inciso proprio sul Durc, hanno avuto delle ripercussioni su queste dinamiche. Esempio concreto: nel 2014, per motivi di semplificazione, il Durc è diventato on line. In questo modo non e’ più  legato al cantiere ma all’impresa. La valenza di questo nuovo Durc è di 120 giorni, e non più di 90, ma soprattutto non è più controllabile in maniera attuale e costante. È possibile dunque che, in questo arco di tempo, l’impresa è di per sé regolare, perché ha ricevuto il Durc, ma non lo sono i lavoratori all’interno del cantiere, e nessuno va a controllare. Ecco perché nella nostra piattaforma abbiamo ribadito con forza il tema della congruità e il controllo effettivo delle dinamiche avvengono in un cantiere. È all’intero del perimetro del contrattato nazionale che si possono innescare delle dinamiche di controllo, oltre a quelle previste dagli organi competenti.

Se al livello nazionale siamo dunque in una fase di stallo, segnali positivi arrivano dai territori, come la firma del contratto interprovinciale dell’edilizia di Padova, Treviso e Vicenza. Quali sono i contenuti del documento?

Il contratto “PaTreVi” interessa una platea di 13mila lavoratori, distribuiti su 1.500 aziende. È un testo molto innovativo, innanzitutto perché ha ripreso alcuni temi contenuti nella nostra piattaforma, prima fra tutti la necessità che il contributo di gestione, pagato in grossa parte dalle imprese in una minima dai lavoratori, almeno un terzo di questo contributo sia destinato alle prestazioni della manodopera, proprio per rimettere al centro della nostra bilateralità il ruolo del lavoratore. L’accordo prevede anche misure di welfare, come un fondo sanitario integrativo, per offrire una tutela più ampia alla forza lavoro. Inoltre l’accordo si muove nell’ottica di razionalizzare l’intero sistema, perché quando si mettono insieme tre realtà provinciali è chiara la volontà di ricercare delle regole comuni che possano rilanciare tutto il settore. Un contratto che assume una rilevanza maggiore proprio perché siamo in una fase nella quale la partita sul contratto nazionale è ancora tutta da decidere.

Questo contratto sancisce dunque un ribaltamento del ruolo della contrattazione di secondo livello a discapito di quella di primo livello, o, semplicemente, che sul piano territoriale le cose vengono fatte con un passo diverso?

Un ribaltamento non direi, perché il nostro settore si struttura da sempre su un doppio binario di contrattazione. Ma questo contratto ha avuto il merito e la lungimiranza di comprendere che un accordo interprovinciale potesse essere la giusta soluzione per rilanciare tutto il comparto. Il “PaTreVi”, ripeto, è un tassello importante per scardinare l’impasse che stiamo vivendo al livello nazionale, tuttavia, sul piano dei contenuti, recepisce delle linee che noi avevamo già evidenziato nella nostra piattaforma, pur riuscendole a declinare in maniera innovativa sul territorio.

A questo punto quali sono i prossimi passi da compiere per il rinnovo del contratto e gli scenari futuri?

Se entro novembre non avremo delle risposte in merito, l’unica soluzione sarà la mobilitazione. Quello che più volte abbiamo chiesto è che tutte le parti coinvolte si muovano verso la stessa direzione, che vuol dire rinnovare il contratto per ripensare la politica contributiva dei lavoratori e rafforzare così il loro potere d’acquisto, rilanciando i consumi, combattere l’illegalità, e dare seguito a quel processo di cambiamento e innovazione che l’intero comparto sta attraversando.

Tommaso Nutarelli

 


06 Ottobre 2017
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