Presentato presso la sede della Cgil Roma e Lazio, il rapporto “Immigrazione e sindacato” tratteggia una situazione nella quale il mercato del lavoro evidenzia forti sacche di ghettizzazione per i lavoratori stranieri. Il sindacato dovrebbe farsi carico di eliminare le disuguaglianze e garantire un pieno rispetto dei diritti Immigrazione e sindacato, storia di un rapporto ancora da costruire

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LAVORO E DIRITTI

Immigrazione e sindacato, storia di un rapporto ancora da costruire


Immigrazione e lavoro, due mondi che possono sembrare, in apparenza, distanti, ma che in questi ultimi anni hanno subito la stessa retorica incentrata sull’abbattimento dei diritti e delle tutele. È questo lo scenario tratteggiato nell’VIII Rapporto “Immigrazione e sindacato. Nuove sfide, universalità dei diritti e libera circolazione”, presentato ieri a Roma presso la sede della Cgil Roma e Lazio.

I diritti costituiscono un elemento di dialogo e, contemporaneamente, di separazione e distanza tra i flussi migratori e il mondo del lavoro. Perché se quest’ultimo dovrebbe costituire il luogo nel quale una piena tutela ed esaltazione dei diritti dovrebbe portare all’affermazione della persona come cittadino e lavoratore, dall’altra parte, invece, il migrante sta diventando sempre più il simbolo di una negazione assoluta di questi diritti. E il problema sorge proprio nel momento in cui immigrazione e lavoro si incontrano. Il sindacato si trova così a giocare un ruolo cruciale come fattore di intermediazione tra questi due mondi, e realtà dove potersi formare per rivendicare ed esercitare appieno i diritti.

“I diritti non sono un qualcosa di astratto e aleatorio - ha sottolineato Luigi Ferraioli, docente di Filosofia del diritto all’Università Roma Tre, intervenuto al dibattito - ma sono sempre il prodotto del loro esercizio concreto”. Le difficoltà maggiori sorgono quando mancano gli strumenti adeguati per poterli reclamare e attuarli in modo consapevole. Nel rapporto la prima problematica segnalata è quella di far comprendere a molti lavoratori stranieri che cosa sia il sindacato, poiché si tratta di persone che provengono da paesi nei quali la tutela dei diritti sindacali non è presente. Manca dunque la necessaria formazione, sindacale e linguistica,  per poter capire determinati meccanismi, e avere così un maggior potere di voice. Il secondo fattore di criticità è se e come il sindacato sia in grado di poter intercettare i bisogni e le necessità dei lavoratori stranieri.

Lo studio ha infatti evidenziato come una percentuale molto alta di migranti venga “risucchiata” in specifici settori e occupazioni, come colf, badanti, agricoltura e piccole imprese edili, dove la presenza del sindacato è molto limitata, e dove c’è, da parte della cultura sindacale, una reale difficoltà nel penetrare e farsi spazio. Il rapporto, ancora in fieri, tra immigrazione e sindacato si gioca dunque su questi due aspetti. Permane inoltre il problema di come i migranti riescano a collocarsi all’interno del mercato del lavoro. Su dieci lavoratori stranieri, ben otto (80%) sono occupati in mansioni che hanno un grado di qualifica inferiore rispetto al loro percorso di studi. Una percentuale elevatissima, specie se paragonata ai lavoratori italiani.

La questione si fa ancor più complessa se spostiamo l’asse sulle seconde generazioni. Il rapporto evidenzia, infatti, una difficoltà oggettiva da parte degli attori del mercato del lavoro nel riconoscere titoli e qualifiche dei lavoratori stranieri, per cui si innesca quel processo di sottoqualificazione della manodopera appena descritto. Una situazione che invece non dovrebbe verificarsi per le seconde generazioni, che non sono il frutto di una migrazione, poiché sono nate in Italia ed hanno compiuto il loro percorso di formazione nel nostro paese. Il lavoro rappresenta, per molti, quel trampolino di lancio per un riscatto sociale, grazie al riconoscimento dei propri diritti di cittadino e lavoratore. Ma se, da una parte, questo è il desiderio, dall’altra mancano le condizioni affinché questa aspirazione possa concretizzarsi. Uno dei motivi va ricercato nell’assenza di modelli positivi, per cui le seconde generazioni non vedendo un lavoratore straniero in posizioni apicali, o venendo meno un reale riconoscimento delle competenze e dell’esperienza che un lavoratore straniero può apportare, si sentono già in partenza demotivati nell’intraprendere un determinato percorso.

Nel corso dei dibattito romano, sono intervenuti rappresentati di diverse categorie, per descrivere e fare il punto sulla presenza e le condizioni dei migranti in settori economici nevralgici. Percentuali che se fotografano, nello specifico, la situazione nel Lazio, possono riflettere benissimo il contesto nazionale. L’elemento in comune che attraversa queste diverse realtà è la richiesta, da parte dei lavoratori stranieri, non solo di una maggiore presenza delle organizzazioni sindacali sui luoghi di lavoro, ma anche di mettere a disposizione quella formazione indispensabile, che permetta loro di muoversi autonomamente nel mercato del lavoro.

L’agricoltura si conferma il settore nel quale la presenza degli stranieri è la più elevata, come ha sottolineato Sara Taranto, segretaria Flai Cgil Roma e Lazio. Infatti più del 60% dei braccianti è di origine non italiana. Percentuali altrettanto alte si possono ritrovare nel settore dell’edilizia, dove più della metà della forza lavoro impiegata è straniera. Dati in linea e  riscontrabili anche nel settore dei  trasporti, soprattutto nella logistica e nel comparto merci. Inoltre, più della metà della lavoratori che operano in questo comparto, ha sottolineato Cecilia Casula, segretaria Filct Cgil Roma e Lazio, sono assunti all’interno degli appalti, piuttosto che nell’impresa stessa.

Una quadro che conferma una logica di “ghettizzazione” dei lavoratori stranieri in aree ben specifiche del mercato del lavoro, dove c’è una maggiore difficoltà nell’esercizio e nella tutela dei diritti sindacali, e dove, anche per questa ragione, si creano vere e proprie sacche di illegalità e sfruttamento.  

Permangono dunque ancora delle tinte chiaro scure nel rapporto tra i lavoratori stranieri e il sindacato. Infatti, se quest’ultimo costituisce per molti l’unico spazio nel quale essere ascoltati e dove potersi muovere in un contesto di reale democrazia, contestualmente perdura ancora una certa distanza tra le associazioni di rappresentanza e alcune realtà del mondo lavoro. La vera sfida, oggi, consiste dunque nel traslare i diritti di cittadinanza e sindacali, riconosciuti dalla carta costituzionale, in un reale miglioramento delle condizioni di tutti i lavoratori, anche stranieri.

Tommaso Nutarelli   


20 Ottobre 2017
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