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Cgil, la vertenza Almaviva si avvia verso i tribunali


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Almaviva - Lettera 1

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Si è aperto un nuovo capitolo della travagliata vicenda di Almaviva, società di call center in mano alla famiglia Tripi. Questa volta a finire nel mirino sono 43 neomamme dello stabilimento di Roma e 56 addetti della sede di Milano. Il punto sulla situazione e’ stato fatto questa mattina, presso la sede Cgil di Corso d’Italia, con una conferenza stampa congiunta di Michele Azzola, segretario generale della Cgil Roma e Lazio, Massimo Bonini, segretario generale della Cgil di Milano e Fabrizio Solari, segretario generale della Slc Cgil nazionale. Assieme a loro, alcuni lavoratori della Capitale e milanesi.

Tutti inizia lo scorso marzo, quando Almaviva dichiara la mobilità per 3mila lavoratori su tutto il territorio nazionale. La vicenda sembra trovare una conclusione il 30 maggio del 2016: in seguito ad un accordo, si scongiurano i licenziamenti, ricorrendo agli ammortizzatori per 36 mesi.

Un accordo che però regge solo fino a settembre, mese in cui Almaviva riapre la mobilità e annuncia la chiusura degli stabilimenti di Roma e di Napoli. Il 22 dicembre 2016  viene firmato, al Mise, un accordo che prevede il licenziamento immediato per i dipendenti capitolini, e, a partire dal 1° aprile 2017, anche per quelli di Napoli, salvo il raggiungimento di un’intesa che preveda una riduzione considerevole del costo del lavoro. Le RSU della sede romana, su indicazione dei lavoratori, non siglano l’accordo, e questo comporta il licenziamento di oltre 1.600 dipendenti.

 

Un destino diverso attende i lavoratori di Napoli. Qui, infatti, le RSU siglano l’accordo con Almaviva, un accordo che, in cambio del mantenimento del posto di lavoro, contempla una riduzione del salario del 12%, il congelamento degli scatti di anzianità e la perdita del Tfr. Tutto questo accade il 23 febbraio, quando tramite un referendum i lavoratori campani esprimono il proprio consenso. Azzola, intervistato dal Diario del Lavoro in quella occasione, denuncia, prima di tutto, una totale assenza da parte delle istituzioni nella tutela dei diritti dei lavori e, sul caso di Napoli, sottolinea come il referendum si sia svolto in un clima pesantemente condizionato, privo di quella libertà che ogni voto dovrebbe avere in un contesto democratico. Infatti, i lavoratori tra la perdita del lavoro o l’accettazione di condizioni palesemente al ribasso, hanno optato per questa seconda strada.

Circa tre mesi dopo, e per la precisione il 12 maggio, le segreterie territoriali di Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Ugl Tlc e la Rsu dello stabilimento di Palermo sottoscrivono un accordo, che interessa 2.900 lavoratori, che, nei contenuti, ricalca quello di Napoli, con un massiccio ricorso alla Cigs, un taglio della retribuzione prevista dal contratto di settore e il sostanziale azzeramento della maturazione del Tfr. Una situazione, come sottolineera’ Azzola, direttamente figlia delle vicende di Roma e Napoli.

Questi due stabilimenti sono diventati una sorta di cavallo di Troia all’interno delle relazioni industriali del comparto comunicazioni e non solo. Le vicende di Almaviva Contact di Roma e Napoli hanno infatti creato un precedente molto pericoloso. Si è assistito, sottolinea ancora una volta Azzola, ad una deroga peggiorativa del contratto collettivo nazionale. La volontà, da parte di Almaviva, di ridurre il più possibile il costo del lavoro, che rappresenta, di fatto, la voce più consistente all’interno di un call center, potrebbe innescare l’insorgere di fenomeni di dumping sul mercato, per cui le aziende, per essere più competitive e aggiudicarsi gli appalti, non devono far altro che comprimere all’inverosimile il costo del lavoro, con gravi ripercussioni sulle condizioni dei lavoratori.

Venendo alla storia di oggi, rimane in stallo, per quanto riguarda lo stabilimento di Roma, la situazione di 43 neomamme. Al momento dell’avvio delle procedure di licenziamento, costoro non erano state toccate perché la legge vieta il licenziamento o il trasferimento durante la maternità. Uno volta rientrate dal congedo, si vedono pero’ recapitare una lettera che comunica il trasferimento nelle sede di Rende (Calabria)  a partire dal 1° marzo 2017. A tutto questo si deve aggiungere che la scelta delle dimissioni , da parte di queste lavoratrici, comporterebbe una loro esclusione dalle forme di sostegno al reddito previste dall’Anpal. Inoltre, il sindacato ha anche ribadito l’assoluta inefficacia delle misure volte alla riqualificazione e al reinserimento nel mondo del lavoro di chi è stato licenziato, poiché non fanno i conti con un mercato occupazionale ancora molto asfittico e statico.

A Milano Almaviva era riuscita fin qui a navigare  in acque migliori, grazie a tutta una serie di commesse. La situazione si incrina, precisa Massimo Bonini, con la perdita di una commessa di Eni. A questo punto l’azienda fa capire che capire che non ci sono più le condizioni per proseguire l’attivita’ nel capoluogo lombardo, e quindi partono le lettere di trasferimento per 56 lavoratori. Trasferimenti che,  come i sindacati hanno più volte ribadito, sono un modo per mascherare dei licenziamenti, bloccati successivamente dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Inoltre, sembra che l’azienda stia avanzando, come sottolineato da alcuni lavoratori milanesi presenti alla conferenza stampa, alcune “pretese” che vanno a toccare l’articolo 4, ossia la possibilità di tracciare le telefonate del dipendente e la gestione e il controllo di ferie, permessi e quant’altro.

Siamo così dunque a l’ultima puntata si una vicenda che ha visto al suo interno uno dei licenziamenti collettivi più grandi nella recente storia del mercato del lavoro in Italia. La Cgil denuncia la mancanza di ogni rispetto dei diritti delle mamme romane e dei lavoratori milanesi, sottolineando che risulta inspiegabile, anche per motivazione di ordine tecnico, il trasferimento in un altra sede, visto che la presa in carico di telefonate del call center può essere fatta in qualsiasi luogo.

Il prossimo passo, hanno ribadito i sindacati al termine della conferenza, è quello di impugnare la vertenza e andare davanti al giudice per ribadire l’illegittimità del trasferimento. Il caso Almaviva, hanno concluso, deve spingere le istituzioni e le parti sociali ad intervenire il prima possibile per porre un rimedio alla difficile situazione nella quale versa il modo del call center in Italia.

 

Tommaso Nutarelli


Di seguito, la lettera di Almaviva.


26 Ottobre 2017
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