Il 24 aprile del 2013 a Sivar, periferia di Dacca, il crollo del Rana Plaza costò la vita a 1.129 lavoratori, lasciandone feriti più di 2 mila. Dopo la tragedia la Clean Clothes Campaign ha siglato un accordo per la sicurezza e la prevenzione degli incidenti. Accordo che, spiega la portavoce Deborah Lucchetti al Diario del lavoro, quest’anno si punta a rinnovare Rana Plaza, a cinque anni dalla tragedia cosa e' cambiato

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LAVORO E DIRITTI

Rana Plaza, a cinque anni dalla tragedia cosa e' cambiato


 Il 24 aprile di cinque anni fa a Savar, periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, crollava il Rana Plaza. Nel crollo del palazzo di otto piani trovarono la morte 1.129 lavoratori del settore tessile, e 2.515 rimasero feriti, molti dei quali tutt’ora disabili. Lo stabilimento era utilizzato per la produzione di diverse griffe internazionali.

A seguito della tragedia, la Clean Clothes Campaign, un network internazionale che raggruppa sindacati di diversi paesi e ong, ha spinto 220 aziende bengalesi del tessile a sottoscrivere l’Accordo per la prevenzione degli incidenti e sulla sicurezza degli edifici.

“L’accordo - spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Clean Clothes Campaign per l’Italia - di durata quinquennale, riguarda una platea di oltre 2.5 milioni di lavoratori. Nello specifico, il documento prevede tutta una serie di ispezione indipendenti e la formazione sul tema della sicurezza per i lavoratori e per il management, con 866 aziende interessate. Tutto questo ha dato ai dipendenti la possibilità di far sentire la propria voce, attraverso un apposito ente predisposto a ricevere le segnalazioni, senza il timore di minacce o ripercussioni sul lavoro. Ad oggi sono stati realizzati l’85% degli interventi di riparazione e messa in sicurezza, che in altre parole vuol dire il vaglio di 97mila situazioni di rischio in quasi 2mila fabbriche”.

“Il nuovo accordo - spiega Lucchetti - definito anche di transizione, è stato approntato già nel 2017, e fino a questo punto è stato siglato da 140 marchi, per una copertura di 1.300 fabbriche, che vuol dire quasi 2 milioni di lavoratori. il nostro obiettivo è quello di raggiungere la stessa copertura di quello, che è ancora in essere, implementando e ampliando le soluzioni già adottate. Questo perché il tema della sicurezza necessità di un lavoro costante, che non può esaurirsi in poche azioni”.

Sui contenuti del nuovo accordo, le novità principali riguardano la possibilità, per le imprese che vogliono farlo, di estenderlo anche ad altri comparti della filiera, non soltanto il confezionamento, ma anche alle fabbriche che producono il tessuto, fino alle tintorie e stamperie. Sarà inoltre rafforzata la formazione sui luoghi di lavoro, e verrà data maggiore enfasi sul concetto di libertà sindacale, per mettere le organizzazioni di rappresentanza nelle migliori condizioni per dar vita a vere relazioni industriali.

“Sul concetto di accordo di transizione - conclude Lucchetti - l’intento è che entro tre anni (tempo della durata di questo secondo accordo) il governo del Bangladesh si assuma la responsabilità di tutelare chi subisce un infortunio nel luogo di lavoro, attraverso la creazione di un ente nazionale di previdenza. Su questo possibile ente pubblico di prevenzione, controllo e tutela è già stato fatto uno studio di fattibilità, ma non ci sono ancora le condizioni che possano renderlo operativo. Da qui la necessità di procrastinare per altri tre anni l’accordo, dando così alle istituzioni il tempo necessario per organizzarsi”.

Tommaso Nutarelli


24 Aprile 2018
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