Parlando davanti all’associazione degli imprenditori, il Ministro uscente ha ragionato sulla sua esperienza a capo del dicastero dello Sviluppo economico, lanciando un insieme di idee su come governare un grande paese industriale esposto alle sfide della globalizzazione Il manifesto liberale di Carlo Calenda

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ASSEMBLEA CONFINDUSTRIA

Il manifesto liberale di Carlo Calenda


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Un manifesto liberale. E’ questo il combattivo lascito di Carlo Calenda che, mentre si accinge a dismettere i panni del Ministro, ha consegnato oggi, all’Assemblea annuale di Confindustria, un ragionamento compatto e non privo di ambizioni, sia analitiche che politiche.
Calenda, si sa, non è un uomo politico, nel senso stretto della parola. E’ una via di mezzo fra un manager e un uomo di comunicazione, vissuto per anni all’interno del mondo imprenditoriale e, specificamente, nel mondo delle imprese industriali. Di industria, dunque, ne capisce molto più della media degli uomini politici italiani. Inoltre, senza bisogno di esibire curricula dotati di particolari crismi accademici (è laureato in legge), si è costruito una sua cultura politica, di stampo liberale, che è anch’essa poco diffusa nel nostro Paese.
Inserito da Enrico Letta come vice-ministro dello Sviluppo Economico nel primo Governo della XVII legislatura - quella avviatasi nel 2013 e conclusasi con le elezioni del 4 marzo scorso -, poi promosso a Ministro dello stesso dicastero nel Governo Renzi e confermato in tale carica da Paolo Gentiloni, Calenda ha imparato a fare l’uomo di Governo. E oggi ha rivendicato questo ruolo: “La gestione - ha detto - non è la serie B della politica, ma l’essenza della politica che si fa Governo”. Specificando poi: “Nel confronto con la complessità dei problemi, nella difficoltà di trovare l’equilibrio tra interessi contrapposti, che fa emergere l’interesse generale, c’è l’antidoto alla politica da talk show, alla fuga dalla realtà e dalla responsabilità”.
E ancora: “Siamo un Paese innamorato del dibattito infinito sulle riforme, ma che cura molto  poco la gestione, i processi, i risultati, le persone nell’azione dei poteri pubblici”. Mentre invece “questa è la chiave di volta per avere uno Stato efficiente. Autorevole ma non invadente”. E infatti, “di uno Stato forte, ma non dello statalismo che ne rappresenta una degenerazione mortale, l’Italia ha un incredibile bisogno”.
Quindi sì a uno Stato definibile, in senso lato, come “forte”, ma no allo “statalismo”. Ed ecco che la visione liberale di Calenda comincia a delinearsi.
Il fatto è che, in Italia, il vecchio Partito liberale si chiamava sì “liberale”, ma era, più che altro, un partito conservatore. Nella visione che Calenda è venuto elaborando in questi anni passati al Ministero di via Veneto, invece, il liberalismo è qualcosa, innanzitutto, di molto attuale, e poi, di progressivo. E infatti, per lui “occorre recuperare una prospettiva concreta e non ideologica del cambiamento e del mercato, un liberalismo pragmatico”. Prendete nota: “un liberalismo pragmatico”. E ciò perché “salvare il buono del liberismo dal liberismo ideologico è l’obiettivo che ci dobbiamo porre”.
Ora non vogliamo infliggere ai nostri lettori qualche citazione dal classico dibattito filosofico su cosa sia o cosa non sia definibile come “ideologico”. Nel lessico di Calenda, l’aggettivo ha, evidentemente, una connotazione negativa. E lo si vede bene quando, a metà del suo intervento, il Ministro uscente scandisce queste parole: “Lavoratori e imprese sono egualmente colpiti quando l’ideologia del mercato prevale sulle regole del mercato”.
Ecco, questo è il punto. Forte di qualche buona lettura, Calenda ha fatto suo un concetto fondamentale del liberalismo classico: il mercato non è il Far West, ma un’istituzione fatta di regole. Regole che, sole, possono salvare il mercato da quella autodistruzione cui il mercato stesso si condanna quando prevale, in esso e su di esso, ciò che Calenda chiama “ideologia del mercato”, ovvero, a quanto si comprende, una pulsione liberista verso una concorrenza sfrenata e selvaggia.
Ma non si deve credere che l’intervento di Calenda si sia svolto solo, o principalmente, nei cieli della teoria. Perché, per chiarire come le idee-guida possano poi orientare l’azione di Governo verso concreti obiettivi politici, Calenda ha ricordato, ad esempio, “la battaglia”, condotta nell’ambito dell’Unione Europea, e “vinta grazie all’azione dell’Italia”, contro “il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato”. E ciò perché “non posso e non voglio dire a un imprenditore dell’acciaio che è giusto o accettabile che subisca la concorrenza sleale di un’azienda straniera sovvenzionata dallo Stato per ottenere un costo inferiore dell’acciaio per il settore automotive”.
Insomma, si comincia ispirandosi a Adam Smith e si finisce polemizzando con Xi Jimping? Sì, perché il manifesto liberale di Calenda è concepito come uno strumento volto ad agire non in uno scenario temporale indifferenziato, ma in un presente dominato da tendenze economiche e sociali molto problematiche.
Negli anni più recenti, “abbiamo assistito ad un aumento costante del rapporto tra profitti e Pil e ad una diminuzione del rapporto tra redditi e Pil” il cui risultato è “un livello di concentrazione della ricchezza simile a quello degli anni Venti”.
Inoltre, “la distribuzione dei carichi fiscali è diventata meno equa. Seguendo lo stesso principio del lavoro, le multinazionali, in particolare quelle della new economy, hanno potuto mettere in atto strategie di localizzazione opportunistiche che hanno ridotto a livelli spesso inferiori all’1% il loro carico fiscale, danneggiando piccole imprese e cittadini”.
E ancora: “La finanza non è diventata solo globale, ma anche ipertrofica e sregolata e, dunque, un fattore di instabilità”. E ciò anche a causa della “necessità di mascherare, con l’aumento della possibilità di indebitamento privato, l’impoverimento della classe media” residente nei paesi più sviluppati”. Risultato: “L’indebitamento pubblico e privato è cresciuto enormemente nei Paesi occidentali. Dal 2000 al 2016 in Usa e Ue è aumentato, rispettivamente, di 75 e di 55 punti percentuali rispetto al Pil”.
A fronte di questi fenomeni, che mi permetterei di definire negativi, ve ne sono però anche altri che rendono il quadro più complesso.
“Se guardiamo alla distribuzione dei posti di lavoro industriali - ha osservato Calenda -, la quota detenuta dai Paesi emergenti è passata dal 38% del 1960 al 75% del 2010. Una migrazione di massa di posti di lavoro che non ha precedenti.”
Peraltro, nei Paesi in via di sviluppo “più di un miliardo di persone sono uscite dalla povertà. Il benessere del mondo è complessivamente cresciuto e la sua distribuzione è diventata geograficamente equa”.
D’altra parte, “la classe media mondiale raddoppierà nei prossimi 15 anni, con impatti decisivi sia per l’export che per il turismo”. Infine, nelle economie mature “la competizione con i Paesi emergenti ha promosso lo sviluppo di un tessuto produttivo posizionato su beni e servizi a più alto valore aggiunto”.
Insomma, “siamo entrati in una fase della Storia molto più dura e difficile di quella che abbiamo vissuto negli ultimi 60 anni”. Una fase in cui “i cittadini chiedono protezione perché sentono con chiarezza che una pagina nuova si è aperta. Una pagina che contiene paragrafi mai scritti prima”.
Ne segue che “il futuro, una volta luogo della speranza, è diventato al contrario per molti il luogo delle paure”. Inoltre, “nella percezione di molti cittadini l’Occidente liberal-democratico, nel suo insieme come civiltà e come sistema di valori, non è riuscito a proteggerli”. Per costoro, “la Nazione rappresenta un naturale quanto facile ripiego”.
Ebbene, per “correggere la rotta della globalizzazione, dobbiamo cambiarne la direzione attraverso un’alleanza sempre più stretta tra i Paesi che coniugano le regole di un mercato equo con alti standard sociali e ambientali e diventare sempre più intransigenti sui comportamenti scorretti”.
“Alla correzione di rotta nella dimensione dei rapporti politici ed economici internazionali”, occorre peraltro associare “un rafforzamento delle politiche interne per gestire il cambiamento”. E ciò “non solo nella dimensione economica”, ma anche “in quella culturale e sociale”.
Come è noto, uno dei padri del liberalismo italiano, Luigi Einaudi, aveva coniato la formula “conoscere per deliberare”. Nel senso che, per poter assumere una decisione, bisogna prima aver compreso qualcosa dell’argomento oggetto della decisione stessa. Ma oggi, ai tempi della democrazia di massa, le cose sono diventate più complicate. Infatti, secondo Calenda, è “ormai evidente che nessuna democrazia può pensare di reggere gli attuali tassi di analfabetismo funzionale”. Ne deriva che “senza un gigantesco piano di miglioramento della nostra capacità di capire un mondo più complesso, la complessità diventa paura e la paura diventa rifiuto della modernità. Dai vaccini, alla Tap, alla Tav, e chi più ne ha più ne metta”.
“Ma soprattutto - ha sottolineato Calenda - occorre curare il presente e le transizioni se vogliamo davvero accompagnare il paese nel futuro.” Infatti, “più ci si apre all’esterno, e ai flussi di innovazione tecnologica, più bisogna governare il cambiamento all’interno, e questo è un compito che lo Stato deve assolvere”.
E qui ritorna dunque un protagonista del pensiero di Calenda, che abbiamo già incontrato nell’esame di questo suo intervento: lo Stato. Uno Stato che deve essere “forte e assertivo nel difendere l’interesse nazionale, nel proteggere chi perde e nell’aiutar chi vuole investire per allargare il numero dei vincenti”.
Per Calenda, liberale classico, Stato forte “non vuol dire  uno Stato che nazionalizza qualsiasi cosa o pretende di gestire l’economia al posto dei privati”. Ma per Calenda liberale innovatore, lo Stato non può neppure essere “un mero spettatore della dinamica dei mercati e dell’innovazione tecnologica”. E ciò anche perché “se le paure non trovano ascolto e risposta” da parte di uno Stato così concepito, finiranno per rivolgersi “altrove”. Ovvero “ai movimenti che le cavalcano”.
E quindi, tornando a legare il ragionamento teorico a un esame dell’azione di governo svolta dagli Esecutivi a guida Pd, Stato forte ha voluto dire “supporto alla reindustrializzazione di aziende in crisi come Embraco, Ideal Standard, Alcoa, Lucchini”, ma anche il Piano Impresa 4.0 “per aiutare le aziende ad entrare nella quarta rivoluzione industriale”. E ancora, la già citata azione svolta in ambito di Unione Europea per “rafforzare i dazi sull’acciaio”, proteggendo il nostro sistema produttivo “dai comportamenti scorretti”, nonché “il piano straordinario Made in Italy per aprire nuovi mercati ai nostri prodotti”.
Per fare queste e le molte altre cose che Calenda ha rivendicato all’azione dei Governi Letta, Renzi e Gentiloni, è però necessaria una certa dose di innovazione teorica. Certe “ricette semplicistiche” della teoria economica “non convincono più”. E ancor meno convincono “gli slogan con cui sono state tradotte” da alcuni “politici progressisti”.
Alcuni esempi? Ecco qua: formule come quella che predicava di “proteggere il lavoro ma non i posti di lavoro”. Oppure idee come quella secondo cui è bene “importare al costo più basso possibile anche in caso di dumping in omaggio a un’interpretazione estrema della teoria delle catene globali del valore”.
“Non posso e non voglio spiegare a un lavoratore di Embraco - ha esclamato Calenda -  che è giusto o accettabile che la Slovacchia usi fondi europei e i vantaggi comparati derivanti dal suo diverso stadio di sviluppo per far chiudere uno stabilimento che funziona bene in Italia, in nome di un futuro in cui forse diritti e costi sociali saranno allineati in Europa.”
E qui siamo a uno dei passaggi forse più significativi del ragionamento svolto da Calenda davanti all’assemblea degli industriali: “Efficienza economica e giustizia entrano spesso in contrasto nel lavoro di un Governo”. Ebbene, “non possiamo permetterci sempre la seconda, ma non possiamo neanche far prevalere regolarmente la prima”. E giù un applauso. Perché a Calenda, che in Confindustria gioca in casa avendo lavorato con l’associazione delle imprese quando era guidata da Luca Cordero di Montezemolo, oggi è riuscito anche questo: portare una riunioni di imprenditori all’applauso di fronte a un oratore che sostiene che la giustizia deve prevalere sull’efficienza economica.
Perché il punto, in ultima analisi, è questo. Essendo un liberale, Calenda non è avverso al capitalismo in quanto tale. E può quindi criticarne difetti e storture senza nessuna timidezza. E finisce, così, che, a volte, dice cose che sono oggettivamente più di sinistra di quelle che sono state dette, da Blair in poi, da diversi uomini politici di scuola, in ampio senso, socialdemocratica.
Almeno nel breve periodo, Calenda non dovrebbe avere nuove occasioni di applicare le sue teorie politiche come uomo di Governo. Ma queste teorie potrebbero tornare utili al Pd, partito cui si è recentemente iscritto, quando dovrà costruire un’opposizione solida e motivata al nascente Governo formato da Lega e MoVimento 5 Stelle.

@Fernando_Liuzzi


23 Maggio 2018
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