La trattativa per il rinnovo del contratto nazionale degli operai agricoli e florovivaisti si è recentemente interrotta. Il Diario del lavoro ha sentito il segretario generale della Uila, Stefano Mantegazza, per chiedergli i motivi di questa rottura del tavolo negoziale. Uila, Mantegazza: “Ecco i motivi del nostro sciopero”

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SETTORE AGRICOLO

Uila, Mantegazza: “Ecco i motivi del nostro sciopero”

Autore: Emanuele Ghiani

La trattativa per il rinnovo del contratto nazionale degli operai agricoli e florovivaisti si è recentemente interrotta. Il Diario del lavoro ha sentito il segretario generale della Uila, Stefano Mantegazza, per chiedergli i motivi di questa rottura del tavolo negoziale.


Mantegazza, c’è stato una questione particolare che, d’improvviso, ha fatto saltare la trattativa?

Direi che il tavolo era iniziato bene. Il contratto era scaduto il 31 dicembre 2017 e le trattative sono cominciate in anticipo, il 13 dicembre, cosa che abbiamo apprezzato. Il negoziato si è svolto in maniera approfondita e le parti si erano date appuntamento il 23 e il 24 di maggio per provare a chiudere la trattativa.

Quindi tutto filava liscio… ma?

Alcune questioni che le controparti avevano posto sono diventate pian piano delle vere e proprie pregiudiziali, al punto tale di impedire la prosecuzione delle trattative e da costringerci a interrompere tutto e a proclamare per il 15 giugno le prime 8 ore di sciopero. I motivi sono tutti imputabili alle controparti.

Cosa hanno chiesto?

Sostanzialmente, le loro pregiudiziali si riferiscono al tema degli appalti, all’applicazione contrattuale di una serie di norme come la legge 199 contro il caporalato e sono anche connesse a una loro rigidità in tema di orario di lavoro.

Sull’orario del lavoro che cosa hanno proposto?

La controparte vuole eliminare dei vincoli contrattuali, in particolare il limite delle 6 ore e 30 giornaliere di lavoro. Vogliono che rimanga soltanto il limite delle 39 ore settimanali. Ma quel vincolo non è stato messo lì per caso.

In che senso?

Tranne che per causa di forza maggiore, previste dal contratto, come la pioggia o la rottura di un trattore, l’azienda è obbligata a pagare al lavoratore una retribuzione di 6 ore e 30. Grazie a questo sistema, l’Inps calcola il contributo previdenziale sulla giornata di lavoro.  

Allora, nel caso in cui questo limite venisse tolto, cosa succederebbe?

Facciamo un esempio: un’azienda chiama un bracciante, lo fa lavorare per 6 ore e 30 e glene versa 2. Cioè, ufficialmente risulterebbe che ne ha lavorate 2. Non so se mi sono spiegato…

…Nel senso che l’azienda lo pagherebbe in nero?

Certo.

Ah.

E’ chiaro che un esempio di questo tipo viene rifiutato come irreale dalle nostre controparti perché loro sostengono di rappresentare le aziende che applicano il contratto e che sono in regola con i contributi e così via. Il che è vero.

Però?

I contratti di lavoro, compreso questo, sia applicano a tutti i casi e quindi non solo alle aziende modello, rispettose dei contratti e delle leggi. In pratica, dobbiamo tenerci delle difese rispetto a una gestione dell’organizzazione del lavoro che già oggi è molto “disinvolta”.

Cosa intende con disinvolta?

Basta andare a prendere le cartelle dell’Inps che indicano la ripartizione delle giornate di lavoro annue per gli operai agricoli per scoprire che, su un milione di persone che lavorano in agricoltura, ben 500mila non raggiungono le 51 giornate annue, mentre altre decine di migliaia di lavoratori non raggiungono neanche le 10 giornate.

Il lavoro sommerso dilaga, insomma…

Già così, con il vincolo giornaliero riconosciuto, la situazione è questa. Figuriamoci cosa succederebbe se si eliminasse anche questa tutela. Non ci sarebbe nessun controllo.

Sugli appalti quali sono stati i punti di scontro?

Sulla regolamentazione dei rapporti delle cooperative senza terra e nel dare pratica attuazione alla legge 199 sul caporalato. Questi sono stati i punti di rottura.

Cosa sono le cooperative senza terra?

Nel nostro settore abbiamo delle cooperative, chiamate appunto senza terra, che formalmente prendono in appalto un lavoro in un’azienda agricola. Oggi è possibile applicare a questi lavoratori qualsiasi contratto. Poi può succedere che l’anno dopo tali cooperative spariscano, nel senso che chiudono la partita Iva, la ragione sociale, e si ricostituiscono sotto un altro nome.

E cosa chiedete?

Secondo noi occorre innanzitutto prevedere che tutte le aziende che prendono un appalto nel settore agricolo abbiano i mezzi meccanici per realizzarlo. Perché se non hanno tali mezzi vuol dire che invece di un appalto si tratta, diciamo, di una fornitura di manodopera. Secondo punto: queste cooperative devono fornire il Durc all’azienda agricola, per dimostrare che c’è una pregressa regolarità contributiva. Ad oggi, infatti, non c’è l’obbligo contrattuale di fornire il Durc. Terzo, chiediamo che venga applicato dalle aziende il contratto dei lavoratori agricoli, in particolare quello sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil con Confagricoltura, Coldiretti e Cia. Questo per evitare che vengano applicati i contratti pirata. Infine, siccome abbiamo dei sistemi bilaterali che funzionano molto bene, chiediamo che l’azienda informi l’ente bilaterale del fatto di aver sottoscritto l’appalto.

Recentemente avevate raggiunto un altro accordo con le stesse controparti, c’erano stati attriti simili?

Avevamo chiuso un accordo sulle imprese contoterziste che coinvolge 20.000 dipendenti. Lo avevamo chiuso senza alcun problema.

Quindi, possiamo dire che per questa trattativa ci troviamo di fronte a un problema di merito più che di cattive relazioni industriali?

Si, assolutamente. Nel momento stesso in cui abbiamo proclamato lo sciopero, abbiamo mantenuto viva in noi la speranza che ci sia la ragionevolezza di voler riaprire il tavolo di trattativa e lavorare per raggiungere un accordo. Questo è l’auspicio che facciamo, e confidiamo che venga colto dal sistema delle imprese.

Emanuele Ghiani


01 Giugno 2018
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