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La sofferenza di Martina


Maurizio Martina ha una faccia ascetica. Sofferente. Il volto triste di quegli ufficiali che all’improvviso, per la scomparsa o la fuga dei generali sotto il fuoco della sconfitta, si trova a guidare una ritirata che via via si trasforma in una disfatta. Lui non si arrende, è coraggioso, continua a combattere, ma il suo esercito vacilla. La speranza di una controffensiva è sempre più fievole, inesistente. Il nemico incalza, sembra imbattibile.  E poi c’è il comandante supremo, Matteo Renzi, che gli ha ceduto a mala voglia il potere, ma è sempre lì, dietro le sue spalle, a tramare per il ritorno in auge, costi quel che costi. Un’ombra lunga che obnubila ogni possibile scelta di rinnovamento e di riscatto.

Povero Martina. Morirà colpito alle spalle dal fuoco amico?  E il Pd ha un futuro? Per ora il partito che nacque dalla fusione tra postcomunisti e cattolici progressisti sembra attirato da un buco nero che potrebbe inghiottirlo definitivamente. I segnali di vita sono scarsi. Tali non possono certo essere le apparizioni in video di quell’Ettore Rosato che porta il nome della scellerata legge elettorale, concausa dell’attuale disastro. O la faccia compunta di Graziano Del Rio, dal quale ci si aspettava maggiore grinta e combattività. Marco Minniti sa solo ripetere che sull’immigrazione lui aveva capito tutto e, sotto sotto, sembra invidiare il decisionismo di Matteo Salvini. Paolo Gentiloni è troppo sommesso. Il volenteroso Carlo Calenda rischia di trasformarsi in un capitan Fracassa. Piero Fassino è un fantasma che vaga nella sconfitta. Andrea Orlando non lascia traccia. Nicola Zingaretti sorride ma non sfonda. E Dario Franceschini? Non pervenuto. Romano Prodi, come Achille, è sempre sotto la tenda. Walter Veltroni ammonisce ma non si espone. Una tragedia.

Non c’è un vero dibattito, il congresso è una chimera, va in scena solo lo scontro tra dirigenti sfiancati e poco credibili. Manca qualsiasi vera analisi delle sconfitte che si susseguono a ritmo incalzante. Se perdi anche Siena vuol dire che non hai più roccaforti, che lo zoccolo duro è ormai sbriciolato, che il tuo prodotto (progetto?) non ha mercato. E’ inutile e controproducente continuare a dire che i grillini e i leghisti non potranno mantenere le promesse elettorali e che ci stiamo isolando in Europa. Non puoi giocare in difesa quando hai già preso una marea di goal. Devi dire quali sono le tue idee, capire la gente, vincere le paure, dare speranze. L’afasia programmatica è una pietra tombale.

Ma la sinistra non può morire così, sepolta da arroganza e incapacità. Sciogliere il Pd e fondare una nuova entità politica? Forse sarà necessario, di certo bisogna cambiare tutto. Con Leu ridotto ad un insignificante acronimo, comunque è solo dal partito democratico che in modo o nell’altro bisogna ripartire. Sarà un viaggio lungo e dall’esito non scontato. Però inevitabile. Senza un’opposizione seria, che si candida a essere una valida alternativa, muore la democrazia e la dittatura della maggioranza diventa soffocante. Coraggio, Martina, suona l’adunata. 


26 Giugno 2018
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