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Marchionne e gli stakeholder


Nel suo primo discorso da neo amministratore dell’allora gruppo Fiat, Sergio Marchionne insistette sul concetto di stakeholder. Era il giugno del 2004 e questa parola arrivata dall’America (la usiamo al singolare, come suggerisce l’Accademia della Crusca) uscì, finalmente e con prepotenza, dall’ambito accademico ed economico per entrare nel linguaggio comune. I portatori di interessi. Tutti coloro che sono direttamente o indirettamente coinvolti da un’attività produttiva, godendone i benefici e subendone i danni. Si va dagli azionisti ai consumatori, passando per i dipendenti e i fornitori. Un concetto che può avere una lettura etica, che apprezza il concetto di comunità e rimarca l’imperativo a non far mai prevalere i mezzi sui fini (Kant), arrivando a considerare anche l’impatto ambientale come un valore essenziale, o più riduttivamente un’applicazione aziendalistica in base alla quale i profitti sono l’unica condizione per distribuire felicità lungo l’intera catena degli interessati.

La prima interpretazione, che può suscitare echi socialdemocratici ed evocare il patto tra produttori, è quella che in buona parte generò la fascinazione per Marchionne a sinistra. Anche l’uso intemerato del maglione al posto di giacca e cravatta suscitò entusiasmo, persino da parte di Fausto Bertinotti. Poi furono lacrime e sangue per rilanciare un marchio che era sull’orlo del fallimento. La necessità di salvare e rendere competitivo un prodotto che rischiava di essere fagocitato dalla concorrenza ha generato scelte difficili e dolorose, dal taglio dei costi alla sferza della produttività, dall’eliminazione di rigide guarentigie sindacali allo sbarco negli Stati Uniti. La platea dei consensi si è ridotta e agli unanimi applausi sono subentrati fischi e contestazioni.  Di fatto, il salvabile è stato salvato. Ora al posto della Fiat c’è Fca, una sigla forte e autorevole, capace di attrarre nuovi portatori di interessi. Resterà tale anche senza Marchionne? Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

Quelli che restano senza risposte, in verità, sono i tanti interrogativi su quali politiche industriali e occupazionali, basti pensare al caso Ilva o alla bagarre intorno al job act, possono essere vincenti e accettabili nell’era dei robot, della finanza e del mercato globale (guerra dei dazi permettendo). Il vecchio capitalismo, quello dei capitani d’industria, è stato sostituito dalla casta dei manager, spesso più interessati ai guadagni personali, immediati, che alle sorti future dell’impresa. I bonus da intascare prevalgono sugli investimenti. Riduci le spese, droghi i bilanci, punti tutto su un successo effimero, incassi le plusvalenze che ti spettano e poi via verso nuovi contratti ancora più milionari. Prendi i soldi e scappa. Marchionne non è stato nulla di questo. Non era il padrone ma si è comportato come se lo fosse. Parafrasando il vecchio Manifesto di Marx ed Engels, verrebbe da dire: stakeholder di tutto il mondo, unitevi!


24 Luglio 2018
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