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Un'apologia di Salvini


Piero Gobetti definì il fascismo come l’autobiografia della nazione. Nel senso che la mala pianta era cresciuta con le radici ben salde nell’humus reazionario, egoistico, avventurista del nostro Paese. Se così fu, molto più modestamente, noi possiamo affermare che oggi Matteo Salvini è il selfie degli italiani. Con quel profilo levantino, sorridente e volitivo, ammiccante e minaccioso, una spolverata di machismo, il corpo esibito come empito vitalistico, tra nuotate e mangiate (manca la trebbiatura ma c’è la guida di una ruspa), l’uso di frasi ad effetto, la promessa di difendere i sacri confini della Patria e la supremazia dei suoi abitanti, possiede tutte le caratteristiche per essere considerato un nuovo duce.

Sia ben chiaro: il parallelo è solo immaginifico. Non c’è stata alcuna violenza nella sua conquista della scena (a parte isolati episodi di imbecilli razzisti), è figlio di un partito che ha una lunga esperienza di amministrazione e di governo (l’unica formazione politica sopravvissuta con il proprio nome dopo la tempesta di Tangentopoli), non ha velleità antidemocratiche, vuole consolidare e allargare il consenso in una base di gente operosa, lavoratori, artigiani, piccoli e medi imprenditori.

I suoi ammiratori lo chiamano il Capitano, a conferma che incarna quel condottiero che le italiche genti cercano dai tempi della caduta dell’Impero Romano. Non si scappa da questo dramma di una nazione immatura e di uno stato costruito dall’alto. E allora è inutile e sbagliato prendersela con Salvini, lanciare slogan tipo “non in mio nome” o “non è il mio ministro”o invocarne le dimissioni. La stragrande maggioranza del Paese è con lui, come fu con Mussolini e, mutatis mutandis, con Berlusconi. Sempre alla ricerca di un capo, del Capo. L’insostenibile leggerezza dell’ineffabile e indisponente Luigi Di Maio non può certo ledere il carisma del ministro dell’Interno, che conquista le copertine dei settimanali, da Time all’Espresso, duella con i burocrati di Bruxelles, caccia gli immigrati, appare vittima dei magistrati (dai fondi sequestrati alla vicenda della nave Diciotti) ed è sempre più, nel tramonto dell’uomo di Arcore, il leader di una nuova Destra.

L’autobiografia della nazione continua. Il signor Hyde, il carattere profondo degli italiani, prevale ancora sul dottor Jekyll, la patina della illuministica convivenza. Il problema non è Salvini, siamo noi. Lui, come detto, è il nostro selfie.


18 Settembre 2018
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