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Pensioni d’oro: facciamo chiarezza


La proposta di legge targata M5S-Lega sul ricalcolo delle cosiddette pensioni d’oro ha iniziato il suo iter parlamentare in commissione Lavoro alla Camera. Tanta è l’urgenza di fare cassa del governo che addirittura si corre il rischio che venga trasferita all’interno della prossima legge di bilancio. I tagli dovrebbero partire dal primo gennaio 2019.  

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è ricalcolare con il metodo contributivo i trattamenti pensionistici e gli assegni vitalizi superiori a 4.500 euro netti mensili.

In realtà, il ricalcolo è tutto fuorché legato ai contributi versati. Recuperare la storia contributiva degli ex lavoratori è piuttosto difficile, se non impossibile. Non si possono infatti ricostruire con esattezza i versamenti contributivi e così, per superare questo ostacolo, gli autori della proposta di legge hanno utilizzato un escamotage.

Cosa prevedeva il contratto di governo M5S-Lega

Il contratto di governo M5S-Lega prevedeva “per una maggiore equità sociale un intervento finalizzato al taglio delle cosiddette pensioni d’oro (superiori ai 5.000 euro netti mensili, poi divenuti 4.500 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”. Abbiamo assistito a tante rassicurazioni sulla questione: nessuno avrebbe dovuto toccare pensioni costruite con anni di versamenti contributivi, ma si sarebbe messo mano solo a quelle “immeritate”. Leggendo il testo della proposta di legge, non compare invece nulla di tutto questo. La bozza del provvedimento stabilisce infatti un ricalcolo attuariale basato solo sull’età di uscita dal lavoro, messa a confronto con quella prevista dalle norme di allora per la pensione di vecchiaia. Il meccanismo riguarda le pensioni superiori a 90mila euro lordi l’anno come cumulo complessivo di tutti gli assegni percepiti.  Le quote liquidate in regime retributivo, sia quelle in essere sia, attenzione, anche quelle erogate dal 1° gennaio 2019, verranno penalizzate secondo l’età in cui il soggetto è andato o andrà in quiescenza, messa a confronto con quella di vecchiaia vigente all’atto del pensionamento. C’è una clausola di salvaguardia: il meccanismo di rideterminazione non può in alcun caso prevedere una penalizzazione che riduca gli assegni vitalizi a meno di 4.500 euro netti mensili.

Colpiti i percettori di pensioni meritate

Nonostante dunque le rassicurazioni, si penalizzano con una decurtazione anche i pensionati con una storia contributiva tracciabile, “meritata” attraverso un calcolo contributivo. Questi pensionati si troveranno a ricevere di meno, retroattivamente. Questa operazione, a nostro avviso, potrebbe presentare profili di illegittimità costituzionale. Per questo non possiamo che criticare aspramente l’intero impianto del provvedimento. Questi continui attacchi alle cosiddette pensioni d’oro sono caratterizzati da carenze tecniche, incongruenze giuridiche e strumentalizzazioni politiche. Critiche sono arrivate anche da parte di autorevoli esperti in materia di previdenza, come Giuliano Cazzola, Stefano Patriarca, Alberto Brambilla e Cesare Damiano, che hanno rilevato palesi errori. Gli stessi tecnici della Camera dei deputati, in un dossier, hanno riepilogato il funzionamento del meccanismo sottolineando le molteplici criticità.

Le incertezze rilevate

Il meccanismo di rideterminazione introdotto legando il ricalcolo all’età posseduta al momento del pensionamento non considera l’età contributiva dei soggetti interessati e le differenze che possono sussistere tra singole situazioni contributive a parità di età anagrafica. Sarebbero colpiti dalla rideterminazione persone che sono state costrette ad andare in pensione, oppure persone per cui il pensionamento anticipato era una forma di tutela. Qualche esempio? I prepensionamenti da esuberi o da crisi produttiva, i salvaguardati, i lavoratori esposti all’amianto o con mansioni usuranti, i lavoratori precoci e le donne la cui età legale di vecchiaia è sempre stata, fino al 2011, di 5 anni inferiore a quella degli uomini, oppure coloro che hanno fatto la ricongiunzione onerosa, il riscatto di laurea o la contribuzione volontaria a proprio carico per raggiungere i requisiti. L’elenco sarebbe lunghissimo. La norma, al momento, risparmia solo l’invalidità, la reversibilità e i trattamenti per le vittime del dovere e del terrorismo. Sono tanti gli interrogativi, al momento senza risposta, che ci si pone leggendo il provvedimento.

Pochi risparmi per una manovra inefficace

Questa operazione permette di risparmiare poche risorse: non più di 200-300 milioni di euro, destinati a un fondo ad hoc presso il ministero del Lavoro. Il fondo verrebbe utilizzato per finanziare l’aumento a 780 euro delle pensioni minime e delle pensioni sociali. Ricordiamo che se questo sarà attuato come previsto dalla manovra costerebbe almeno 4-5 miliardi annui, variando a seconda della platea che si intende tutelare. Saremo costretti ad ascoltare la propaganda di chi dirà che “è giusto far pagare chi riceve molto più dei contributi versati”, ma la realtà starà altrove. Per questo la misura, ammesso che divenga legge, sarà portata fino alla Consulta, con l’impegno che venga smantellata.

Massimo Fiaschi


11 Ottobre 2018
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