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Sarà in grado il Pd di raccontare al Paese quello che non ha il coraggio di dire nemmeno a sé stesso?


Nei raduni dem c’è sempre qualcuno che si guadagna un po’ di celebrità sparando sul Quartiere generale. A questa persona viene assicurata, nel breve termine, una intensa visibilità mediatica, mentre (si veda il caso di Deborah Serracchiani nel 2009) diventa probabile anche una rapida carriera negli organismi del partito e nelle istituzioni. Nell’ultima riunione dell’Assemblea nazionale, questo ruolo è stato svolto da Katia Tarasconi (non ha nulla a che fare con Tartarin di Tarascona, il personaggio della letteratura per ragazzi), consigliera regionale in Emilia Romagna, la quale si è rivolta a quanti stavano seduti nelle prime file, separati dagli altri da un cordone invalicabile, con una sdegnata invettiva: ‘’Ritiratevi tutti!’’.  Poi ha aggiunto, implacabile: ‘’ Lo spazio a Salvini e ai 5 Stelle lo abbiamo lasciato noi. Noi con le nostre divisioni, correnti, e soprattutto con la nostra presunzione - guardate ne abbiamo tanta, eh -. Noi che continuiamo a parlare di fuoco amico mentre il fuoco vero è arrivato dalla gente. Loro non ci hanno più capito, per loro siamo diventati quelli che difendono le élite, non il popolo, e che ci piaccia o no, sia vero o no, noi abbiamo il dovere di fare i conti con questo’’. Certo, nell’arco di tempo concesso per un intervento non è possibile compiere approfondite analisi dei motivi che hanno condotto il partito alla sconfitta del 4 marzo, nè indicare quali siano stati gli errori commessi ed avanzare delle proposte per correggerli in un futuro prossimo. Tuttavia, anche quando agli esponenti dem è consentito di parlare più a lungo, persino i più scafati di loro somigliano al protagonista del film ‘’Oltre il giardino’’, magistralmente interpretato da un grande Peter Sellers: quel Chance, il giardiniere analfabeta teledipendente che, capitato per caso nel cuore dell’establishment di Washington, viene scambiato per un acuto economista grazie alle banalità che riesce a dire sulle piante e i fiori. Lasciamo dunque Katia Tarasconi al suo momento di gloria, presagendole che – se mai la Lega conquisterà (Dio non voglia!) l’Emilia Romagna – troverà anch’essa qualcuno che la inviterà a ritirarsi. Prendiamo le dichiarazioni di personalità più influenti che si contendono la segreteria da Nicola Zingaretti, il primo a scendere in campo, a Marco Minniti, passando per Matteo Richetti. Tutti infilano la parola ‘’cambiamento’’ in ogni discorso (magari solo per chiedere se è già passato l’autobus). Tutti vogliono scrollarsi di dosso la nomea di essere diventati rappresentanti della famigerata èlite e ripudiano i voti ricevuti nei centri storici e nei quartieri alti. Presto vedremo i candidati alla segreteria organizzare cerimonie di lavaggio dei piedi a residenti nelle periferie delle grandi città. Minniti, addirittura, sintetizza il suo programma così: ‘’Basta aristocrazia. La sinistra è per i deboli’’. Non ci eravamo accorti che i dirigenti del Pd si comportassero come i borghesi che, dopo l’Unità d’Italia, facevano carte false pur di sciorinare un titolo nobiliare acquistato in una svendita a buon mercato. Ma di grazia in che cosa dovrebbe consistere questo ‘’cambiamento’’? Quali sono le politiche da cambiare perché erano sbagliate?  Entriamo pure nel merito. Il Pd ha sbagliato ad approvare il jobs act? Ha modernizzato il diritto del lavoro o ha privato i lavoratori di diritti fondamentali tanto da aver tradito la sua natura di partito di sinistra? Ha sbagliato a difendere la sostanza della riforma Fornero, dribblando i problemi con il pacchetto Ape, oppure doveva seguire le indicazioni di Cesare Damiano (altro possibile candidato alla segreteria), anticipando così quanto il governo giallo-verde vuole fare adesso con quota 100? E nella legge sulla ‘’Buona scuola’’ dove stava l’errore? Nell’aver stabilizzato decine di migliaia di insegnanti senza che ve ne fosse la necessità e senza risolvere i problemi della precarietà oppure nell’attribuire dei nuovi poteri ai dirigenti nel quadro di una maggiore autonomia scolastica?  E che dire della riforma della Costituzione in parallelo con l’Italicum? Ha sbagliato Matteo Renzi a fare il galletto con le istituzioni europee privando l’Italia di ogni autorevolezza ed aprendo così un’autostrada alle forze nazionalpopuliste?  O ha sbagliato Paolo Gentiloni a ricucire i rapporti e a riportare il governo su di un piano di correttezza e collaborazione con i partner dell’Unione? Hanno sbagliato i candidati del Pd nei collegi di periferia a rifiutarsi di fare campagna elettorale con gli slogan ‘’fuori i negher’’ e “ruspe nei campi rom’’; perché così la Lega ha preso i voti?  Hanno sbagliato gli esecutivi della passata legislatura quando hanno promosso, in un quadro di programmi europei, iniziative finalizzate a salvare delle vite umane nel Mediterraneo, tanto che adesso la candidatura di Minniti potrebbe consentire di competere con Matteo Salvini grazie a una linea di rigore nel settore delicato dell’immigrazione? Tante altre domande potrebbero essere poste, allo scopo di capire quale sarà la direzione di marcia del Pd in un Congresso che si annuncia di portata palingenetica. Ma sarà in grado il partito di raccontare al Paese delle cose che non ha il coraggio di dire nemmeno a sé stesso?

Giuliano Cazzola


19 Novembre 2018
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