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Solari (Slc-Cgil), no allo “spezzatino” di Tim. Il rischio è quello di dissipare un patrimonio industriale come con Alitalia

Argomento: Slc, Telecom, Tim, Tlc
Autore: Tommaso Nutarelli

Dopo l’ennesimo cambio di ad, (con la cacciata di Genish e l’arrivo di Gubitosi) Tim si trova a vivere una situazione di profonda incertezza. Da una parte perché Vivendi, che detiene la maggioranza del pacchetto azionario, ha votato contro la nomina di Gubitosi. Dall’altra, c’è ancora poca chiarezza sull’operazione con Open Fiber, mentre all’orizzonte si prospetta uno scorporo della rete che potrebbe causare migliaia di esuberi. Per il segretario generale della Slc-Cgil, Fabrizio Solari, intervistato da il Diario del lavoro, questa situazione è figlia di una cattiva gestione, iniziata con la privatizzazione dell’azienda. Nel 1997, ultimo anno della gestione pubblica, l’allora Telecom era tra le prime cinque aziende del settore nel mondo. Sviluppava un fatturato di circa 23 miliardi, i debiti stavano sotto gli 8 miliardi, gli investimenti ammontavano a circa 6,5 miliardi l’anno e i dipendenti erano oltre 120.000. Vent’anni dopo, grazie all’intervento dei privati, l’attuale Tim fattura poco più di 19 miliardi, ha circa 30 miliardi di debiti, investe poco più di 3 miliardi, occupa circa 45.000 dipendenti e le partecipazioni estere si sono ridotto alla sola realtà brasiliana (Tim Brasil).

Solari, quali sono i primi nodi che Gubitosi, come nuovo ad di Tim, dovrà sciogliere?

Gubitosi ha due problemi. Il primo è che si trova a guidare un’azienda senza avere la sicurezza che Vivendi non rimetta in discussione il cda; inoltre, deve attuare al più presto un piano industriale, visto che quello approvato da Genish se ne va con lui. Questa è la situazione nella quale Gubitosi si trova a operare. Noi, come sindacati, ci aspettiamo che il nuovo amministratore delegato ci faccia conoscere il prima possibile la strada che vuole intraprendere.

Secondo lei quali punti dovrebbe contemplare il nuovo piano industriale di Gubitosi?

Dal nostro punto di vista dovrebbe avere due caratteristiche principali. La prima, naturalmente, è la difesa dell’occupazione, quella attuale e quella che verrà. Stiamo parlando di un settore non maturo, ma in continua evoluzione, che costituisce la spina dorsale dello sviluppo futuro del paese. Il secondo elemento è mantenere una massa aziendale ampia, capace di farsi carico di tutti gli investimenti.

E che sarà di Alitalia, che ora rimane senza commissario?

Devo dire che sono un po’ preoccupato, perché le due aziende hanno storie molto simili. Alitalia trent’anni fa era il quinto vettore al mondo, e Telecom era la quinta azienda nel settore tlc. In questi anni abbiamo dissipato due patrimoni industriali importanti e strategici per il paese. Uno dei grandi mali dell’Italia è quello di avere pochissime grandi imprese, e quelle presenti si corre il rischio di smembrarle.

Si parla molto di una possibile fusione di Tim con Open Fiber. Come valuta questa operazione?

Non siamo contrari a priori a un’operazione di questo tipo. Tuttavia bisogna capire come vuole essere imbastita, perché questo comporterebbe scenari futuri, anche dal punto di vista occupazionali molto diversi. Quello a cui ci opponiamo fermamente è un’operazione spezzatino, che porterebbe allo scorporo di Tim e quindi a una separazione tra gestione della rete e dei servizi.

Se questo avvenisse, che cosa potrebbe comportare?

Prima di tutto non è facile fare una cesura netta tra la gestione della rete e quella commerciale e dei servizi, in un’azienda così verticalmente integrata come Tim. Ci troveremmo così a essere una delle poche economie europee a non avere una grande azienda nel comparto delle tlc, che possa essere la guida della digitalizzazione del paese. Tim, infatti, ha al suo interno tutti i segmenti della filiera. Tutte le altre compagnie che operano nel mercato italiano gestiscono quasi esclusivamente la parte commerciale, ed essendo parti di multinazionali, i centri di innovazione e ricerca sull’hardware non si trovano ovviamente in Italia.

Se lo scorporo si concretizzasse, quali potrebbero essere le ricadute sull’occupazione? Si parla di esuberi tra i 15 e i 25mila dipendenti. Mi conferma questi numeri?

Non si possono fare delle previsioni certe sui possibili esuberi, visto che ancora c’è poca chiarezza su come potrebbe andare in porto l’operazione tra Tim e Open Fiber. Quello che possiamo fare è un ragionamento di tipo comparativo. Le concorrenti di Tim hanno mediamente 6mila dipendenti. Dentro Tim all’incirca ci sono 15-20mila i lavoratori che operano direttamente sulla rete. Se si decidesse di dividere la parte che si occupa dell’hardware da quella commerciale, in questo secondo segmento resterebbero ancora 25-30mila persone occupate.

Dunque ci sarebbe un forte squilibrio tra la nuova Tim e le sue concorrenti in termini di occupati?

Assolutamente sì, il confronto sarebbe impietoso.

Con il serio rischio che questa newco dovrebbe operare pesanti tagli al personale, questo intende dire?

Se volesse continuare a competere con le sue concorrenti questo sarebbe lo scenario più plausibile. In questa situazione gli esuberi sarebbero almeno tra i 10 e i 15mila, considerando che anche in questo modo Tim continuerebbe ad avere almeno il doppio dei dipendenti rispetto ai suoi competitors.

In questi anni si sono avvicendati numerosi amministratori delegati alla guida di Tim, senza riuscire a dare stabilità e prospettive all’azienda. Secondo lei a cosa è dovuto tutto questo?

C’è quello che io chiamo il male oscuro che ha avuto origine quando, negli anni ’90, si è privatizzata l’azienda. Un processo che è avvenuto senza una vera immissione di capitali, e che ha comportato la creazione di un debito enorme, che Tim si porta dietro da vent’anni. Tutto questo ha impedito che ci fosse una governance solida, per cui ci ritroviamo un’azienda che non è una public company e, al tempo stesso, non ha neanche un nocciolo duro. Prova di questo è che la composizione della maggioranza nei consigli di amministrazione varia continuamente, e questo comporta decisioni, anche opposte, a distanza di pochi mesi.

Tutto questo impedisce la pianificazione di un piano industriale a lungo termine?

Alla fine questo è il risultato. Proprio per questo, fin dallo scorso aprile, Cgil, Cisl e Uil hanno proposto di ricostruire uno zoccolo duro all’interno di Tim intorno a Cassa Depositi e Prestiti, che già ora possiede una parte, e fare di Tim una vera public company, integrata verticalmente.

@tomnutarelli


21 Novembre 2018
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