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L'urgenza di una svolta


“Il cambiamento del mondo non è solo creazione...esso e’ prima di tutto e sempre decomposizione, crisi...” ha scritto il famoso sociologo francese Alain Touraine. Sembra la descrizione di quel che sta avvenendo nel nostro Paese. Solo che finora il cambiamento è molto presunto, la crisi invece aleggia in questo fine 2018 come una promessa in arrivo per l’anno venturo.

La cosiddetta sommatoria delle strategie fra Cinquestelle e Lega mostra sempre di più i suoi limiti e gli strappi cui assistiamo (dal ricorso alla fiducia sul provvedimento sicurezza, primo colpo alla coesione di Governo, alla vicenda del decreto per Genova-Ischia) segnalano una irrequietezza che sempre più assomiglia ad una divaricazione di obiettivi. Le differenze di base sociale fanno il resto: se si chiedesse agli imprenditori del nord che hanno sostenuto la Lega cosa cambierebbero della legge di bilancio probabilmente prenderebbero di mira il reddito di cittadinanza: , risorse buone invece per...tagliare le tasse sul lavoro. Insomma i nodi vengono al pettine e lo evidenzia anche il braccio di ferro ingaggiato con l’Europa nella quale il Governo italiano appare isolato senza neppure una mano tesa dei sovranisti che o tacciono oppure sono i primi a chiedere che l’Italia rispetti le regole comuni. 

Uno scontro con l’Europa del resto potrebbe diventare un tema utilizzabile per una eventuale campagna elettorale prossima ventura. Bruxelles ci impedisce di fare ciò che occorre per la crescita, tanto vale tornare al voto per dimostrare da che parte stanno gli italiani, potrebbe sostenere un Salvini (o un Di Maio). Vale a dire utilizzare la crisi con l’Europa e dell’Europa per tornare ad elezioni...nazionali. E non mancano neppure le contraddizioni: la lettera che...non doveva partire con destinazione la Commissione europea, per sostenere che la manovra non cambiava, conteneva altresì ’ la richiesta di avere flessibilità’ extradeficit per interventi destinati a riparare i danni provocati dalla terribile ondata di maltempo...

Segnali che la collaborazione giallo-verde potrebbe virare verso una competizione vera e propria non mancano neppure se si osservano le scelte sulla manovra. Il condono fiscale e’ stato derubricato da Conte, Salvini e Di Maio, ma non sembra essere una vittoria dei Cinquestelle quanto piuttosto la constatazione che così come era congegnato avrebbe fruttato poco o niente. Tanto vale allora attendere tempi migliori, forse in previsione di un nuovo voto. Mentre la vera questione, ovvero la riforma fiscale, finisce nel dimenticatoio. 

Ma la stessa difficoltà nello scrivere i disegni di legge collegati alla legge di bilancio che dovranno contenere le norme di attuazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 per le pensioni, dimostra come la Torre di Babele dell’azione di Governo, si sta elevando come quella della tradizione biblica. In abbondanza ci sono solo voci su come dovrebbero essere e, forse, non saranno. Una confusione che denota un altro elemento potenzialmente distruttivo della collaborazione di Governo, l’incompetenza. 

La stessa manovra economica sotto i colpi di previsioni d’ogni parte più che scettiche sulla possibilità di centrare la crescita prevista, 1,5% nel 2019, in tempi di rallentamento economico che non risparmiano neppure la Germania, mostra i limiti di una quasi inesistente strategia economica e si aggrappa a misure modeste ma ritenute essenziali per mantenere ad ogni costo il consenso.

Se questo è lo scenario, la prospettiva non può che preoccupare, specialmente se ci si incammina verso un anno difficile, il 2019, che rischia di essere dominato da tensioni elettorali, nazionali ed europee. Un anno nel quale si sconteranno anche gli effetti di uno spread salito oltre quota 300 che ha già aumentato la spesa per interessi e rischia di provocare una stretta su mutui e prestiti. Sul piano economico molte sarebbero le osservazioni, ma possiamo limitarci solo a constatare che non c’è traccia di una vera politica industriale, quando invece il futuro del Paese è legato alla reale capacità di rimanere nei piani alti delle economie manifatturiere, in grado di fronteggiare le guerre commerciali e la spietata competizione su brevetti ed innovazione.

Quando ci si accorgerà poi che le promesse stanno svanendo, si rischierà di dover fronteggiare nuove tensioni sociali perché’ le diseguaglianze reclameranno risposte che non potranno arrivare, visto che lo sbilenco assistenzialismo che si vuol mettere in atto, difficilmente placherà la domanda di lavoro “buono” e stabilità. 

I malumori esistenti potrebbero al dunque, pur nelle loro diversità saldarsi e complicare non poco il contesto politico e sociale se non ci saranno forze in grado di incanalarli e governarli. Le recenti manifestazioni del Campidoglio sul degrado di Roma e di Torino sul degrado della città e la Tav, sfuggite al metodo di tradizionali organizzazioni politiche o sindacali, dimostrano che c’è una parte della opinione pubblica che sta andando oltre la pura protesta contro il passato e vuole che si torni ad una azione politica più concreta. È ceto medio, certo, ma non solo. Tutto questo non va sottovalutato. E propone un ruolo per il riformismo politico e sociale non più difensivo, ma coraggiosamente propositivo. Occorre certo un lavoro di lunga lena per ricostituire una cultura riformista all’altezza dei tempi, ma nel frattempo nulla osta a individuare, ed indicare, una linea politica che sappia guardare avanti, unire, creare condizioni di equità, riportare il lavoro ad essere la vera discriminante delle politiche. Ed in tal senso una tale posizione potrebbe anche essere utile per affrontare il tema di una Europa da rifondare, da ricostituire sulle fondamenta di quella Europa sociale di cui malauguratamente si è persa traccia nella stagione delle ubriacature liberiste e dell’austerità, ma che con la sua scomparsa ha favorito gli egoismi nazionali. Un compito impegnativo ma che paradossalmente può essere facilitato proprio da quel fattore che ha indebolito il tradizionale tessuto dei partiti, il prevalere di orientamenti dettati dall’opinione del momento. Che può mutare, soprattutto se gli slogan resteranno tali e verranno smascherati da proposte politiche che sappiano anche essere progetti comprensibili e razionali. 

Paolo Pirani


22 Novembre 2018
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