Grazie al ruolo di mediatore con l’Europa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è finalmente uscito dal plumbeo anonimato, nel quale Salvini e Di Maio lo avevano relegato Qualcosa doveva pur fare

Il guardiano del faro

notizie del giorno

›› tutte le notizie

I Blogger del Diario

›› tutti gli interventi

calendario

DoLuMaMeGiVeSa
1 234567
891011 1213 14
1516171819 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30

dalle istituzioni

newsletter

link

argomenti

Galleria fotografica

Galleria fotografica
Redattore de Il Diario del lavoro

Qualcosa doveva pur fare


Nel gemellaggio tra i due Dioscuri, Salvini e Di Maio, la figura del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è quasi sempre risultata fuori posto. Schiacciata dal machismo dei due vicepremier, una sorta di novello Don Abbondio, un vaso di terracotta costretto a muoversi tra due vasi di ferro.

Pugliese di nascita, fervido credente di padre Pio, uomo che una volta votava con convinzione a sinistra, convincendosi poi che gli schemi ideologici del’900 mal si adattavano alle dinamiche politiche del XXI secolo, il professore di diritto privato all’università di Firenze in quel di Novoli, era sconosciuto alla maggioranza (se non alla quasi totalità) dell’elettorato italiano. Tanto da essere superato, di gran lunga, in notorietà da un suo conterraneo e omonimo di cognome, Antonio Conte, ex c.t. della nazionale di calcio.

Al momento dell’incarico di formare il governo, datogli dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarela, Conte si è presentato come l’avvocato del popolo italiano, il difensore degli interessi nazionali in tutte le sedi. Neanche il tempo di formare il nuovo esecutivo, che il neopremier ha dovuto mettere alla prova le proprie capacità politiche e oratorie al G7 di Charlevoix. Fin da subito Conte si è dimostrato il più filotrumpiano di tutti i leader presenti. Una vicinanza al tycoon americano dettata anche dal fatto che entrambi, ovviamente per motivi diversi, costituivano le voci fuori dal coro rispetto al resto dell’élite politica presente.

Il presidente del Consiglio ha riaperto le porte del G7 al grande escluso Puntin, ha ipotizzato il veto contro nuove sanzioni alla Russia, ha fatto la voce grossa con la Ue per la questione migranti e ha ribadito il ruolo di mediazione dell’Italia nella guerra dei dazi.

Ma, una volta varcati, di nuovo, i confini italiani, è ricaduto in un plumbeo anonimato. Come si dice nemo propheta in patria. Troppa la forza e la volontà di dominio dei due leader dei partiti di maggioranza. Dal pericoloso dinamismo di Salvini nella gestione dell’immigrazione, all’interesse inconcludente di Di Maio per ogni per ogni vertenza che si presentava a tiro (la vicenda dell’Ilva è stata conclusa grazie al lavoro imbastito dai sindacati e dal governo precedente), il povero Conte non sapeva più che pesci prendere.

Che fare dunque? Temporeggiare in attesa di qualche opportunità? Nelle settimane convulse che hanno portato alla stesura della (presunta) manovra, con i toni, tra il Governo italiano e la Commissione europea, sempre più accessi, il rischio di un possibile procedura di infrazione, alla fine scongiurata, hanno riabilitato la figura del premier. Impossibile pensare di mettere allo stesso tavolo Salvini, Di Maio, Junker e Moscovici, e con la credibilità del ministro delle Finanze Tria in calo agli occhi dei partner europei, è stato necessario trovare un negoziatore diverso.

Ovviamente il ministro dell’Interno non ha mancato di far sentire la propria voce, chiedendo a tutti i 60 milioni di italiani di concedergli l’investitura di trattare con l’Europa, che tanto duramente aveva attaccato in passato, per impedire che la manovra del popolo naufragasse sotto le picconate dei burocrati di Bruxelles. Ma, data la posta in gioco, questa volta in premier Conte non ha esitato. Forse anche per amor proprio e orgoglio personale, ha deciso di trattare direttamente lui con la Commissione, ricordandosi, presumibilmente, delle parole che aveva pronunciato all’inizio della sua avventura politica: sarò l’avvocato di tutto il popolo italiano e difenderò i suoi interessi.

Per ora, il popolo italiano è in attesa di sapere quale sarà il prezzo della parcella dell’avvocato Giuseppe Conte. Quello che di positivo va registrato è che almeno non ci scorneremo con la Ue, e che un segnale di vita è venuto da un premier, forse destinato ad un anonimato perenne. Infatti, per giustificare la sua presenza, alla fine qualcosa doveva pur fare. 

@tomnutarelli


19 Dicembre 2018
Powered by Adon