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Redattore de Il Diario del lavoro

I gilet gialli, Di Maio e il destino dell’Europa


L’Europa assomiglia, sempre di più, a un puzzle mal assortito, nel quale i pezzi con difficoltà combaciano, e i rapporti di vicinato vengono tollerati con crescente insofferenza. In ordine di tempo, l’ultimo episodio è l’appoggio di alcuni esponenti di spicco della maggioranza, il vicepremier Luigi Di Maio e il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, alla protesta dei gilet gialli in Francia.

L’endorsement non è certo passato in silenzio, causando la dura reazione dell’Eliseo, che ha condannato l’ingerenza penta-stellata. Anche l’ala moderata della protesta sembra non avere apprezzato la mano tesa di Di Maio. Jacline Mouraud, fondatrice del movimento, ai microfoni del Quotidiano Nazionale francese ha definito inaccettabile l’intervento del leader 5Stelle. “Ma come si permette - ha tuonato Mouraud - di appoggiare dei rivoltosi e offrire solidarietà a chi sta cercando di sabotare l’ordine e la democrazia in Francia? Il messaggio del signor Di Maio è assurdo, inammissibile: si metta bene in testa che la Francia del 2019 non è quella della Rivoluzione del 1789 né quella della Comune del 1871”.

Secondo la fondatrice dei gilet gialli, la mossa di Di Maio va letta come un tentativo di trovare alleati in vista delle elezioni europee di maggio. La stessa strategia che Oltralpe, secondo Mouraud, sta portando avanti Florian Philippot, ex numero due del Fronte nazionale. Per la pasionaria della protesta gialla, non mancano le somiglianze tra i due. “Philippot - spiega Mouraud - ha depositato il marchio Gilets jaunes per esserne l’unico proprietario, proprio com’è successo ai Cinquestelle che hanno un padrone che si chiama Casaleggio. Altro che potere al popolo”.

Proprio le elezioni europee sono, nell’immediato, l’orizzonte ultimo al quale guardano, con motivazioni diverse, europeisti ed euroscettici. I sovranisti nostrani continuano a ripetere la propria volontà non di abbattere, ma di riformare l’Unione Europea. Sinceramente trovo difficile capire come l’essere europeisti e l’essere sovranisti possano andare a braccetto, senza dar vita a una contraddizione. Se il sovranista Salvini accusa l’Europa di menefreghismo nella gestione dei migranti, i suoi amici sovranisti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e il premier ungherese Viktor Orban, risponderanno un secco no quando si parlerà di redistribuzione delle quote.

Se si vuole essere sovranisti duri e puri, ogni stato-nazione deve risolvere da solo il problema dei flussi migratori, oppure accettare di coprirsi di vergogna e lasciare che vaghino in mezzo al mare, da un porto all’altro. Ma credo che il sovranista tutto d’un pezzo dovrebbe rinunciare a tutti i fondi per lo sviluppo, la coesione sociale, la realizzazione di opere e infrastrutture messi a disposizione al livello comunitario, se ha così invise le istituzioni europee. Forse non piace l’idea che l’Europa, oltre a dare molto, esiga altrettanto. Non solo il rispetto delle regole del gioco, ma anche una condotta conforme a determinati principi.

Nata per garantire la pace e la cooperazione tra tutti i popoli, in un continente dilaniato da due guerre mondiali, l’idea di un’Europa unita mal si adatta ai fili spinati e ai muri, e di certo non può tollerare e contemplare l’insorgere di nuove forme di xenofobia e antisemitismo.

È innegabile che il Vecchio Continente stia vivendo un momento di impasse. La Brexit sta lacerando le due parti, alimentando il clima di incertezza. Il collante teutonico sembra aver perso la sua presa, con la figura di Angela Merkel sempre più defilata, e pronta a lasciare la politica una volta che il suo mandato sarà giunto al termine. Siamo un continente che sta invecchiando, che non riesce più a tenere il passo di Stati Uniti, Russia e Cina. Una debolezza che ci rende frangili nell’affrontare le grandi sfide future, dalla gestione dell’immigrazione ai cambiamenti climatici.

Soprattutto è venuta meno quella narrazione di una comunità di popoli, e ha preso campo l’immagine di una macchina tecnocratica. Dobbiamo decidere quale idea di Europa vogliamo abbracciare e sostenere. Pensare all’Europa come a una somma, disomogenea, di singoli stati, dove ognuno alza la voce per difendere l’orticello che più gli interessa, oppure a un’Europa che sia un qualcosa di più grande della somma delle singole parti.

@tomnutarelli


09 Gennaio 2019
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