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SPI CGIL

Pedretti, appello a Camusso per una soluzione unitaria sul nome del nuovo leader Cgil

Autore: Fernando Liuzzi

I sindacati dei pensionati come alfieri di una nuova stagione di unità sindacale fra le tre maggiori confederazioni del nostro Paese, da un lato. E, dall’altro, lo Spi- Cgil come soggetto che chiede con forza a Susanna Camusso una soluzione unitaria per l’ormai imminente congresso Cgil di Bari, che vede la confederazione divisa tra i sostenitori di Vincenzo Colla e di Maurizio Landini. Sono questi due degli assi portanti della relazione di Ivan Pedretti con cui si sono aperti oggi, a Torino, i lavori del 20° Congresso del sindacato dei pensionati Cgil, l’ultima assise nazionale di categoria prima dell’appuntamento di Bari

“I pensionati, in Italia, sono ormai un terzo della società”. E il loro peso appare destinato a “crescere ulteriormente”. Quindi “rappresentarli significa comprendere i cambiamenti che stanno avvenendo nella società, significa guardare avanti e pensare al futuro”. Sono queste le parole di Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi, che, in qualche modo, costituiscono la base concettuale di tutto il suo ragionamento. Parole con cui lo stesso Pedretti, bresciano della Val Trompia, 64 anni, ha spiegato lo slogan che campeggia sul fondale dell’auditorium del Lingotto dove si tiene il Congresso: “Qui si fa il futuro”. Uno slogan, assieme, ambizioso e spiazzante. Perché è normale, per la mente umana, collegare una parola come futuro alla parola giovani e non alla parola anziani. Ma Pedretti, che come essere umano si trova ormai sulla soglia del concetto statistico di “anziano”, posta in genere a 65 anni, è un sindacalista innovativo. E ha svolto infatti una relazione con cui - forse per la prima volta, o comunque per una delle primissime volte - la demografia ha fatto il suo ingresso nell’ambito del dibattito sindacale italiano.

Per Pedretti, dunque, nel nuovo scenario delle società sviluppate, dominato dall’invecchiamento della popolazione, frutto a sua volta del sommarsi del calo delle nascite e dell’aumento dell’attesa media di vita, la funzione del sindacato dei pensionati non può più essere solo quella tradizionale di un’organizzazione che offre servizi e tutela al singolo ex lavoratore, ormai pensionato, ma quella di “un sindacato generale che negozia e contratta i bisogni e i diritti di milioni di persone”.

Un sindacato, ancora, che vuole avere voce in capitolo in almeno quattro ambiti problematici, in ognuno dei quali si propone di assumere iniziative e svolgere ruoli attivi.

Il primo, come già annunciato da Pedretti nel 2016, all’atto della sua elezione a Segretario generale dello Spi-Cgil, è quello della contrattazione territoriale. Un’attività schiettamente sindacale in cui i sindacati dei pensionati individuano e sollevano problemi avvertiti dagli anziani in un determinato territorio - problemi che possono andare dalla sanità ai trasporti, dalle barriere architettoniche agli orari dei negozi - e si propongono poi di avanzare proposte specifiche volte alla loro soluzione e di contrattarle con i poteri pubblici e le associazioni di categoria di volta in volta interessati.

Il secondo, più classicamente politico, è quello del rapporto col Governo. Un rapporto che, per quanto riguarda l’attuale Esecutivo formato da Lega e MoVimento 5 Stelle, è apertamente conflittuale. Anzi, più nettamente conflittuale di quello sin qui palesato da altre categorie. E ciò per due motivi.

Innanzitutto, c’è la questione previdenziale. Il Governo, specie per bocca del Vicepresidente Salvini, si è sbracciato e sgolato a proclamare la fine della riforma che porta il nome di Elsa Fornero, ministro del Lavoro nel Governo guidato da Mario Monti. Ma basta buttare un occhio sul sito dello Spi per capire che, tra i pensionati della Cgil, la propaganda leghista non ha fatto breccia. “Manovra, Sindacati: ‘Il Governo non faccia cassa con i pensionati’”, avverte un comunicato del 18 dicembre scorso. “Rivalutazione, pensionati vessati. Ora basta”, aggiunge un secondo comunicato del 21 dicembre. “Manovra, tagli alla rivalutazione. Domani pensionati in piazza in tutta Italia”, annuncia una terza nota del 27 dicembre. E, infine, “Pensionati in piazza in tutta Italia contro lo stop alla rivalutazione”, afferma un quarto comunicato del 28 dicembre.

Il punto problematico qui ripetutamente denunciato è, in tutta evidenza, quello del raffreddamento della rivalutazione delle pensioni in essere in base al costo della vita. Tale rivalutazione fu, appunto, raffreddata dalla manovra Monti-Fornero fino al 31 dicembre 2018. Nel 2016, il Governo Renzi si era impegnato con i sindacati dei pensionati a non procrastinare tale misura oltre la sua attesa scadenza. Ma, ecco l’evento paradossale, proprio l’Esecutivo gialloverde, dopo tanti proclami contro “la Fornero”, ha invece deciso, allo scopo di far cassa, di prolungare il raffreddamento a partire dalle pensioni pari al triplo delle pensioni assistenziali al minimo, ovvero da quelle pari a circa 1.520 euro lordi. In pratica, la stragrande maggioranza degli ex-lavoratori, oggi pensionati, sono sottoposti, dal duo Salvini-Di Maio, a un contributo coatto alle loro misure di politica economica. Contributo coatto cui il capo del Governo, Conte, ha avuto il pessimo gusto di aggiungere lo sberleffo, paragonando i pensionati in lotta contro il suo Esecutivo all’Avaro di Moliere.

Ce ne sarebbe già abbastanza. Ma il punto vero è forse un altro. E sta nel fatto che la tanto sbandierata “quota 100”, non essendo accompagnata da un prolungamento dell’esistenza in vita dell’Ape Sociale e di Opzione Donna, finisce per favorire, anche se relativamente, solo la parte più forte del lavoro dipendente, penalizzando tutte le figure caratterizzate da carriere contributive discontinue, a partire dalle donne.

Ma torniamo al Lingotto e alla lunga relazione di Pedretti (2 ore). Il quale Pedretti, alle valutazioni negative già espresse all’unisono, sul piano sindacale, dalle organizzazioni dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil, ha aggiunto una più specifica valutazione politica negativa sull’attuale Governo.

“È salita al potere una nuova classe politica che ha un comportamento anomalo e, per alcuni versi, pericoloso”, ha scandito Pedretti. Specificando poi che questa nuova classe “professa una sorta di agnosticismo politico, cancellando ogni forma organizzativa intermedia” e “fa dell’antipolitica la propria politica, denigrando e sminuendo il ruolo delle più alte Istituzioni del Paese”. E giungendo quindi ad affermare che l’attuale Governo “va contrastato non solo nel merito dei provvedimenti che prende ma, soprattutto, a difesa dei principi democratici della nostra Repubblica”.

Come si è già visto, i pensionati sono la prima categoria sindacale ad essere scesa in piazza unitariamente contro la manovra economica del Governo, a partire da venerdì 28 dicembre, con decine di presídi organizzati davanti alle Prefetture di tutta Italia. E qui si delinea il terzo ambito di intervento attivo del sindacato pensionati Cgil: quello dei rapporti fra i sindacati confederali.

A quanto risulta, Pedretti ha già un ottimo rapporto con i suoi omologhi di Cisl e Uil: Gigi Bonfanti, segretario generale della Fnp-Cisl, e Romano Bellissima, che ha lo stesso ruolo nella Uilp-Uil. Ma l’unità d’azione fra i pensionati non gli basta. E infatti oggi ha affermato che “il sindacalismo confederale deve fare un salto di qualità attraverso la costruzione di una vera e propria costituente per l’unità e per un nuovo sindacato unitario” e ha chiesto al “gruppo dirigente di Cgil, Cisl, Uil” di assumersi “la responsabilità di costruire questo progetto politico”.

E ha poi scandito: “Spi, Fnp e Uilp oggi possono aprire quel cantiere, rappresentando al meglio le grandi culture sociali del mondo del lavoro, cattolica, socialista e progressista. Proviamoci e diamo alle nuove generazioni il periodo migliore della storia del movimento sindacale, quello dell’unità”. E ciò perché forse solo un sindacato unitario “può affrontare la più grande trasformazione mai avvenuta dalla fine dell’Ottocento a oggi, quella dell’innovazione, della digitalizzazione, della comunicazione telematica, della robotica e dell’intelligenza artificiale”.

E veniamo, adesso, al punto più delicato, il quarto, ovvero quello dei rapporti interni alla Cgil impegnata nella fase finale del suo Congresso.

Per anni si è ironizzato, dall’esterno, sul peso percentualmente crescente dei sindacati dei pensionati, rispetto alle categorie dei lavoratori attivi, nelle tre maggiori confederazioni del nostro Paese: Cgil, Cisl e Uil. Ma oggi, come si è visto, Pedretti ha rovesciato il ragionamento. Osservando che la crescita del peso dei pensionati - e, più in generale, degli anziani - nella società, deve portare due conseguenze. La prima è che i problemi posti dall’invecchiamento della popolazione non possono essere propri solo del sindacato dei pensionati, ma implicano un ridisegno delle strategie di politica sindacale dell’intera Confederazione. La seconda è che, ormai, non c’è nulla di male se “il sindacato dei pensionati ha un peso politico e sindacale dentro alla Confederazione” stessa.

Ma qui, per essere più chiari su questa seconda conseguenza, occorre lasciare la relazione di Pedretti e dedicarci a un rapido approfondimento tecnico. In Europa, come è noto, esistono diversi modelli sindacali. In Germania, ad esempio, dove c’è peraltro una confederazione unitaria, la Dgb, i metalmeccanici che vanno in pensione rimangono iscritti al loro sindacato di categoria, la Ig Metall. In Italia, invece, fin dai tempi di Di Vittorio esistono le organizzazioni dei pensionati che raccolgono tutti i lavoratori in quiescenza, indipendentemente da quale sia la categoria cui sono appartenuti quando erano lavoratori attivi.

Ora, per evitare un peso, diciamo così, eccessivo, dei pensionati sugli altri lavoratori sindacalizzati, esiste da tempo immemore, all’interno della Cgil, un cosiddetto meccanismo di "solidarietà”, in base al quale il sindacato dei pensionati cede alle altre categorie e alle strutture orizzontali la metà dei delegati cui avrebbe diritto.

Il che, di fronte a un documento unitario, come quello intitolato “Il lavoro è”, approvato dal 98% dei voti espressi nei Congressi di base, non comporterebbe alcun problema. Ma potrebbe portarne nella fase finale del Congresso dal momento che, in nome dello stesso documento, si sono profilate due diverse candidature all’incarico di Segretario generale della Cgil. Candidature che, come è noto, sono quella di Maurizio Landini - lanciata dal Segretario generale uscente e non ricandidabile, Susanna Camusso, e poi approvata dalla maggioranza della segreteria uscente - e quella di Vincenzo Colla, autocandidatosi, in dicembre, a succedere a Camusso.

Ora il Congresso nazionale dello Spi, apertosi oggi a Torino, manderà a Bari, dove dal 22 al 25 gennaio si terrà il Congresso della Cgil, 212 delegati, pari circa al 25% della platea congressuale. Di questi, 108 saranno eletti in rappresentanza dei pensionati e 104 in quota di solidarietà. Come si può comprendere, si tratta di un passaggio particolarmente stretto, dato che Colla e Landini vengono dati come molto vicini nei consensi fin qui conquistati.

Ma torniamo, ancora una volta, alla relazione di Pedretti. Il quale ha ottenuto il più lungo applauso, della ventina che ha punteggiato il suo lungo intervento, quando ha fatto esplicito appello a Susanna Camusso affinché “faccia un’azione di ricomposizione unitaria della nostra organizzazione prima di lasciarci”, ovvero prima della conclusione del Congresso di Bari.

“Penso sia necessario lavorare sino all’ultimo minuto per ricercare una soluzione unitaria”, ha detto Pedretti. Aggiungendo, in termini molto espliciti, che “in troppi, anche al nostro interno, sembrano affascinati dal leader carismatico a cui si consegna la facoltà di fare e disfare secondo il suo arbitrio”, mente la Cgil dovrebbe “attenersi alle sue regole, senza fughe in avanti”.

E ancora: “Sostenere che il candidato della Segreteria uscente”, ovvero Landini, "sia in sintonia con il popolo e che il resto del gruppo dirigente che non sostiene quella tesi sia invece la burocrazia sarebbe il principio dello snaturamento della democrazia interna. Se così fosse, ci incammineremmo su una china simile a quella del populismo e ciò sarebbe foriero di una grave crisi”.

Per Pedretti, bisogna quindi “favorire una soluzione condivisa e unitaria”. Ma se ciò non fosse possibile, “di fronte a più candidature la Presidenza” del Congresso di Bari “avrà il compito di ascoltare i componenti dell’Assemblea generale eletta dal Congresso e il candidato con più consenso sarà il Segretario generale di tutti”.

@Fernando_Liuzzi


09 Gennaio 2019
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