La sola possibilità per accrescere i consumi e sostenere l’economia è l’aumento dei salari netti sui redditi da lavoro. Fino ad ora questa scelta ha trovato pochi sostenitori, con il pretesto che non sarebbe sostenibile nelle imprese a minore produttività. Ma è ancora possibile voltare pagina e cambiare strategia. Salario e sviluppo possono attendere? Una riflessione a margine del congresso Cgil

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SINDACATO

Salario e sviluppo possono attendere? Una riflessione a margine del congresso Cgil


L'ultima finanziaria  ha fatto il miracolo di far scendere in piazza unitariamente Cgil, Cisl e Uil. Non accadeva da anni. Le prime manifestazioni di dissenso sono iniziate da Confindustria, dalle Associazioni dell’artigianato, del commercio e poi, a Torino, da donne espressione della società civile. Tutti per protestare contro lo stop allo sviluppo del Paese reso evidente dal taglio degli investimenti all’industria 4.0 e dal blocco della TAV, misure esibite dal Governo come qualcosa di cui vantarsi.

La mancata rivalutazione delle pensioni ed il dimezzamento dei finanziamenti alle organizzazioni del volontariato hanno mobilitato anche il Sindacato confermando che c'è ancora la possibilità di una comune battaglia tra il Sindacato e le forze politiche progressiste sui temi del lavoro, del salario, dell’Europa e in difesa delle regole democratiche. Ma a dividere ancora il sindacato sono alcuni provvedimenti del Governo e la concorrenza tra le organizzazioni nel campo dei servizi.

Nell’anima della Cgil, che è prossima al Congresso, si è spezzato il collegamento con la sinistra riformista:  Susanna Camusso ha indicato come suo successore Maurizio Landini, con il quale ha condiviso tutti gli scontri contro le riforme introdotte dai Governi di centrosinistra.

Carmine Fotia ha scritto che «La Cgil è sempre stata una delle fucine delle strategie della sinistra. E quando la sinistra è stata debole, ha svolto un ruolo di supplenza» (L'Espresso, 14 ottobre).

Sarà, ma la reputazione di cui gode il Sindacato in generale è in caduta libera e quella della Cgil in particolare. Secondo un'indagine di «Community Media Research» (aprile 2017) il 30,5 per cento dei lavoratori italiani ritengono che le cose in Italia andrebbero meglio senza i sindacati. Colpa anche della disintermediazione a cui ci hanno abituato gli ultimi Governi, emarginandolo a semplice spettatore. Ma questo non è l'unico aspetto dell'evidente tracollo della sua reputazione.

Il riposizionamento filogovernativo dei vertici della Cgil sta provocando uno scontro nazionale con l’area sindacale che rifiuta la sua fuoriuscita dal blocco politico-culturale progressista, ben più ampio dei votanti per il PD.

Del resto, nelle tesi congressuali si chiede l’abolizione della Fornero e l’accesso alla pensione a 62 anni: un regalo a Salvini!

 

la scomparsa della crescita del salario

 

Ma anche Confindustria è riuscita a trovare il modo di trasformare, a partire dai metalmeccanici, la funzione generale del Sindacato in quella di organizzazione corporativa degli interessi.

In alternativa all’aumento del salario in busta paga, Fim, Fiom e Uilm hanno  deciso di difendere gli interessi solo dei propri iscritti allargando la gamma dei servizi sindacali: vertenze individuali, pratiche pensionistiche e denunce dei redditi, ai quali il contratto nazionale ha aggiunto il sostegno ai costi per le cure dentistiche, visite specialistiche (solo per citare le più costose) per il lavoratore dipendente e la famiglia e il welfare personale. Vediamo di cosa si tratta:

1)      Articolo 15. Disciplina la Previdenza Complementare COMETA costituita come “Fondo pensione nazionale di categoria”. A tale scopo i lavoratori che vi aderiscono contribuiranno con l’1,2 per cento  e le aziende con il 2 per cento sempre dei minimi contrattuali.

2)      Articolo 16: Assistenza Sanitaria Integrativa. Dal 1° ottobre 2017 tutti i lavoratori metalmeccanici sono iscritti al “Fondo di assistenza sanitaria integrativa”  denominato “mèta Salute”, abilitato ad erogare prestazioni integrative rispetto a quelle fornite dal Sistema sanitario nazionale. L’onere a carico dell’azienda è di 156 euro annui comprensivo delle prestazioni a familiari e conviventi. La gestione del Fondo è stata data in concessione ad una società Assicurativa di Mogliano Veneto (Venezia).

3)      Articolo 17: Welfare. Dal 1° giugno 2017 “le aziende metteranno a disposizione dei lavoratori strumenti di welfare personale” per un valore elevato a 200 euro, a partire dal 1° giugno 2019, da utilizzare entro i successivi dodici mesi. L’applicazione dell’articolo sarà decisa insieme alle Rsu. Secondo le esemplificazioni contenute nell’articolo potrà essere utilizzato a discrezione di ogni singolo lavoratore.

4)      Adeguamento all’inflazione.  Questa è l’unica voce salariale in busta paga aggiornata di anno in anno e tassata mensilmente. Per il 2018 (sull’inflazione del 2017) è stata di 13 euro mensili. Il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita è stato ridefinito nell’anno 1992 a seguito della disdetta dei contratti di categoria da parte di Confindustria e delle altre associazioni dei datori di lavoro, questo perché allora il nemico da combattere era l’inflazione. Purtroppo, quell’intesa ha bloccato ogni aumento netto dei salari nell’infondata previsione che sarebbero successivamente aumentati attraverso la contrattazione aziendale di secondo livello sulla produttività. La crisi del 2008 ha provveduto a limitarla alle sole imprese esportatrici: spesso offerta dalle stesse aziende allo scopo di fidelizzare i lavoratori professionali. Le multinazionali la rifiutano sotto il ricatto della delocalizzazione. È il caso di Electrolux che eroga la medesima cifra del 2008. Il costo mensile a carico delle aziende, previsto dal contratto dei metalmeccanici del 2016, (comprensivo degli articoli 16 e 17) è pari a 27,38 €. e di 328,61 €. annuali per ogni singolo lavoratore ed è  detassato in base alla normativa sulla contrattazione sindacale. Non lo sono invece i 156 €. di recupero sull’inflazione.  Il metalmeccanico ha il doppio vantaggio di usufruire dei servizi privati previsti dal contratto e di quelli pubblici erogati dallo Stato alla generalità dei cittadini. La rinuncia al salario in favore dei servizi riduce però i consumi. E, purtroppo, si dimentica che una politica di bassi salari è fra le principali cause dell'emigrazione  qualificata verso il Nord Europa e l’America dei giovani dai 24 a 39 anni: i più richiesti dalle imprese di Lombardia e Veneto, ma questo è un problema che interessa anche il Friuli. A pesare sulla decisione di emigrare è anche l’appiattimento retributivo tra l’operaio in produzione, il tecnico e il laureato legato alla regola degli aumenti uguali per tutti ereditata dal Sessantanove. Non si considera, infine, che nel 1999 il reddito di un tedesco era il 5 per cento  superire a quello italiano e oggi è il 25 per cento più alto.

 

il salario negli anni dello sviluppo e la crisi dell'industrialismo

 

Gli anni di crescita del salario si intrecciano con la grande espansione della produzione di fabbrica e dell’occupazione fra gli anni Cinquanta e poco oltre il 1970. Il periodo di maggiore crescita del Pil dal dopoguerra è quello in cui si sono realizzate le riforme delle pensioni, della scuola, della sanità, la infrastrutturazione del Paese, l’allargamento del comparto pubblico nell’economia, lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, la contrattazione sindacale aziendale e la nascita dei consigli di fabbrica. Poi gli scenari sociali cambiano e prende il sopravvento la stagnazione. Le imprese non riescono ad accrescere la produttività necessaria a sostenere i costi della modernizzazione del Paese e convivere con la conflittualità aziendale e i poteri assegnati ai consigli di fabbrica. Si sfalda in particolare la centralità dell’industrialismo rappresentato dalla grande industria e dall’agire della classe operaia come soggetto dell’azione politica del cambiamento e non riguardo all’ essere operaio. Dopodiché ha inizio la paralisi dello sviluppo. In particolare, a titolo di esempio, escono di scena il Piemonte della fabbrica comunità della Olivetti e quello conflittuale della Fiat che, secondo il leader della Cisl Cesare Del Piano, avrebbe portato al superamento della distinzione fra economia e politica nazionale. Torino e Genova continuano a pagare un prezzo salatissimo alla deindustrializzazione che segue alla crisi dei grandi agglomerati produttivi. Oltre alla grande fabbrica, non sono state nelle condizioni di riconvertire le loro economie nel campo dei servizi, dell’innovazione e nella diversificazione della base economica. E ancora oggi le accumunano una drastica riduzione della popolazione residente e l’abbandono delle periferie. Milano avrà come sbocco alla crisi dell’industria la città dell’edilizia e del consumo; e solo di recente ha ritrovato una sua dimensione nazionale ed Europea nel campo dei servizi, della moda, del design, degli studi universitari e dell’architettura d’avanguardia.

Nel Sindacato, la risposta più netta alla crisi della grande industria ed al suo epilogo antagonista del “sindacato dei consigli” è venuta da Pierre Carniti, ancora nel 1980, dopo la marcia dei trentamila contro l’occupazione della Fiat. La Cisl si sottrae alla logica del conflitto per riprendersi lo spazio connaturato ad un sindacato solidaristico e della mediazione limitandosi a guardare le lotte interne alla Cgil. Incapace di andare oltre rispetto alla pratica antagonista degli anni Settanta, quest’ultima comincia la sua parabola discendente dividendosi nel referendum sulla scala mobile avviandosi a percorre la strada senza via d'uscita del sindacato dei diritti (articolo 18) e proseguendo poi ad opporsi alle riforme sul lavoro introdotte dai Governi di centrosinistra. L’Italia dello sviluppo ne uscirà sconfitta.

Sopravvivrà una Confindustria decisa a bloccare i salari reali, a sostenere le delocalizzazioni delle imprese a minore valore aggiunto e la chiusura di quelle maggiormente in crisi. Indebolito dalla crisi dell’industria e dai licenziamenti, il Sindacato si limita a proporre i contratti di solidarietà (meno orario e meno salario), la cassa di integrazione speciale, i prepensionamenti o a sottoscrivere accordi (come quello con Electrolux del 2014) che riducono la pausa per gli effetti stancanti alle catene di montaggio e il monte-ore a disposizione dell’attività sindacale delle Rsu aziendali. Dalla fabbrica la critica della Cgil si concentra sui vincoli Europei sul debito pubblico, concorda con  Salvini quota cento per accedere alla pensione e con Di Maio per l’abolizione della legislazione del centrosinistra sul lavoro. Sulla TAV, invece, la Fiom di Landini è schierata con i NO-TAV mentre la Fillea (sindacato delle costruzioni) di Vincenzo Colla con i SI-TAV. La Cgil inoltre, come si legge nelle tesi congressuali, propone di superare lo Statuto dei Diritti (sindacali) dei lavoratori nelle imprese sopra i 15 dipendenti ed avanza la «Carta dei Diritti Universali del Lavoro»  riportando i diritti in capo alla persona. Un salto qualitativo o un'acrobatica quanto opportunistica linea politica che spoglia il lavoratore e il lavoro della sua appartenenza ad un ben definito blocco storico-sociale nella prospettiva individualistica dell’individuo solo centro di sé ?

Luciano Violante in un articolo pubblicato su Avvenire del 14 marzo 2015, ha affermato che «Il diritto esercitato senza senso del dovere è un'arma contro l'altro, dissolve i legami sociali, perché l'unità politica e sociale di un Paese si realizza nell'adempimento dei doveri, sui vincoli che ci legano, ma una politica estrema dei diritti senza che alle spalle ci sia un senso di appartenenza, frantuma fortemente la società». Questa tesi, poi sviluppata nel suo libro «Il dovere di avere doveri», mette in primo piano i rischi legati ad un eccesso di rivendicazioni di diritti individuali e al progressivo allentamento dei legami di appartenenza. Rischi per la stessa democrazia e l'unità politica del Paese perché lasciano campo libero alla demagogia e al populismo.

la sconfitta del lavoro e dello sviluppo

Il Governo populista si presenta come paladino dei senza lavoro (ma anche di quelli che spesso lavorano in nero), e di quanti possono andare in pensione a 62 anni e 38 di lavoro. Una scelta assistenzialistica che lo distingue da tutti gli altri schieramenti populisti. Nell’America di Trump al primo posto viene la proposta di rientro del lavoro industriale delocalizzato all’estero dai grandi gruppi, mentre nella finanziaria di Salvini e Di Maio sono stati tagliati gli investimenti sul lavoro per finanziare quota cento ed il reddito di cittadinanza erogato direttamente dallo Stato a differenza di quanto prevede il REI (reddito di inclusione sociale ), ipotizzando un futuro in cui le nuove tecnologie si sostituiscono al lavoro.

Da qui la prefigurazione di uno Stato post-tecnologico fondato su un reddito assistenzialistico che si pretende spetti di diritto a chi non lavora, la decrescita dell’economia e il rifiuto di investire sulle infrastrutture, il livellamento dei redditi verso il basso e l’inutilità delle competenze perché prerogative di quelle élite che si vorrebbero sopprimere e, quindi, essenzialmente antidemocratiche. Per non parlare delle proposte di Salvini, che sono ancora peggiori. È stata abbassata di cinque anni l’età pensionistica, tagliati gli investimenti agli imprenditori del Nord, per consentire ai dipendenti privati e pubblici un'uscita anticipata dal lavoro. Nei prossimi tre anni la spesa assistenziale dello Stato è prevista in 51 miliardi (Il Sole 24 Ore, 4 gennaio). La finanziaria ha stabilito che il conto sarà pagato con la mancata rivalutazione della pensione lorda superiore a 1522 €., con il taglio degli investimenti all’industria 4.0, al terzo settore del volontariato, alle opere pubbliche e agli enti locali. La crescita del Pil nel 2019, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, sarà dello 0,8 per cento in pieno ambito recessivo creando le condizioni ideali per ulteriori delocalizzazioni, la svendita delle medie imprese del Made in Italy a cinesi, francesi, tedeschi, turchi ecc. e, come nei decenni passati, il Sindacato sarà costretto a richiedere la cassa integrazione, i prepensionamenti, i contratti di solidarietà, la riduzione del salario e dell’orario di lavoro. Sarà questo il panorama di un Italia sempre più piccola ed emarginata.

È ancora possibile voltare pagina e cambiare strategia? Questo è quanto mai necessario sia nelle scelte sindacali che nelle politiche della sinistra sul lavoro. Il sostegno ai consumi e l’aumento della produttività del sistema Italia. Bisogna avere il coraggio di contrapporre alla scelta assistenzialistica dell'attuale Governo (e ai sui costi esorbitanti) un'idea di Paese in cui ciascuno si senta impegnato a dare il meglio per il proprio futuro e per quello dei propri figli. Iniziamo, allora, a definire progetti concreti che mirano alla salvaguardia del patrimonio industriale e a proporre investimenti strutturali su cultura (sempre carenti in Italia, ma ora addirittura ridotti al lumicino) e, soprattutto, sui processi di acquisizione delle competenze. Non è un caso se proprio il tema del fallimento delle politiche pubbliche sinora perseguite nel nostro Paese sia al centro del libro di Carlo Calenda, «Orizzonti selvaggi», nel quale vengono formulate proposte innovative, frutto della sua esperienza di Ministro dello Sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni e di Rappresentante permanente dell’Italia presso l'Unione Europea. Quelle indicazioni ci consentono di formularne di ulteriori: la costituzione presso il Ministero dello Sviluppo Economico di un team per l’analisi sulla redditività e il processo tecnologico delle imprese in crisi o soggette alla cessione all’estero; introdurre nell’ordinamento italiano la clausola dell’interesse nazionale estesa ai comparti principali del Made in Italy (alimentare, farmaceutica, mobile-arredo, moda e cosi via); imporre alle imprese che delocalizzano la clausola della bonifica delle aree dismesse; avanzare a livello italiano ed Europeo l’adozione del salario minimo, l’orario settimanale massimo, il limite annuale di ricorso allo straordinario. Ma lo scossone più immediato per far ripartire i consumi e l’economia potrà venire anzitutto dall'aumento del salario e dal territorio.

ripartire dal salario e dal territorio

L’aumento del salario contrattuale è fermo dal 1992 e nel 1999 è stata ad esso conglobata l’ex indennità di contingenza. Nel frattempo, l’adeguamento all’aumento dell’inflazione è via via diminuito. L'ultima finanziaria, tra tagli e aumento della tassazione, contribuirà a peggiorare l’economia e l’occupazione. Tutto lascia prevedere una crescita del Pil inferiore all’uno per cento ed un calo  dei consumi interni e delle esportazioni. Una volta si sarebbe detto aumentiamo gli investimenti nei lavori pubblici dello Stato, degli Enti locali e delle Regioni che, invece, sono stati anch’essi bloccati. Eppure, sarebbe sufficiente sbloccare 27 grandi opere sopra i 100 milioni, già finanziate, per dare lavoro a 400 mila persone ed avere una ricaduta di 86 miliardi (Vincenzo Boccia, 3 gennaio, Corriere della Sera). La sola concreta possibilità per accrescere i consumi e sostenere l’economia è quella di prospettare l’aumento dei salari netti sui redditi da lavoro, come per altro si attendono i ceti medi. Fino ad ora questa scelta ha trovato pochi sostenitori con il pretesto che non sarebbe sostenibile nelle imprese a minore produttività.

La linea che divide la stagnazione dalle politiche per lo sviluppo è proprio quella di aspettare gli ultimi e tenere bloccata l’economia, mentre la scelta del salario come traino della crescita potrebbe finalmente unificare un fronte dello sviluppo capace di costringere il Governo (qualsiasi esso sia) a ridurre il cuneo fiscale e a investire sul lavoro. Un’ulteriore spinta alla crescita potrà essere avviata nei territori grazie alla realizzazione degli otto Competence Center, previsti dal Piano Industria 4.0 promosso dall’ex ministro Carlo Calenda. Il primo a partire è stato BIG-REX (Big Data Innovation & Research EXcellence). I settori al centro del progetto capitanato da UniBo sono la meccanotropica, il biomedicale, l'agrifood, mentre a livello tecnologico si specializzerà in Big Data. Il secondo è il Smact di Padova (con la presidenza affidata all’Università di Padova) per le regioni del Nord-Est, ed ora si aspetta la formazione degli altri sei. Ognuno di essi avrà una specifica missione di ricerca. Ad esempio, Smact punta su Social, Mobile, Analitycs, Cloud e Internet of Thing. Infine, il Competence Center MADE guidato dal Politecnico di Milano, che sarà operativo da settembre e avrà sede nel Campus Bovisa in cui ci saranno 14 isole dimostrative sulle principali tecnologie abilitanti, dalla progettazione 3D ai cobot, dai Big Data alla Cyber Security.

Per quanto riguarda il Triveneto, la costituzione del Competence Center ha avviato anche una discussione sulla infrastrutturazione delle reti dello sviluppo dell’Area padana. Carlo Carraro, rettore dell'Università Ca’ Foscari dal 2009 al 2014 e direttore scientifico di Fondazione Nord Est, in un recente intervento ha affermato che Veneto e Friuli sono le realtà in coda del territorio; che Milano ha investito nel Tecnopolo statale e sta raddoppiando la Bocconi, che la Regione Emilia ha investito 200 milioni per i tecnopoli di Bologna e di Reggio Emilia e ha denunciato il basso livello numerico dei laureati: il 27,6 per cento in Veneto, il 30 in Emilia ed il 33 di Trentino e Lombardia.

Questa è la riprova di una combattiva e diffusa presenza della cultura dell’innovazione e della capacità delle imprese nei territori di costruire le reti dello sviluppo e di aumentare la nuova occupazione professionale. Ne sono testimonianza i 24.639 milioni di euro di esportazioni dell’Emilia (seconda dopo la Lombardia) e il valore aggiunto del 30,2 per cento dell’industria della provincia di Pordenone che porta il saldo delle esportazioni a superare quella di Udine con il valore aggiunto fermo al 22,3 per cento. È dai territori che promuovono lo sviluppo che potrà avere inizio la contrattazione territoriale sulle retribuzioni a livello di area e per una nuova classificazione professionale e retributiva dei lavoratori formati alla conoscenza delle nuove tecnologie.

Sulla nuova identità del territorio ha discusso Claudio Gentili nell’editoriale Comunicazione e Postmoderno de La Società, (rivista scientifica di dottrina sociale della Chiesa, marzo-aprile 2018), in cui cita la tesi del sociologo Aldo Bonomi secondo cui «…è venuta meno la fabbrica come luogo rappresentativo della coscienza di classe e della dialettica tra capitale e lavoro…», sostituita dal territorio che diventa lo scenario della dinamica dei conflitti (immigrati, TAV, TAP e rifiuti) e dell’incontro tra flussi globali, finanziari, di merci, persone e informazioni, senza dimenticare i flussi di immigrati che in questi ultimi anni hanno innescato nel territorio i conflitti sociali più evidenti.

Ma nei territori, «la voglia di comunità», sottolinea ancora Claudio Gentili, non è solo quella del rancore rispetto all'immigrato o al sentimento di tradimento operato dalla globalizzazione, ma «la comunità di cura (volontariato, privato-sociale, professionisti del welfare) che perseguono il legame sociale come fine della propria azione, e la comunità operosa nella quale ritroviamo i soggetti economici (imprese, banche, associazioni di rappresentanza delle imprese) che riconoscono nel legame sociale un elemento non accessorio della competitività».

la rappresentanza

Secondo la succitata ricerca di Community Media Research del 2017 «Nell’immaginario collettivo aumenta il peso del sindacato nella sua funzione di tutela e nel concorrere allo sviluppo del Paese» e nello spazio di azione politica sui temi sociali e dello sviluppo, ma la possibilità di poterlo esercitare si è notevolmente ridotta per la mancanza di una politica unitaria. Il Sindacato ha assegnato il futuro agli interessi corporativi di tutela degli iscritti e ai servizi alle persone. La sola Cgil può fare leva su un apparato di ventimila dipendenti e migliaia di sedi sparse nel Paese, alle quali si sommano le strutture di Cisl e Uil. Più in generale, ignorando la propria storia, il Sindacato si limita a rivendicare i diritti per i propri iscritti nei comparti e mestieri più vecchi e meno qualificati nella logica di una rappresentanza nell’area dei lavoratori che necessitano dei servizi nei rapporti con la pubblica amministrazione ed ottenere informazioni sui servizi alla persona dei nuovi contratti. Il salario dei lavoratori delle nuove figure professionali è lasciato alla contrattazione del singolo con l’azienda, si preferisce preservare un apparato estraneo alla cultura delle nuove tecnologie e ai lavoratori che le utilizzano da dove potrebbe avere inizio una nuova cultura sindacale incentrata sull’impresa come bene sociale e di sviluppo del territorio.

Giannino Padovan

(Ex sindacalista Fiom-Cgil, consigliere regionale Friuli-Venezia Giulia, consulente d’azienda)


15 Gennaio 2019
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