Proprio in queste ore il Governo è riuscito a portare a termine il decreto che dovrebbe realizzare i due capisaldi del contratto giallo-verde. E quest’operazione ne accrescerà il consenso, anche se la ristrettezza del tempo a disposizione non garantisce di mettere dei soldi in tasca agli italiani prima delle elezioni del Parlamento europeo. Ma l'opposizione e' in imbarazzo, e quanto al sindacato, e' probabilmente la prima volta che viene chiamato a misurarsi con una cosi' sfacciata demagogia di un governo. La lezione di Oxford e quel decreto che mette in imbarazzo le opposizioni

Il guardiano del faro

notizie del giorno

›› tutte le notizie

I Blogger del Diario

›› tutti gli interventi

calendario

DoLuMaMeGiVeSa
12345
67891011 12
13141516171819
2021 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31

dalle istituzioni

newsletter

link

argomenti

Galleria fotografica

Galleria fotografica

La lezione di Oxford e quel decreto che mette in imbarazzo le opposizioni


Gli studenti di Oxford ci hanno dato una lezione.  Durante e dopo la conferenza di Beppe Grillo non si sono limitati – come il ragazzo della favola – a denunciare la nudità del sovrano. Sono andati subito al sodo: ‘’Questo è un guitto’’, si sono detti tra di loro, intonando dei ‘’buu’’  tanto sonori da far invidia a quelli che le curve degli stadi italiani rivolgono ai giocatori di colore. Si racconta, persino, che, dopo aver ascoltato l’esibizione  del comico-guru, alcuni studenti, fino a quel momento risoluti anti-Brexit, si siano chiesti se valesse davvero la pena restare in un’organizzazione sovranazionale insieme con un paese, come l’Italia, che ha consentito ad un buffone (in senso tecnico, ovviamente) di  deviare il corso della storia politica su di un binario morto. Dal canto loro, i giovani italiani presenti hanno avvertito un brivido scorrere lungo il filone della schiena, nel timore di essere rimandati in patria – trovarvi Grillo nella veste di duce del populismo - perché divenuti improvvisamente stranieri, a causa di un possibile No Deal.

Ovviamente, il mio è solo un tentativo di manifestare un radicato  dissenso ricorrendo all’ironia, per non mettermi a piangere. Ma è una magra consolazione. Proprio in queste ore il Governo è riuscito a portare a termine il lavorio affannato  e complesso sul decreto che dovrebbe realizzare i due capisaldi del contratto giallo-verde. E quest’operazione ne accrescerà il consenso, anche se la ristrettezza del tempo a disposizione non garantisce di mettere dei soldi in tasca agli italiani prima delle elezioni del Parlamento europeo.

Il fortilizio da espugnare è l’Inps: tocca all’Istituto di via Ciro il Grande ricevere le domande, non solo per le pensioni, ma anche per il reddito di cittadinanza, accertare la sussistenza dei requisiti e riconoscere l’assegno. Ricordo che quando il governo Berlusconi  portò le pensioni minime (sia pure con qualche accorgimento che riduceva la platea dei beneficiari) al milione mensile del Signor Bonaventura (un personaggio del Corriere dei piccoli), arrivò persino a nominare un commissario ad acta perché, ad avviso del premier stesso,  gli uffici dell’Inps non erano abbastanza solleciti. Tanto che, alla fine, gli aventi diritto (individuati con una certa generosità) vennero avvertiti a domicilio di recarsi ad incassare il nuovo trattamento. Sinceramente non mi aspettavo che le cose prendessero questa piega.

Ero convinto che i mercati sarebbero stati implacabili, che lo spread salisse al livello del 2011, che la Commissione europea avrebbe avviato la procedura   d’infrazione perché  i due caporioni avrebbero tenuto testardamente fede alle parole scostumate che andavano dicendo, mandando tutti a quel Paese. Invece, ancora una volta aveva ragione il vecchio Marx, quando affermava  che il capitalismo è capace di fabbricare anche la corda che servirà alla sua impiccagione. Tutti sono diventati flessibili: il governo si è rassegnato ad un’operazione di facciata cincischiando sui decimali del deficit; la Ue ha finto che tutto andasse bene (del resto che cosa avrebbe potuto fare di diverso?); i mercati hanno capito che era meglio temporeggiare e convivere con quanto, in questa fase storica, ‘’passa il convento’’. Così  la malattia del Paese è rimasta seriamente cronica, ma ha superato, almeno per ora, la fase acuta. Il decreto rappresenta una svolta. Soprattutto mette in forte imbarazzo le opposizioni.

Il Pd fino ad ora si è attaccato a qualche infortunio della maggioranza: la tabella maligna nel decreto dignità; il condono surrettizio per gli abusi edilizi ad Ischia; la rivolta da operetta dei sindaci  (4 gatti) sul decreto sicurezza. Altrimenti i dem hanno saputo solo dire (come se fosse un problema loro) che la maggioranza non rispettava  le promesse elettorali o che ripercorreva – come nel caso Carige – le stesse scelte compiute – tra le critiche delle opposizioni di allora – dai governi di centro-sinistra. Allo stato delle cose, io non vedo delle opposizioni convinte ad osteggiare le misure contenute nel decreto.

Poi ci sono i sindacati: il loro ruolo è fondamentale. Si sono impegnati ad organizzare – un po’ tardivamente – una manifestazione per il 9 febbraio (quando la Cgil avrà terminato il XVIII Congresso ed eletto un nuovo gruppo dirigente). A memoria di una persona quasi ottantenne, come il sottoscritto, è la prima volta che un sindacato viene chiamato a misurarsi con una demagogia tanto sboccata  di un governo. E’ forte il rischio – soprattutto in materia di pensioni – che la piattaforma sindacale rilanci sulla posta che l’esecutivo ha messo in palio. E’ difficile difendere, oggi, riforme che sono state combattute, sbagliando, al momento della loro approvazione.


18 Gennaio 2019
Powered by Adon