Il sogno dell’ex sindacalista, che immagina di parlare al Congresso Cgil di Bari. Ecco che cosa direbbe. I have a dream

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I have a dream


I have a dream. Ho fatto un sogno.  Mi trovavo, a Bari, seduto nel settore riservato alla presidenza del XVIII Congresso della Cgil. Me ne stavo in disparte, ritenendo di essermi intrufolato  all’insaputa del servizio d’ordine. Ma l’imbarazzo  era solo mio; gli altri mi salutavano e mi trattavano con un’inattesa familiarità. Svolti gli interventi di saluto ed arrivato il momento della relazione, mi si avvicinava Susanna Camusso, mi prendeva  rudemente per un braccio per farmi alzare e mi diceva col solito tono risoluto: ‘’Forza Giuliano. Tocca a te’’. E, senza che avessi il tempo di reagire, mi accompagnava alla tribuna poi tornava a sedere al suo posto. Per qualche secondo guardavo negli occhi i delegati che attendevano che parlassi. Capivo che non c’era scampo, anche se non avevo alcun testo scritto e neppure degli appunti. Ma dopo pochi secondi lunghi come ore, il filo del discorso si rivelava chiaro e  la parola divenne fluente, come se mi fossi preparato da decenni a quella prova e avessi scritto e letto nella mia testa un milione di volte le frasi  che stavo per dire. Sbrigati rapidamente i preliminari ero passato subito ad esternare il mio pensiero.

‘’Siamo nella terra di Giuseppe Di Vittorio che non fu soltanto il primo segretario della Confederazione unitaria del Patto di Roma, ma della Cgil stessa dopo le scissioni. Essere qui non vuole dire tornare alle origini, ma ripristinare, con l’impegno di tutti, quella  capacità di innovazione che Di Vittorio seppe esprimere in uno dei momenti più difficili della vita del sindacato. Nel 1955 nelle elezioni della Commissione interna della Fiat i voti alla lista della Fiom-Cgil crollarono dal 65% al 36%; la Fim-Cisl salì dal 25% al 41%, la Uilm-Uil dal 10% al 23%. Fu Di Vittorio che allariunione del Comitato direttivo confederale del 26 aprile di quell’anno, condusse un’analisi coraggiosa denunciando le intimidazioni, le rappresaglie e i licenziamenti che avevano annichilito la classe operaia. Ma oltre a tali elementi – che pure pesavano - il leader della Cgil  (ovviamente non esprimeva  elaborazioni di carattere personale, ma il frutto di un dibattito serrato all’interno del gruppo dirigente) si interrogò sugli errori della Fiom e sul suo distacco dalla realtà delle fabbriche che stavano diventando sempre più moderne e caratterizzate da specificità non raccolte dalla contrattazione interconfederale e nazionale di categoria (allora dominanti, soprattutto la prima).  Val la pena di ricordare le sue parole, pronunciate  quando la gran parte di voi non era ancora nata. Parole di una modernità sconcertante, perché valide ancora oggi e ancor di più in un passato recente.

La Cgil di allora non scherzava: il gruppo dirigente della Fiom venne rimosso e al suo posto furono inviati Agostino Novella e Vittorio Foa. Dopo quella vicenda iniziò un nuovo corso della politica rivendicativa che portò nel 1963 alla conquista unitaria del diritto alla contrattazione articolata. Da allora sono intervenute modifiche e razionalizzazioni dell’assetto contrattuale (in particolare nel 1993). Ma tutto sommato siete ancora inchiodati a quel modello. E quando venne  il momento della sfida di Sergio Marchionne per una maggiore valorizzazione della produttività e della remunerazione di risultato, quali condizioni per un rilancio degli investimenti, della riconversione produttiva in una dimensione economica internazionale, la Fiom di nuovo si trovò, isolata, dalla parte opposta, fino a correre il rischio di sparire, come soggetto contrattuale,  negli stabilimenti Fiat/Fca, se non fosse stata rimessa in campo dai giudici del lavoro. Ci sono voluti anni perché nella più grande e nobile categoria dell’industria  - quella stessa che dal 1969 in poi aveva trainato un importante processo di unità sindacale -  fossero ripristinati decenti rapporti di unità d’azione.

Ed oggi voi eleggerete probabilmente il leader di quelle sconfitte, redento dalla stipula di un contratto nazionale che, pur importante, non è riuscito ad imprimere – come era sempre avvenuto negli anni ruggenti – un nuovo indirizzo nelle relazioni industriali. E che dire delle pensioni? La Cgil è stata la principale protagonista della riforma Dini nel 1995; ma, circa vent’anni dopo, ha duramente contestato la riforma Fornero che correggeva il limite più grave della precedente riforma: una transizione troppo lunga che, nel frattempo, era diventata incompatibile con le trasformazione intervenute nel mercato del lavoro e punitiva del futuro pensionistico delle nuove generazioni. In prima linea nella riforma del Tfr allo scopo di sventare un referendum insidioso, collaborativa per la definizione del Pacchetto Treu nel 1997, la Cgil ha contestato il libro bianco e la legge Biagi. Il ventennio berlusconiano non lascia certo dei rimpianti in materia di lavoro.

Ma sarebbe ora di  ammettere che l’articolo 8 - voluto dal ministro Maurizio Sacconi  nella manovra del 2011 e tanto criticato a suo tempo  perchè consentiva  la possibilità per gli accordi aziendali (che ora si chiamano “accordi di prossimità“) di derogare, cioè di sostituirsi, agli accordi nazionali e addirittura alla legge -  oggi viene applicato, magari di nascosto,  in tante situazioni critiche: da ultimo per impedire che, dopo i primi 12 mesi, gli assunti a termine siano tutti sostituiti  con altri lavoratori per evitare gli effetti sciagurati del decreto dignità. Contestando il jobs act del governo Renzi vi siete opposti ad uno dei pochi disegni organici di modernizzazione del diritto del lavoro, continuando nella danza macabra intorno al totem dell’articolo 18, di cui, in occasione di un referendum, vi siete pronunciati per estenderne l’applicazione anche alle piccole imprese. Con la Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori pretendete di imbalsamare il mercato del lavoro e di rendere talmente vincolato l’uso della manodopera da costringere le aziende a chiudere o a fuggire.

Le vostre politiche hanno fuso il piombo delle pallottole dei sovranpopulisti, che si sono cimentati sui vostri testi, sui vostri documenti e sui vostri programmi. Ma non disponendo della vostra esperienza e della vostra cultura spesso hanno travisato ed ecceduto. Ma, io credo,  ha ragione chi sostiene che il populismo politico è figlio di quello sindacale. Non è un caso, ma una scelta coerente quella di tanti vostri iscritti che hanno votato per il M5S e per la Lega. Si spiega così anche l’imbarazzo che vi ha colto all’indomani del 4 marzo. Ne è seguito un immobilismo incomprensibile e senza precedenti  davanti alle scelte del governo giallo-verde (a volte alcune sono state e sono considerate con un certo interesse). Finalmente, insieme a Cisl e a Uil, avete deciso di promuovere una grande manifestazione per il 9 febbraio. Bene. Sono curioso di vedere quale sarà la piattaforma, soprattutto sulle due questioni che contraddistinguono la politica del governo. Con i vostri precedenti degli ultimi anni è difficile dire dei no. In ogni caso, come dice Victor Laszlo a Rick Blain nel film Casablanca ‘’Ben tornati alla lotta. Ora la nostra parte vincerà’’……..’’.

 A questo punto, come tutte le mattine, Guendalina e Monica (le due gattine) sono saltate sul letto per svegliarmi e chiedermi la colazione. Non ho potuto sapere come aveva reagito l’assemblea dopo la mia relazione.  Dopo tutto era solo un sogno. Ma noi apparteniamo all’esile sostanza di cui sono fatti i sogni.


22 Gennaio 2019
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