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Nathan Phillips e Nick Sandmann


La dignità del pellerossa e l’arroganza dell’adolescente. Due sguardi che si incrociano, fuori dal tempo. L’eterno confronto tra la forza presunta e la mitezza coraggiosa, tra l’ignoranza e la sapienza, tra l’aggressività del branco e la fermezza dell’uomo solo. Nathan Philipps, 64 anni, della tribù Omaha, veterano del Vietnam, e Nick Sandmann, non ancora diciottenne, bianco, studente di una scuola cattolica. Si sono trovati faccia a faccia il 18 gennaio davanti al Lincoln Memorial, Washington. Il primo era lì per ricordare i diritti dei Nativi, il secondo per manifestare contro l’aborto e sostenere la costruzione del muro con il Messico. Presente anche un gruppuscolo di neri, arrabbiati e provocatori, che hanno insultato gli scolari. I quali sfoggiavano tutti un cappelletto colorato con la scritta Maga (make america great again).

 I giovani, tanti, volevano reagire, stava per nascere uno scontro e per evitarlo Nathan, come ha poi raccontato, si è diretto verso i ragazzi suonando il suo piccolo tamburo e intonando una nenia. Si è ritrovato in mezzo a loro, con il giovane Nick che lo fissava spavaldo e irridente. L’ex combattente non ha battuto ciglio e ha continuato a rispondere con la sua musica. Un attimo di estrema tensione, poi, finalmente, sono intervenuti gli insegnanti dei baldi studenti e tutto è finito. La scuola si è scusata ma il giovane ha detto che non ha nulla di cui dolersi perché sostiene di non essere razzista e di non aver voluto offendere nessuno.

Immediate le polemiche. Donald Trump ha definito l’episodio il simbolo delle fake news. Ma gli occhi parlano e quelle espressioni sono terribilmente eloquenti. “Ho visto l’odio nelle loro facce, lo sguardo dei linciaggi”, ha spiegato Nathan, aggiungendo: “Gli studenti che mi hanno preso in giro nascondevano, dietro la propria spavalderia, la paura delle persone diverse. E nei marine mi hanno insegnato che un uomo spaventato ti uccide. C’è molto da fare per educare le persone all’uguaglianza e sconfiggere il razzismo”.

 Il 27 gennaio è il giorno della memoria ma troppi adolescenti, troppi coetanei di Nick, non sanno nemmeno cosa siano stati i campi di concentramento, magari ci ridono sopra o addirittura pensano che i deboli e gli estranei debbano fare quella fine perché rappresentano un peso e un pericolo per la società. I muri sono imbrattati da scritte contro gli ebrei, contro gli omosessuali, contro gli zingari. Ha ragione Nathan, la paura genera l’odio. Riflettano, i seminatori di zizzania.

Post scriptum: a Roma, da dicembre sono morti dieci barboni. Feccia umana?

Marco Cianca


24 Gennaio 2019
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