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Gli spaghetti di Mussolini


Giovanni Amendola fu bastonato una prima volta il 26 dicembre 1923. Come ha raccontato suo figlio Pietro, l’aggressione ad opera degli squadristi soddisfece a tal punto Benito Mussolini da fargli dire che “quel giorno avrebbe mangiato gli spaghetti con migliore appetito”. Il capo dei liberali subì altre aggressioni e violenze fino alle manganellate del 20 luglio 1925, a Montecatini, che poi lo portarono alla morte. Non è dato sapere se anche in quell’occasione il duce festeggiò davanti ad una tavola imbandita. Allora non esisteva Facebook e il populismo non poteva essere incrementato con le immagini del conducator nella sua intimità culinaria.

Lo può fare ai giorni d’oggi Matteo Salvini. Nulla intacca la sua voglia di italico cibo e una sera sì e l’altra pure informa i propri seguaci di quel che sta per ingurgitare. Buon pro gli faccia. Non sembra avere dubbi, ripensamenti e men che meno rimorsi di coscienza. L’investitura che ritiene di aver ricevuto per difendere i sacri confini lo esime da ogni responsabilità individuale. Lui agisce in nome e per il bene degli italiani, vivaddio! E i giudici che lo accusano di sequestro di persona, in riferimento ai 177 migranti bloccati sulla nave Diciotti, sono come fastidiose mosche nella criniera di un possente cavallo in corsa.

Eppure persino un esperto di questioni marittime come il comandante Gregorio De Falco, quello che durante il naufragio della Concordia intimò a Francesco Schettino “torni a bordo, cazzo!”, ha spiegato con dovizia di dettagli, leggi e regolamenti alla mano, che il salvataggio di naufraghi è un obbligo inderogabile e che l’ingresso in porto non può essere impedito da chicchessia. Salvini, in sostanza, avrebbe violato i codici e invaso un campo di decisione che, in quanto ministro dell’Interno, non gli competeva. Ai magistrati spetta la sentenza se commise reato ma ora l’intero governo gli fa da scudo e difficilmente il Senato darà via libera al processo.

Questione politica ma soprattutto rovello esistenziale. Possibile che le vite di esseri umani in fuga da guerre, miserie e violenze e alla ricerca di un approdo sicuro, non abbiano alcun peso sulla bilancia della nostra coscienza nazionale? Possibile che un tale annichilimento dell’animo vituperi e annulli ogni sussulto di dignità? Possibile che gli insulti alle organizzazioni non governative, ritenute complici di un complotto internazionale, coprano le urla di donne e bambini inghiottiti dal mare?  Possibile che chi si emoziona per gli occhi sgranati di un piccolo dalla nera pelle sia un sodale dei trafficanti o un agente di George Soros? Possibile che il vile rancore prevalga sulla coraggiosa solidarietà? Possibile che lo sguaiato strapotere umili il minoritario buonsenso? Possibile che l’odio annichilisca ogni altro sentimento? Possibile che l’irrazionalismo ottuso obnubili il pensiero logico? Possibile che l’ignoranza proterva ed esibita zittisca la cultura timida e imbelle?  Possibile che l’avventata dittatura della maggioranza non riconosca alcun limite?  Sì, è tutto possibile. C’è da avere paura.

Ezio Mauro ha scritto che l’Italia si sta trasformando in un Paese feroce. Una bancarotta sociale, culturale e psicologica che ha un unico precedente nella supina e cinica acquiescenza, con punte di agghiacciante entusiasmo, con la quale furono accettate le leggi razziali.  Prima o poi, crediamo e speriamo, si leverà un nuovo vento di pentimento. Intanto, Salvini può mangiare la sua pastasciutta con crescente buon appetito. Mussolini docet.

Marco Cianca    


06 Febbraio 2019
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