Ora che il Congresso della Cgil è finito si deve lavorare tutti per un rafforzamento strategico e un rinnovamento organizzativo della Confederazione, che sia all’altezza delle sfide che arrivano dall’economia, dalla politica, dalla società, dal lavoro Per una Cgil unita e innovativa

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Per una Cgil unita e innovativa


 Il Congresso della Cgil è finito. C’è stato un confronto trasparente fra sensibilità diverse e poi si è arrivati, fortunosamente, a una sintesi unitaria tra le sue componenti interne (quella più radicale e quella più riformista). Ora si deve voltare pagina e lavorare (tutti) per un rafforzamento strategico della Cgil e un suo rinnovamento organizzativo, contro un diffuso desiderio di continuismo: un continuismo di contenuti e ruoli personali che non aiuta il rinnovamento. Bisogna invece essere all’altezza delle sfide che arrivano dall’economia, dalla politica, dalla società, dal lavoro. Il Paese ha bisogno di una Cgil in grado di confrontarsi con le tante innovazioni in atto avendo un’idea forte di come si governano i cambiamenti per rilanciare l’economia, ridurre le diseguaglianze sociali e difendere i diritti delle persone e del lavoro. In poche parole, è necessario e giusto che, qualsiasi posizione ciascuno abbia avuto nel congresso, ora si aiuti il nuovo Segretario Generale a governare e orientare una macchina grande e complessa (come la Cgil) in un mare sempre più ignoto e turbolento.

In questo senso, sono felice di continuare a dare il mio personale contributo da punti di vista più distanti dal Palazzo di Corso d’Italia, dove la vicinanza al “manovratore” produce spesso un silenzio di comodo. La mia opinione è che per aiutare Maurizio Landini a ricomporre unitariamente la linea della Cgil (e liberarsi dei vincoli di un passato che non vuole passare) è necessario rafforzare e rendere più esplicite le analisi e le proposte della componente riformista. Ad evitare che il movimentismo, il populismo, il leaderismo, l’antipolitica si diffondano anche all’interno del grande corpo della Confederazione in misura più preoccupante di quanto non lo siano oggi. E per rafforzare nell’autonomia la rappresentanza sociale e del lavoro, la contrattazione e l’interlocuzione (o concertazione) con le istituzioni.  

Io penso si debba partire sostenendo la necessità urgente di andare insieme a Cisl e Uil a guardare le carte di Confindustria circa l’idea di realizzare (sindacati e imprese) un Patto per il Lavoro: per vedere se sia una proposta seria e di spessore (non solo uno slogan). Se ci sia  davvero la volontà di costruire una “piattaforma” di politica economica condivisa con cui rilanciare il paese, il suo valore aggiunto, le condizioni e le retribuzioni del lavoro. Oppure un titolo lanciato “solo” per mandare segnali al Governo. Se fosse una proposta solida, se ci trovassimo nelle condizioni di realizzare un nuovo protocollo del ‘93, sarebbe nostro dovere, credo, favorirne e sostenerle con forza la realizzazione: rivendicarlo noi per primi. Allora fu il Governo Ciampi a chiedercelo, per contenere le dinamiche inflative, regolare le relazioni industriali ed entrare (a testa alta) in Europa. Oggi un Ciampi non c’è e quelli che ci sono non hanno alcuna visione strategica (e forse nemmeno una conoscenza tecnica adeguata) per garantire la crescita, l’occupazione e il benessere inclusivo. Anzi, sembrano credere nella fiaba della decrescita economica e del lavoro accessorio. Tocca pertanto alle forze sociali ed economiche che hanno ancora i piedi nella realtà indicare le scelte giuste alle forze politiche e al Governo. E ritrovare in questo un nuovo ruolo di rappresentanza generale dei bisogni del Paese.

Penso inoltre che sarebbe necessario rilanciare la strategia del Piano del Lavoro della Cgil in una logica di sostenibilità. In coerenza con la piattaforma 2030 per una crescita ambientalmente, economicamente, socialmente e sindacalmente (aggiungerei) sostenibile. Il Piano del Lavoro fu una grande “intuizione” della Cgil nel 2012 che, partendo dai bisogni delle persone e dei territori, ridisegnava un modello di sviluppo economico e sociale per l’intero Paese. Poi il Piano del Lavoro fu una grande “rimozione” della Cgil, che passò ad altre campagne e ad altri obbiettivi stagionali, dimenticando quegli indirizzi strategici (ad eccezion fatta di importanti accordi regionali e territoriali realizzati a macchia di leopardo e senza alcuna regia nazionale confederale). La discussione che oggi domina sulle nuove infrastrutture necessarie, o quella che occupa i titoli di giornali e telegiornali sui disastri idrogeologici e la scarsa manutenzione del territorio, stavano tutte nei capitoli del piano. Come l’idea che un welfare universale più diffuso e più omogeneo possa rispondere alle nuove esigenze delle persone e creare insieme nuove occasioni di lavoro. Credo sarebbe utile rilanciare oggi questi indirizzi in un’unica visione compiuta, aggiornata ed unitaria, per riprovare a fare del Nuovo Piano del Lavoro un percorso diffuso di confronto rivendicativo tra società e istituzioni di governo nazionale, regionale e locale.


04 Marzo 2019
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