Giornalisti e poligrafici posti di fronte all’alternativa: dimissioni o trasferimento a Milano. Pieno successo dello sciopero proclamato per fermare la decisione aziendale. "Il Giornale” vuole chiudere la sua redazione romana

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EDITORIA

"Il Giornale” vuole chiudere la sua redazione romana

Argomento: Editoria, Informazione
Autore: Fernando Liuzzi

Una nuova minaccia incombe sul panorama, già abbastanza desolato, della stampa italiana: martedì 19 marzo, la proprietà del quotidiano Il Giornale ha improvvisamente annunciato la sua intenzione di chiudere la redazione romana del quotidiano stesso. Una decisione, questa, che porta con sé una conseguenza drastica per i suoi 19 dipendenti - 16 giornalisti e 3 poligrafici - attivi a Roma. Per loro si tratterebbe infatti di scegliere fra la perdita secca del posto di lavoro o il trasferimento a Milano. Con tutte le immaginabili conseguenze sul piano familiare.

Va detto che la vicenda sindacale del Giornale, il quotidiano la cui proprietà fa capo alla famiglia Berlusconi, è cominciata almeno dal settembre scorso. Infatti, già il 4 settembre 2018 i giornalisti della testata avevano dato vita a un primo sciopero. Si trattava, va sottolineato, di un’iniziativa di lotta inusuale rispetto alle relazioni sindacali consuete per il quotidiano.

“Lo strappo non è nostro, è dell’Azienda”, scriveva il Comitato di redazione in un comunicato pubblicato sul quotidiano il 6 settembre. Secondo il Cdr, infatti, i rapporti sindacali consueti nel quotidiano erano stati “stravolti” da “un’iniziativa dell’Editore che, per la prima volta nella sua storia, scarica sui giornalisti i costi di difficoltà di cui essi non sono minimamente responsabili”.

Ora si tenga presente che in quella fase, sempre secondo il comunicato sindacale, l’intenzione dell’Editore era quella di “ridurre del trenta per cento”, dall’inizio del 2019, le “ore di lavoro dei giornalisti” del quotidiano. Il che avrebbe comportato una riduzione “in misura quasi uguale” delle loro retribuzioni, peraltro di poco superiori, in media, ai minimi tabellari.

A questa mossa dell’Editore, i giornalisti avevano replicato ricordando che l’organico del quotidiano, fatto di 76 giornalisti, più un direttore e due vicedirettori, era notevolmente inferiore a quello degli altri quotidiani “con cui ogni giorno ci confrontiamo”, argomentando che una riduzione delle ore lavorate pari a più di un quarto rischiava di “rendere impossibile la realizzazione di un prodotto della medesima qualità” di quello che “da più di quarant’anni i lettori del Giornale trovano quando, in edicola, scelgono, in un mare di testate, quella fondata da Indro Montanelli”.

Tuttavia, dopo questa prima fiammata di lotta, il Comitato di Redazione, solidalmente affiancato dalla rappresentanza sindacale dei poligrafici, si dichiarava disponibile ad affrontare un percorso negoziale che si è poi trascinato stancamente, senza eventi particolari, per alcuni mesi. Mesi in cui, alla disponibilità manifestata dalle rappresentanze sindacali dei giornalisti e dei poligrafici, non corrispondeva un analogo comportamento da parte aziendale. Salvo il lancio di dichiarazioni, tanto generiche, quanto preoccupanti, sulla messa allo studio di non meglio specificati piani per la riduzione del costo del lavoro.

Nel frattempo, da parte della Direzione del quotidiano erano venute anche proposte relative alla possibilità di lanciare un piano di uscite incentivate, mentre, da parte aziendale, era stata annunciata la ricerca di una nuova sede per la redazione capitolina, più economica di quella attuale.

Quand’ecco che, martedì 19 marzo, sulla redazione romana cade il fulmine lanciato dall’Azienda. E così il Comitato di Redazione e la Rappresentanza sindacale unitaria del Giornale proclamano immediatamente una seconda giornata di sciopero “contro la decisione unilaterale della Società europea di edizioni, comunicata oggi, di chiudere, a partire dal 30 aprile prossimo, la redazione romana della testata”.

Infatti, si legge ancora nel comunicato del 19 marzo, “le rappresentanze sindacali deprecano e respingono la decisione, arrivata dopo mesi di trattative sulla riduzione del costo del lavoro giornalistico”, durante le quali i dipendenti del quotidiano “hanno dimostrato la massima disponibilità”. Al contrario, la chiusura della redazione romana “si configura come una rappresaglia di un management poco abituato a relazioni industriali collaborative”.

Ma nel comunicato sindacale c’è poi anche un’altra considerazione, secondo cui “la soppressione della redazione romana”, ove realizzata, rappresenterebbe “la perdita di un punto di riferimento culturale e politico” e segnerebbe “il tramonto di una lunga stagione editoriale”, rischiando di relegare il quotidiano al ruolo di un foglio ormai privo di “ambizioni nazionali”.

Va detto, infatti, che per un giornale capace di svolgere un ruolo politico, come quello voluto e fondato, quarantasei anni fa, da Indro Montanelli, avere una redazione nella Capitale non è un inutile orpello, ma un asset fondamentale.

Negli ambienti sindacali si sottolinea con soddisfazione che lo sciopero del 19 marzo, benché indetto senza preparazione alcuna, ha avuto pieno successo. E ciò anche nel senso che, viene sottolineato da sindacalisti attivi nella Capitale, “Milano ha scioperato per Roma”.

Molte, intanto, le manifestazioni di solidarietà già pervenute alle rappresentanze sindacali di giornalisti e poligrafici. Tra queste, particolarmente gradite quelle dei massimi dirigenti della Cisl e della Uil, ovvero di Annamaria Furlan e di Carmelo Barbagallo.

Numerose anche le prese di posizione di esponenti politici di Forza Italia - fra cui il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, e la Vice Presidente della Camera, Mara Carfagna. Dal Pd sono venute dichiarazioni di Michele Anzaldi e Filippo Sensi.

 

@Fernando_Liuzzi


22 Marzo 2019
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