In questa intervista, il dirigente sindacale spiega perché, per la Confederazione di corso d’Italia, è inaccettabile l’idea stessa di una imminente chiusura della storica emittente radiofonica Baseotto (Cgil), garantire a Radio Radicale il diritto di continuare a svolgere il suo ruolo

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EDITORIA

Baseotto (Cgil), garantire a Radio Radicale il diritto di continuare a svolgere il suo ruolo

Argomento: Editoria, Lavoro
Autore: Fernando Liuzzi

Tutti i giorni, i giornalisti e i tecnici di Radio Radicale mandano in onda, con calma olimpica, le loro trasmissioni che molti, nel vasto pubblico radiofonico, considerano preziose. E diciamo con calma olimpica perché la radio fondata da Marco Pannella 43 anni fa potrebbe avere, davanti a sé, solo un mese e mezzo di vita.

Infatti, il 20 maggio la convenzione, che lega l’emittente al Ministero dello Sviluppo Economico, arriva alla sua prima scadenza semestrale per ciò che riguarda l’annata 2018-2019. Ora sarà forse opportuno ricordare che, in base a tale convenzione, da un lato Radio Radicale deve trasmettere in diretta (o in differita, quando ciò non è possibile) almeno il 60% delle sedute di Camera e Senato; mentre dall’altro, a fronte di questo vero e proprio servizio pubblico, la radio ha ricevuto dal Mise - in questi anni - un finanziamento pari a 8,2 milioni di euro all’anno.

Solo che, ecco il punto, la legge di Bilancio per il 2019, voluta fortemente dal Governo Lega-Movimento 5 Stelle, ha tagliato tale finanziamento della metà, stanziando una cifra sufficiente solo per il primo semestre. Il che significa che, appunto, il 20 maggio potrebbe essere l’ultimo giorno in cui sarà possibile ascoltare le trasmissioni della radio, a partire dalla sua ormai mitica rassegna stampa.

In questi giorni, si susseguono dunque le prese di posizione, gli ordini del giorno, gli appelli, le raccolte di firme, le dichiarazioni di partiti politici, assemblee amministrative locali, singoli parlamentari o interi gruppi parlamentari, singoli cittadini. Ovvero di tutti coloro che, indipendentemente dalla loro collocazione politica, vorrebbero scongiurare tale repentina e desolante conclusione di una storia non solo gloriosa, ma tutt’ora vivacemente presente dentro le vicende che, quotidianamente, appassionano chi si interessa di politica, di economia e di cultura nel nostro Paese.

Nel mondo sindacale, tra i primi a esprimersi contro la sciagurata ipotesi di un’imminente chiusura di Radio Radicale è stato Nino Baseotto che, nella Segreteria confederale della Cgil, ricopre l’incarico di responsabile dell’Ufficio di organizzazione. E’ stato infatti lui il dirigente che ha portato la voce della Cgil all’8° Congresso italiano del Partito Radicale transnazionale, quello che si è svolto a Roma dal 22 al 24 febbraio scorsi ed è stato interamente dedicato alla questione dell’attacco condotto dal Governo a Radio Radicale.

 

Allora, Baseotto, perché Lei che è un sindacalista è intervenuto a questo Congresso di partito?

Per tre ragioni. La prima è di ordine generale, preesistente all’attuale vicenda di Radio Radicale. La seconda è una ragione di contesto, legata più strettamente all’attualità politica. Mentre la terza è, come diciamo noi, una ragione di merito, ovvero specificamente connessa a ciò che Radio Radicale è e fa.

 

Bene, cominciamo dalla prima.

Come dicevo, si tratta di una ragione di ordine generale, ovvero di un qualcosa che sta nel Dna della Cgil. Mi riferisco all’idea che la libertà di stampa, e vorrei dire anzi una piena e sostanziale libertà di informazione, è una caratteristica essenziale della democrazia. In altre parole, libertà di stampa vuol dire libertà di poter ascoltare più voci e, allo stesso tempo, possibilità effettiva di garantire che più voci ed espressioni diverse possano coesistere e confrontarsi.

 

E la seconda ragione?

Qui c’è quella che definirei una ragione di contesto. Oggi siamo in presenza di un gigantesco tentativo di rimozione di aspetti fondamentali della realtà economica e sociale del nostro Paese, e di sostituire problemi reali con problemi marginali o artatamente enfatizzati, allo scopo di alimentare paure e contrapposizioni fra gruppi sociali e settori diversi della società. Insomma, mentre l’Italia non è ancora uscita pienamente dalla crisi economica degli anni scorsi, sta scivolando dentro una nuova fase recessiva. E intano, chi ci governa ci racconta un paese virtuale dove tutto va bene. C’è quindi ancor più bisogno che mai di voci non solo libere, ma veramente indipendenti, come è appunto Radio Radicale.

 

E la terza ragione?

La terza ragione, di merito, si lega alla seconda o, meglio, rappresenta un punto di arrivo dello stesso ragionamento. Radio Radicale è un’emittente indipendente le cui posizioni, spesso, non hanno coinciso con quelle della Cgil e, a volte, sono state anzi in aperto contrasto.

E tuttavia, Radio Radicale non si è mai sottratta all’impegno di raccontare il lavoro. Ha scelto di essere testimone di quello che fa un pezzo della rappresentanza sociale di questo Paese. E la Cgil ha sempre avuto ascolto, anche se la sua era appunto una voce diversa e, magari, divergente da quella del Partito Radicale. Penso che ciò abbia avuto, in questi anni, un grande valore, soprattutto a fronte del fatto che altri hanno tentato di silenziare i temi del lavoro e, in particolare, ciò che diceva la Cgil.

 

E allora?

Allora questo a Radio Radicale va riconosciuto. E anche per questo si deve fare di tutto per garantire a Radio Radicale il diritto e la possibilità di continuare a svolgere il suo ruolo di informazione libera.

E, d’altra parte, questo è un tipo di impegno che, come dicevo, nella storia della Cgil è ricorrente. La nostra organizzazione è sempre stata dalla parte della libertà di informazione. Mi vengono in mente le battaglie fatte per la sopravvivenza del Manifesto o, nella regione da cui provengo, la Lombardia, per Radio Popolare. Anche qui, due testate con posizioni che, talvolta, divergevano dalle nostre, e avevano anzi dato spazio a qualche polemica nei nostri confronti, ma che, per noi, avevano tutto il diritto di fare informazione alla loro maniera.

 

Questi tuoi ricordi vengono a proposito, perché ci consentono di mettere a fuoco un altro aspetto della politica dell’informazione, se così vogliamo chiamarla, portata avanti dall’attuale Governo. Infatti, la legge di Bilancio per il 2019, oltre al drastico taglio della convenzione relativa a Radio Radicale, prevede anche che l’attuale contributo all’editoria informativa, di cui godono varie testate minori, venga progressivamente tagliato a partire dal 1° gennaio 2020, per essere poi azzerato nel giro di un paio di anni. Una misura, questa, che, oltre a colpire una seconda volta la stessa Radio Radicale, pone a rischio la sopravvivenza di testate quali Avvenire o lo stesso Manifesto.

Infatti, ci troviamo di fronte a una linea politica, quella del Governo, con cui abbiamo dovuto fare i conti anche in passato e che mette obiettivamente in difficoltà testate che vengono considerate minori da un punto di vista editoriale e che, tuttavia, svolgono ruoli anche molto importanti nel nostro panorama politico e culturale. E ciò non solo per la qualità dei loro servizi, ma per il fatto che, essendo portatrici di punti di vista diversi da quelli prevalenti, animano il  pluralismo della nostra informazione.

Da questo punto di vista, colpiscono (e sono per me una conferma) varie dichiarazioni di esponenti dell’Esecutivo che costituiscono un’adesione totale a posizioni neoliberiste. Posizioni che dicono che si è scelto di assistere in silenzio allo sviluppo di processi di concentrazione guidati dai grandi gruppi editoriali; processi che metteranno in difficoltà o ridurranno al silenzio testate di minori dimensioni. Il che non può certo essere considerato come un modo per rendere un servizio alla democrazia.

 

Tornando a Radio Radicale, va sottolineato che, oltre ai suoi notiziari e alle sue rubriche informative, l’emittente offre ai suoi ascoltatori un vero e proprio servizio pubblico trasmettendo, in diretta o in differita, le sedute di Camera e Senato.

Qui c’è un altro aspetto fondamentale del nostro discorso. Siamo in un Paese dove il Governo  umilia il Parlamento, come ha fatto quando non gli ha praticamente consentito di discutere la legge di Bilancio. Si assiste, cioè, a una progressiva svalorizzazione del ruolo delle Istituzioni. Ebbene, in un Paese in cui si sviluppano tendenze di questo tipo, ha una straordinaria importanza il fatto che un qualsiasi cittadino possa entrare facilmente e direttamente in contatto con quanto accade nelle Istituzioni, a partire da Camera  e Senato, ma senza dimenticare il Consiglio Superiore della Magistratura, le aule dei maggiori processi e i Congressi di partito.

Sottolineo che, se vogliamo sapere come si svolge e cosa viene detto nel corso di un dato dibattito parlamentare, dobbiamo sintonizzarci sulle onde di Radio Radicale, perché altre fonti non ci consentirebbero lo stesso risultato. Aggiungo che fin qui, volendo, possiamo farlo con estrema semplicità. Basta avere a disposizione una radio, un tablet o uno smart phone.

 

Il che, però, dal 21 maggio potrebbe diventare impossibile.

Infatti, e questo non è accettabile. E mi permetto di dire un’altra cosa. E’ importante che questa funzione di informazione in presa diretta sia valorizzata, sostenuta e difesa non solo perché corrisponde al diritto dei cittadini a conoscere ciò che accade in Parlamento. Secondo me, il fatto stesso che Deputati e Senatori siano consapevoli che ciò che succede nelle aule parlamentari sia alla portata di tutti in tempo reale, può costituire un potente stimolo a fare meglio, portando tutti gli attori della scena politica, a partire dagli esponenti dell’attuale maggioranza, ad avere più rispetto delle Istituzioni democratiche.

Infine, c’è una considerazione che dedico invece alle forze dell’opposizione. Ho infatti l’impressione che ancora non sia stata fatta, fino in fondo, una riflessione sugli errori che hanno consentito a sovranisti e populisti di arrivare al Governo. Della serie: non sono gli italiani a non aver capito.

 

Concludendo, cosa si propone di fare adesso la Cgil?

La nostra richiesta di fondo è quella di cambiare paradigma nel rapporto tra informazione e decisore pubblico. Del resto, ciò che diciamo in materia di informazione è parte di un’idea di paese diversa da quella che affermano le forze attualmente dominanti. E, su questo terreno, non lasceremo nulla di intentato.

 

@Fernando_Liuzzi


08 Aprile 2019
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