Avessero deliberato Quota 100, per i lavoratori costretti a lasciare il lavoro, sarebbe stato non solo utile, ma doveroso Quota 100, un pugno in faccia ai nostri giovani

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Dirigente Slc-Cgil

Quota 100, un pugno in faccia ai nostri giovani


Avessero deliberato Quota 100, per i lavoratori costretti  a lasciare il lavoro, sarebbe stato non solo utile,ma doveroso.

 Pensiamo a quei lavoratori impattati dalla crisi della propria azienda,che apre procedure di licenziamenti collettivi , o a quel lavoratore che ha un’invalidità elevata ma non sufficiente per la pensione, oppure ad alcune tipologie non ancora “normate”,di lavoro gravoso, usurante.

Avessero dedicato questa misura a condizioni oggettive,mirate ,avrebbero fatto un opera di aggiustamento della Legge Fornero, con un costo sopportabile e spiegabile. Non è andata così.

Al netto dei lavoratori “costretti”, chi utilizza quota 100?

(Intanto possiamo dire che i 62enni di oggi,con molta probabilità,hanno almeno un secondo figlio/a ,che ancora o studia o non ha un lavoro stabile e vive con i genitori.)

 

1)      La possono utilizzare quei lavoratori che stanno già economicamente bene, che pur riducendo significativamente lo stipendio,si possono permettere una vita abbastanza agiata, non temono il futuro né per loro, né per i loro figli.

 

2)      La possono utilizzare quei lavoratori che già con lo stipendio fanno fatica, e con la pensione se la vedrebbero davvero brutta, ma che avendo una professionalità da spendere,  possono aggiungere alla pensione, un incremento derivante da lavoro nero,la cui somma sarebbe superiore allo stipendio precedente.

Riassumendo, si impegnano ingenti risorse economiche per dare la pensione ,prima del dovuto, a lavoratori “benestanti”, oppure, ad incentivare il lavoro “nero” ( in questo caso  il “nero” è conveniente sia per il datore che per il prestatore, una professionalità esperta a basso costo ,con la certezza che entrambi non denunceranno).

Si sostiene che quota 100 è una misura pro-occupazione,pro-giovani.

Davvero è così?   Intanto non c’è alcun automatismo. In una fase di stagnazione può succedere che il lavoro di uno, si ridistribuisce ai restanti.

La priorità del nostro paese,non è modificare il mix generazionale, anche se è un tema di cui tener conto, la priorità, è allargare la base produttiva. Oggi  per ogni 1000 posti di lavoro,abbiamo 1110  persone che devono lavorare. Se aggiugiamo i giovani che hanno smesso di studiare ma non risultano tra i disoccupati,il fabbisogno diventa di 1300. Mentre difendiamo i 1000 posti di lavoro,se ne devono cercare altri 300.

Abbiamo bisogno di occupazione aggiuntiva, non sostitutiva.

Si continua a perpetrare l’idea, che l’occupazione si crea facilitando l’assunzione. Per certi versi, era il tratto distintivo anche del Jobs Act : incentivi all’assunzione, economici e normativi( No art.18), incentivi che certo si utilizzano, ma sono di corto respiro come abbiamo visto.

E’ vero che per l’imprenditore è meglio assumere un giovane che costa poco e di cui è più facile eventualmente privarsi, ma per l’imprenditore come per il Paese, prima di tutto,serve il lavoro.

Quota 100 e Jobs Act facilitano le assunzioni, ma se la torta è sempre la stessa o addirittura si contrae, non è un gran vantaggio ; persiste la cultura che ad una certa età sei anziano, e si finanzia l’anziano, affinché mantenga il figlio a casa.

Ecco perché mobilitare risorse economiche, per pagare pensioni a persone che potevano tranquillamente lavorare (e pagarle almeno per i prossimi 20-25 anni visto l’aspettativa di vita in crescita), è un pugno in faccia ai nostri giovani.

Il fatto che questa misura sia popolare, non significa che fa bene al “popolo”.  La riforma Dini, che toglieva la possibilità di andare in pensione dopo 15 anni 6 mesi e un giorno, non era popolare tra i pubblici dipendenti, ma andava fatta. Così come non erano scelte popolari, passare da 35 a 40 anni la pensione di anzianità, o passare dal retributivo al contributivo. Sono scelte impopolari ma necessarie per il “popolo”.Se non fossero state fatte ,il sistema sarebbe saltato. I sindacati confederali lo spiegarono in migliaia di assemblee. Non fu facile, ma la maggioranza dei lavoratori capì la posta in gioco e approvò la riforma.

Caricare il sistema pensionistico, che continua a marcare un saldo negativo tra pensioni erogate e contributi versati, in un paese cui l’età media si alza sempre più, per effetto del benessere e di poche nascite,significa caricare di debiti enormi, il futuro.

I debiti se dobbiamo farli, vanno fatti per trovare lavoro, per portare lavoro, per costruire conoscenze, professionalità, investire su innovazione, tecnologie, infrastrutture.

Bisogna trovare quei 300 posti di lavoro.

Fabrizio Tola


24 Aprile 2019
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