Affinché le piattaforme e gli accordi unitari diventino un modo di essere iniziale e non solo un esito finale della rappresentanza e della contrattazione, è necessario riconoscersi in un progetto e in un percorso di dimensione nazionale che stabilisca finalità e tappe dell’unità. Ma quale sindacato vogliamo unificare? O meglio: quale sindacato vogliamo costruire unitariamente? La spinta a un sindacato unitario non può arrivare solo dal basso

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La spinta a un sindacato unitario non può arrivare solo dal basso


Credo che l’appello di Maurizio Landini per una nuova unità sindacale sia giusto e vada sostenuto e praticato in ogni ambito organizzativo: le categorie degli attivi, i pensionati, i regionali, le Camere del Lavoro, le leghe. Non solo perché non esistono più le divisioni politiche che hanno prodotto la divisione sindacale nel dopoguerra e l’hanno rigenerata nei primi anni 80. Ma perché esiste già un importante sottofondo unitario (a partire dalle Rsu) che produce centinaia di Ccnl, gli accordi di secondo livello e le mille intese annuali della contrattazione sociale territoriale. A ben vedere si potrebbe dire che le teste sono separate, ma già oggi l’azione sindacale efficace, nazionale e non, è solo unitaria. Senza l’unità, domina la disintermediazione (sia a sinistra che a destra). Quindi non è vero che la spinta unitaria deve arrivare dal basso. Piuttosto a rovescio: perché le piattaforme e gli accordi unitari diventino un modo di essere iniziale e non solo un esito finale della rappresentanza e della contrattazione, è necessario riconoscersi in un progetto e in un percorso di dimensione nazionale che stabilisca finalità e tappe dell’unità.

Allora partiamo da una domanda (quella vera, a mio parere): quale sindacato vogliamo unificare? O meglio: quale sindacato vogliamo costruire unitariamente?

Certo, sarebbe importante che le categorie dei settori attivi e dei pensionati iniziassero a unificare modelli di rappresentanza e strategie contrattuali. Tornare, in qualche modo, al periodo aureo degli anni 70. Ma questo cambierebbe poco rispetto ai problemi che stanno oggi di fronte al sindacato e alle altre organizzazioni sociali.

I partiti, le istituzioni, i governi, si sono allontanati non solo dal lavoro ma dalle comunità, dai cittadini, dal sociale... Chi copre questo vuoto? Oggi lo stanno facendo i movimenti populisti che interpretano i bisogni delle persone e li amplificano, senza curarsi di trovare le soddisfazioni giuste, inclusive, solidali di quei bisogni. D’altro canto, la società è ricca di forme di autorganizzazione e autorappresentanza. Quello che manca è una rete che ne sintetizzi le istanze (ancora troppo separate) e sia in grado di trasformarle in risposte contrattate/concertate con i governi nazionale e soprattutto territoriali. Questo il terreno di sfida e rinascita del sindacato unitario: il progetto, oltre l’appello. Da avviare non attraverso un mandato presupposto (e autocertificato) ma praticando forme non virtuali di partecipazione e coinvolgimento. Per svolgere questo ruolo di catalizzatore non è sufficiente l’unità delle organizzazioni sindacali di categoria. E nemmeno un’unità confederale sul modello sindacale del ‘900. Bisogna diventare un nuovo soggetto sociale, capace di uscire dalle proprie sedi e intercettare i bisogni dei cittadini tutti: giovani, donne, anziani, famiglie, indigeni, migranti; chi è in cerca di lavoro, chi ce l’ha e ha bisogno di migliori tutele, chi lo ha terminato. Allora l’unità sindacale diventa un collante indispensabile e un nuovo valore aggiunto di una società organizzata. Altrimenti (come ha scritto Massimo Mascini sul Diario del Lavoro) il tema dell’unità rischia di essere un fiume carsico che compare e scompare a stagioni alterne. Oppure, peggio ancora, una zattera di salvataggio.

Gaetano Sateriale


15 Maggio 2019
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