In Germania la diseguaglianza di reddito è stata centrale nella campagna per le europee, in Italia invece l’economia non entra nel dibattito politico, centrato su tutt’altri temi. Un errore, perché quella dei salari troppo bassi resta la questione centrale a cui rispondere Una riflessione su salario, tecnologia e finanziamenti europei

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LAVORO

Una riflessione su salario, tecnologia e finanziamenti europei


In Germania la disuguaglianza di reddito è entrata a far parte dei temi dominanti del dibattito pubblico per il voto europeo del 26 maggio. A fare scalpore è il dato che vede tre milioni e mezzo di lavoratori, degli oltre 21 milioni di occupati a tempo pieno, guadagnare meno di 2.000 euro lordi al mese, e teniamo presente che le tasse sul lavoro sono inferiori a quelle italiane. A rinfocolare il confronto sui media si è poi aggiunta l’intervista al Die Zeit di Kevin Kuhnert, 29 anni e leader dei giovani della Spd, che chiede di nazionalizzare le aziende dell’auto. In Italia il perimetro del dibattito elettorale è invece molto circoscritto: immigrati e relativa retorica dei porti chiusi, che poi chiusi non sono, eccetera. Il marketing politico-elettorale dell'attuale governo è rigoroso e non contempla nessuna eccezione.

Nessuna preoccupazione per l’economia, a quanto pare: tanto meno per gli stipendi ancora troppo bassi e per l’emigrazione giovanile che, guarda caso, ha visto arrivare dal 2012 al 2016, nella sola Germania, 274 mila italiani. E come meravigliarsene se, a partire dal 2008, la classe media italiana ha perso il 12 per cento del suo reddito? I dati, anche in questo caso, parlano chiaro.

In una recente intervista Paolo Gentiloni ha proposto una riduzione del cuneo fiscale di 13 miliardi di euro e una ripresa degli investimenti pubblici (Il Sole 24 ore ha fatto la cifra di 40 miliardi nelle sole infrastrutture). Sennonché, il suggerimento non pare aver suscitato un grande interesse. Eppure, questo progetto potrebbe essere alla base di una solida strategia a lungo termine su cui puntare per interrompere la trentennale stagnazione dell’economia attraverso la crescita del reddito dei lavoratori e i suoi probabili effetti positivi che si produrrebbero sull'occupazione e il Pil.

Il reddito di cittadinanza e quota 100 (ovvero il sostegno alla povertà e la possibilità di richiedere la pensione anticipata) sono interventi sociali che non concorrono alla crescita dei consumi e andrebbero aboliti. Non a caso Carlo Calenda nel libro, Orizzonti selvaggi, sostiene che bisogna «Trovare un punto di equilibrio tra protezione e investimenti»: nel sostegno alla povertà il reddito di inclusione, il Rei, adeguatamente rifinanziato, è sicuramente lo strumento più efficace. Una buona parte della stagnazione italiana è da ricondurre, come cercheremo di dimostrare, al patto Sindacato-Confindustria del 1992 che sta bloccando i salari reali da trentasette anni. Così le imprese hanno smesso di investire in tecnologia e in lavoro qualificato e i consumi si sono fermati.

Il patto del 1992 è stato stipulato partendo dall’idea di congelare il costo del lavoro, di difendere l’occupazione dei lavoratori meno qualificati e competere con le tecnologie e i prodotti dei paesi dell’Est Europa. Ma, com'è noto, la storia è andata diversamente. Un recente studio Eurostat ha affrontato questo tema mettendo a confronto la produzione di ricchezza della nostre principali regioni italiane e quella di altri territori e città europei, dal quale risulta che: fatto 100 il reddito medio di ciascuna delle 281 regioni europee (tra loro diversissimo in valore monetario), la Lombardia e il Trentino, le regioni più ricche del paese, quanto a produzione di ricchezza, sono ancora lontane dagli standard di zone come Londra, Parigi e altre della Germania Austria e Olanda. Emerge anche il baratro tutto italiano di regioni come la Calabria e la Sicilia che possiedono metà del PIL delle regioni settentrionali. Cresce invece il PIL medio per abitante di territori come Bratislava, Praga e Varsavia, la Slovacchia, e la Repubblica Ceca, grazie ai redditi nella pubblica amministrazione, nei servizi ad essa rivolti e quelli del comparto privato.

La cosa interessa l’Italia perche i paesi dell’Est Europa utilizzano i finanziamenti dall’Europa per implementare le delocalizzazioni, soprattutto da Germania e Francia, ma anche dal nostro paese. Il tema è stato affrontato da Federico Fubini in un dettagliatissimo articolo dell’inserto L’Economia del Corriere della Sera del 20 maggio che ha evidenziato molto bene le contraddizioni di questo sistema che produce pericolose ricadute anche a livello politico. Infatti, quell'Europa che avrebbe dovuto offrire nuove possibilità anche a quei paesi ancora economicamente marginali, viene percepita come “matrigna”, come fonte di nuove ingiustizie. L'articolo di Fubini spiega bene come la Germania, in meno di dieci anni, ha accolto 2,7 milioni di lavoratori per due terzi dai paesi dell’Est spinti ad emigrare a causa dei bassi salari «che restano così bassi perche non derivano da una negoziazione come in Europa occidentale, ma sono per lo più basati su salari minimi definiti per legge». Non solo: i grandi gruppi europei (tra cui Bmw, Audi, Mercedez-Benz, Škoda-Volkwagen, Lidl ed altri ancora) godono anche di vantaggiosissimi sgravi fiscali su misura.

Ma poi, com'è noto, nell'Europa Occidentale è l'Italia che ha il primato delle retribuzioni più basse. C'è un'evidente correlazione tra l’emigrazione giovanile (e non solo) italiana e l'inadeguatezza degli stipendi. Per esempio, secondo quanto riportato dal Sole  24 ore del 3 aprile scorso, dal Veneto, una volta partiti, i laureati non fanno più ritorno perché il tenore di vita qui in Italia difficilmente potrà essere in linea con quello della media dei paesi dell’Europa occidentale.

Una buona parte delle imprese esportatrici del Nord Italia devono il loro successo all’impiego delle nuove tecnologie nei processi di produzione e al contenuto tecnologico delle forniture all’industria tedesca e del Nord Europa. Le delocalizzazioni italiane hanno interessato produzioni a basso valore aggiunto, ma il forte calo della nostra base industriale è, purtroppo, da ricondurre alla mancata riorganizzazione tecnologica delle nostre imprese. Per quanto riguarda produzioni italiane, e circoscrivendo l’innovazione all’industria d’esportazione come il legno-arredo, la scarsa domanda di beni e servizi delle imprese ha comportato meno occupazione e retribuzioni troppo basse. Nel panorama italiano fa eccezione l’Emilia. Da due anni supera il Veneto come seconda regione nelle esportazioni dopo la Lombardia. Il segreto di questo risultato è da attribuire al Patto per il lavoro regionale del 2015 tra istituzioni pubbliche, sindacati e rappresentanze datoriali e ad una diffusa contrattazione di secondo livello sull’aumento del salario che ha da un lato incentivato l’innovazione tecnologica nei processi produttivi e, dall'altro, aumentato la competitività delle imprese. E, soprattutto, ha fatto crescere l’impiego dei lavoratori della conoscenza e frenato l’emigrazione professionale. Però il paese continua a scivolare in una condizione di arretratezza perché è in ritardo nell’impiego delle tecnologie digitali e nella crescita dei servizi (finanziari, ma anche nelle esportazioni nei nuovi mercati asiatici in rapida crescita e i cluster a sostegno dei distretti del Made in Italy nei mercati internazionali).

È quasi del tutto assente anche un'approfondita discussione sui contenuti da dare alla crescita futura di un paese sovraccaricato da un debito pubblico oltre il 130 per cento del Pil,  che negli ultimi vent'anni ha visto una riduzione della base produttiva del 25 per cento, con la disoccupazione che nel prossimo anno salirà al 12,3 percento, più 20 percento su base annua. È illusorio, in una tale situazione, poter aumentare i salari, ridurre il cuneo fiscale e, al tempo stesso, chiedere l’aumento degli investimenti pubblici. Saranno decisive le scelte delle parti sociali e del centrosinistra nell’orientare la locazione delle risorse pubbliche e nel controllo del debito dello Stato. Uno dei nodi è l’attuale indirizzo della contrattazione interamente indirizzata al rafforzamento del sindacato dei servizi e del welfare agli occupati (alternativo al salario). Il recente accordo in FCA con Fim e Uilm prevede a regime, nell’arco di tre anni, un aumento medio di 144,5 euro al mese. Il segretario della Fim-Cisl ne è soddisfatto.

 Purtroppo, la cifra è modesta. Il sindacato pensa ancora di riuscire a conciliare welfare aziendale con una congrua crescita del salario ma sappiamo bene che non vi sono risorse aziendali per entrambi. La crescita più significativa del salario dovrà venire pertanto dalla riduzione del cuneo fiscale. A condizione che si possano recuperare risorse pubbliche dal ricorso ai contratti di solidarietà e all’indiscriminato uso della cassa di integrazione, entrambi legati alla necessità di assicurare un reddito pubblico ai lavoratori delle imprese in crisi prolungandone il più possibile la loro agonia. L’economista Innocenzo Cipolletta, in un’intervista al Corriere Della Sera del 12 febbraio, ha proposto che le crisi aziendali meno gravi vengano affrontate «non nei ministeri ma a livello locale per governare gli esuberi e ricercare nuovi investitori». Una proposta di buon senso, verrebbe da dire, ma rimasta lettera morta in ragione del fatto che la concorrenza tra sindacati è di ostacolo ad ogni riorganizzazione aziendale che preveda un esubero di forza lavoro. Questa è anche causa principale dell'impilata di centinaia di vertenze di piccole e medie imprese presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Giannino Padoan (ex segretario regionale FVG della Cgil, libero professionista nell'ambito delle risorse umane)


23 Maggio 2019
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