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Rifare la balena


Rifare la balena. La Selva, pubblicazione aperiodica curata da una cooperativa di comunità umbra, quattro grandi fogli sprizzanti entusiasmo e ottimismo, titola così annunciando un restauro che ha il sapore di una favola. Siamo a Bargiano, nei pressi di Allerona, tra accoglienti colline che, quasi due milioni di anni fa, nel Pleistocene, erano coperte dal mare, un golfo del vecchio Mediterraneo che arrivava a lambire il vulcano dell’ Amiata e nel quale nuotavano i cetacei. Qui è stato trovato lo scheletro della Gran Dama, come l’hanno chiamata gli scopritori. E’ morta sul fondo argilloso di acque che gli epocali sommovimenti tellurici stavano via via avvelenando e prosciugando.

 La scoperta risale al 2016 ma ora l’impegno dei ricercatori, Angela Baldanza e Marco Cherin, sostenuti anche da una raccolta fondi, ha permesso l’avvio della fase di pulitura, consolidamento e ricomposizione di tutte le ossa.  Poi l’antica signora verrà esposta nel locale museo dei cicli geologici. Un simbolo della potenza della natura e dei continui cambiamenti dei cicli vitali. Un ulteriore monito a lenire e curare le ferite che la nostra irresponsabilità ha inflitto alla Terra. L’uomo è la specie più dannosa di tutte le ere.

Durante il Quaternario le balene morivano, si può dire, nel loro letto. Nell’Antropocene, quelle sopravvissute alla pesca selvaggia si spiaggiano piene di plastica. Dalla fiocina dei tanti capitan Achab all’inquinamento e al surriscaldamento dei mari. La verità è che le grida di’allarme contro i cambiamenti climatici, al di là dell’apparente momento di sensibilità e di attenzione, sono inascoltate, ridotte a retorici e esagerati allarmi. Persino la giovane Greta sta diventando un prodotto di consumo nella società dei consumi che vorrebbe combattere. Se i grandi del Pianeta, Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, la considerano un personaggio folkloristico che non vuole viaggiare in aereo per una propria bizza, allora significa che anche la mobilitazione di migliaia di giovani non sta portando a nulla. L’artico si scioglie ma Stati Uniti, Russia e Cina invece di unirsi per salvarlo lo considerano territorio di contesa e di confronto bellico.  L’Onu prevede un “disastro imminente “ con 120 milioni di poveri in più entro il 2030 a causa dell’aumento della temperatura, della scarsità di cibo e dei conseguenti conflitti. Ma è come parlare ai sordi.

Poi c’è la speciale superficialità tutta italiana. La rissa politica copre ogni seria discussione ambientalista e non è un caso che da noi i movimenti verdi non abbiano stabile successo elettorale. Siamo come coloro che pensano di dover costruire un bagno solo quando hanno mal di pancia.  La recente scossa di terremoto in provincia di Roma ha indotto gli esperti a ripetere che lo Stivale è ad altissimo rischio sismico e che servirebbe un immenso piano di prevenzione e messa in sicurezza. Se facessimo debito per salvare vite, consolidare città e borghi, tutelare l’immenso patrimonio artistico e archeologico, forse l’Europa ci rispetterebbe maggiormente. Non è più strategico un piano del genere, sicuro volano di crescita economica, rispetto a reddito di cittadinanza e flat tax?

Ma tant’è. Siamo paralizzati dall’hic et nunc, stolidi in un illusorio eterno presente. La Gran Dama ci ricorda che invece il tempo scorre. Sì, bisogna rifare la balena.

Marco Cianca


26 Giugno 2019
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