Il governo si è piegato alla manovra correttiva, salvandosi dalla procedura di infrazione. Ma lo stesso governo nega la resa, e, caso mai, l’addossa alla solita congiura dei ‘’poteri forti’’ Viaggio nella mente di un sovranpopulista (per cercar di capire l’incomprensibile)

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Viaggio nella mente di un sovranpopulista (per cercar di capire l’incomprensibile)


Vorrei  leggere nel pensiero  di un sovranpopulista  (meglio se di tendenza leghista)  per capire quali spiegazioni gli frullano per la mente a proposito di quanto sta avvenendo in Italia e in Europa. Giuseppe Conte e Giovanni Tria hanno trovato il modo di adempiere alle richieste di aggiustamento dei conti pubblici, come voleva la  Commissione europea (quella stessa che era stata spernacchiata dai due vice per settimane e messa alla gogna  nei talk show  dei manutengoli di regime). E così hanno evitato l’avanzamento della procedura d’infrazione per debito eccessivo che non sarebbe neppure iniziata se il governo avesse intrapreso senza fare troppe storie la strada indicata, mesi or sono, dal titolare del MEF, come alla fine ha fatto varando l’assestamento di bilancio. Dopo il pellegrinaggio a Canossa del premier tutto è andato a posto come d’incanto: lo spread è crollato, sono diminuiti i tassi sui titoli di Stato,  la Borsa ha volato, la Commissione ha invitato l’Ecofin a lasciar perdere con le sanzioni.

In sostanza, il governo ‘’cala le braghe’’ e tutti sono – almeno per ora – a festeggiare con tarallucci appena sfornati  e vino fresco. In verità, non ci interessa accusare il governo  di aver scoperto il sedere in pubblico: quando si compiono  le azioni giuste – meglio tardi che mai - si è sempre dalla parte di chi vince. Ma il prototipo del sovranpopulista  non può giudicare al nostro stesso modo l’adesione dell’esecutivo a quei contenuti che per settimane erano considerati inaccettabili intromissioni della Ue, matrigna, succube dei poteri forti ed ostinata a negare i diritti del popolo italiano (amorevolmente assistito e tutelato da un ‘’padre’’ prolifico come il Capitano).  Per il nostro virtuale interlocutore l’assestamento di bilancio è stato una capitolazione, una resa al nemico a cui per fortuna non hanno preso parte i due leader, la cui patetica assenza, nella riunione del Consiglio dei ministri che ha assunto la decisione fatidica, dimostra che ‘’indietro non si torna’’, perché senza la loro ‘’bollinatura’’ gli impegni sono solo parole  scritte sull’acqua.

Il fatto è che, in autunno, quando verrà il momento di mettere nero su bianco la legge di bilancio 2020 (con tutti i corollari che si porta appresso) il governo si accorgerà che la linea della nuova Commissione sarà più o meno la stessa di quella che ha concluso il mandato (le designazioni per le posizioni di vertice della Commissione e della Bce sono  di  una qualità eccezionale). Sarà così  non perché a Bruxelles  vogliono dimostrare di avere la testa più dura di quella di Salvini, ma per una ragione ben più banale: una linea diversa non esiste.

Ma tornando al nostro ‘’sovranpopulista’’ deluso, probabilmente sarà convinto che la resa sia stata imposta da una congiura dei poteri forti (gli stessi che finanziano le ONG allo scopo di portare in Europa manodopera a buon mercato). Ma se così fosse, se gli ‘’gnomi di Zurigo’’ volessero perseguitare l’Italia per colpire il governo del popolo, sarebbero tanto generosi da accontentarsi di una riduzione dell’0,2% del deficit previsto? E sazi di questo risultato avrebbero ordinato ai loro banchieri, affaristi e strateghi della finanza internazionale, al soldo delle multinazionali, di invertire i trend negativi in corso? Come se fosse sufficiente premere il bottone nero anziché quello rosso. E sarebbero ancora i poteri forti ad aver persuaso tanti poveri a non presentare la domanda di accesso al reddito di cittadinanza e tanti anziani, perseguitati dagli effetti della riforma Fornero, a snobbare quota 100 (secondo gli ultimi dati Istat l’occupazione degli over 50, al netto degli aspetti demografici, è cresciuta dell’1,6%).

Come pensano, poi, di impedire la chiusura dell’Ilva? Con un’altra marcia indietro rispetto all’emendamento che ha abrogato una norma sull’immunità penale che esisteva dal 2015 allo scopo di salvaguardare quanti – commissari o nuovi proprietari – non vogliono essere in balia delle procure, per fatti e situazioni di cui non hanno responsabilità?  Oggi sappiamo che, per quanto riguarda i conti pubblici, il ‘’pilota automatico’’ è ancora innescato e lo sarà anche al momento della manovra d’autunno. L’ordine regna a Bruxelles. Al governo italiano resta soltanto lo sgarbo – Sergio Mattarella permettendo – di affidare l’incarico di ministro degli Affari europei ad Alberto Bagnai (passato remoto del verbo Bagnare, prima persona al singolare), il peggior avversario dell’Unione e dell’euro. Nell’individuare il commissario che spetta all’Italia, dovranno invece agire con garbo, se non vogliono che il Parlamento (dove loro non contano nulla) bocci un candidato farlocco.

Purtroppo, ci sono altre preoccupazioni e non solo per l’economia (come rammentano la Confindustria e i sindacati). La vicenda della Sea Watch e le polemiche che ne sono seguite (soprattutto con la magistratura) sono la prova di un declino non solo politico, ma etico e civile, che purtroppo non coinvolge solo un (pre)potente uomo di governo, ma i tanti concittadini che ne approvano la linea di condotta. È sconvolgente avventurarsi nell’immondezzaio dei social: in tanti sono convinti che, avendo violato la legge, Carola sia una delinquente da condannare e incarcerare. Eppure, una giudice ha stabilito che la Capitana le leggi del mare le ha rispettate puntualmente e che non è responsabile di nulla. Ma ormai conta solo ciò che (stra)dice Salvini.

Giuliano Cazzola


05 Luglio 2019
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