Dopo la manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil a Reggio Calabria la questione del Sud si è riproposta con tutta la sua forza, ma il Governo non sembra avere argomenti e soluzioni per far fronte a una situazione sociale ed economica sempre più difficile Il declino del Mezzogiorno

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Segretario generale Uiltec

Il declino del Mezzogiorno


“Alla luce degli estremi di eguaglianza raggiunti in molti Paesi ricchi e del modo in cui sono stati generati, è chiaro che un aumento dell’uguaglianza e un miglioramento della performance economica sono obiettivi complementari”, così affermava Joseph Stiglitz nel suo libro “Invertire la rotta”. Un titolo che sembra una dedica al Governo gialloverde che però anche dopo la grande manifestazione di Cgil, Cisl e Uil a Reggio Calabria appare del tutto sordo a tornare sui suoi passi e cominciare ad aprire un confronto reale con le parti sociali per una politica economica di respiro nazionale.

Invece non cessano i litigi da comari e gli annunci sono come al solito contraddittori perché viziati dalla contesa fra le due anime del Governo. Del resto sulla propaganda non si costruisce nulla di stabile nel tempo.

Eppure la manifestazione di Reggio Calabria h avuto il merito di riportare la questione meridionale nella sua reale importanza all’attenzione di tutti. Ma in generale la reazione a quella imponente prova di unità e di proposta del movimento sindacale è stata da parte della maggioranza come al solita prossima all’inesistenza, frutto questa volta non tanto di supponenza quanto di mancanza di argomenti e di chiarezza. Non esaltante, per la verità, neppure la posizione delle opposizioni a dimostrazione che si fa molta fatica a considerare la questione meridionale come un passaggio obbligato per ridare a questo Paese una speranza di ripresa economica e sociale.

Stiglitz coglie nel segno ma senza volerlo mette il dito nella piaga della inconsistenza della attuale politica economica e industriale del Paese. Ecco perché la discesa a Reggio Calabria del sindacato impedisce che si possano ignorare gli squilibri fra aree del Paese che sono tornati a crescere e che stanno accentuando la tendenza a svuotare le regioni del sud di energie di lavoro e giovani in cerca di un  futuro.

Lo Svimez, inascoltato, lo ha documentato con drammatica evidenza: in dieci anni, 2007-2017. 600 mila giovani se ne sono andati dal sud, fra questi 240  mila laureati. Vanno a studiare e lavorare nel nord o all’estero. Per lo Svimez la perdita finanziaria sarebbe di 30  miliardi. E questa situazione può peggiorare: nei prossimi 50 anni, dice ancora lo Svimez, le regioni del Sud possono perdere altri 5 milioni di cittadini. Il fenomeno migratorio inoltre porta a fuggire da un futuro inesistente molte persone con bassa istruzione, collocando l’Italia al livello di altri Paesi dell’est europeo nei quali la fuga oltre confine rappresenta il maggior tentativo di sfuggire alla miseria.

Eppure il Governo si intestardisce su percorsi che rischiano di aumentare ulteriormente le distanze fra le aree dei Paese: dalla autonomia, alla flax tax, alle scelte, assai poche, sugli investimenti. E’ paradossale che forze politiche che fanno del fenomeno migratorio un nemico da esorcizzare, permettano che al tempo stesso in Italia si alimenti un flusso migratorio che ricorda quello di tempi passati.

Il gap è complessivo: investimenti, crescita, consumi. E la crescita senza una politica infrastrutturale e industriale può solo languire nell’assistenzialismo e nelle logiche predatorie. Del resto se osserviamo quello che è avvenuto per il decreto sblocca cantieri ci accorgiamo che per il centro-sud in realtà non c’è all’orizzonte quello sforzo che sarebbe necessario per rimettere in moto lo sviluppo. Anzi è probabile che le norme previste accentuino i problemi di legalità ed accrescano i fenomeni di lavoro irregolare.

Ma è davvero impensabile realizzare una politica economica che impedisca al sud una sorta di fatale destino di emarginazione, con conseguenze davvero inaccettabili: da un nuovo assistenzialismo, alla ulteriore perdita di opportunità industriali, alla sopravvivenza delle rendite, alla mancanza di possibilità di emergere di nuove classi dirigenti?

In questo senso viene in soccorso il metodo riformista: muoversi in modo graduale e concreto ma con obiettivi capaci di migliorare la situazione nel medio-lungo periodo. Recentemente Claudio De Vincenti notava come nel periodo 2015-2017, vale a dire a ridosso della fine della lunga recessione, l’economia meridionale sia pur di poco era riuscita a sopravanzare quella del centro-Nord. Un esito reso possibile in realtà da alcuni interventi parziali, potremmo dire privi di una vera e propria strategia, ma pur sempre in grado di sollecitare quelle risorse e quelle energie che nel Sud ci sono e sono in grado se messe in condizione di agire di ottenere ottimi risultati. De Vincenti cita alcuni esempi fra i quali il credito di imposta per investimenti privati che ha generato 8,4 miliardi di investimenti privati ed i Patti per il sud che hanno favorito lavori per infrastrutture e servizi per circa 9 miliardi. Poco, molto? Meglio dire scelte utili che purtroppo questo Governo ha rapidamente ripudiato. Eppure una democrazia governante non cancella tutto quello fatto in precedenza, semmai lo migliora se funziona, lo integra, lo ripropone in progetti di più vasto respiro.

Così non è stato e le vertenze cui il sud sta andando incontro dimostrano che la crisi di questa economia aggiunge altri angoscianti capitoli senza che la politica, specie quella che è in grado di decidere, comprenda che si deve assolutamente determinare una svolta. Una svolta a beneficio dell’intero Paese, s’intende. Perché permetterebbe un rilancio della domanda interna, il ritorno ad una discussione seria sulle politiche industriali da perseguire, fino alla predisposizione di politiche salariali e fiscali indispensabili per evitare la stagnazione ed elevare le condizioni sociali di gran parte del Paese.

Reggio Calabria a maggior ragione non può che essere un  nuovo inizio. Senza retorica, senza buonismo, ma con la consapevolezza che il movimento sindacale deve insistere con le Istituzioni, deve incalzarle, per evitare che la frantumazione economica e sociale raggiunga picchi da record nel Paese, isolandoci ancora di più. Non è pensabile che possa bastare l’aver evitato (solo per ora) una procedura di infrazione per considerare questo scampato pericolo come il modo per insistere su scelte sbagliate ed inconsistenti. Del resto l’economia italiana mostra limiti sempre più preoccupanti, anche sul piano dell’occupazione: continuiamo a dividerci il lavoro che c’è e non va bene.

Non si può ignorare che dal secondo trimestre del 2018, nel quale si avvia una nuova flessione, al primo del 2019 la Campania ha registrato un aumento della disoccupazione dal 19,9% al 21,6, la Puglia dal  15,7 al 16,7, la Sicilia dal 21,4 al 22,3%, la Calabria dal 20,3 al 23,5%. Balzi in peggio allarmanti che denunciano un abbandono del Sud  da parte del governo nazionale non giustificabile e che preannunciano l’allargarsi del fossato fra centro-Nord e regioni meridionali.

Eppure le conseguenze delle diseguaglianze dopo la recessione subita per anni dovrebbero essere una lezione per tutti. Ancora Stiglitz osserva: “quando esistono forti disparita’ di reddito, quelli al vertice possono comprare per i loro rampolli privilegi inaccessibili per gli altri e spesso si convincono di avere il diritto e il dovere di farlo. E, naturalmente, senza uguaglianza di opportunita’, quelli che nascono negli strati più bassi della distribuzione del reddito hanno ottime possibilita’ di rimanerci: le diseguaglianze di risultati si autoperpetuano. E’ profondamente inquietante…”. Anche per le regole e la qualità della democrazia, potremmo aggiungere. 

Paolo Pirani


15 Luglio 2019
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