Paolo, 28 anni, rider di Milano, uno dei promotori della lettera con 500 firme contro il decreto per le tutele sul lavoro, racconta al Diario del lavoro come e’ nata l’iniziativa e come è realmente la sua esperienza lavorativa di ciclofattorino ad “alto reddito” Parla il rider "ribelle": via il decreto, lasciateci lavorare, e soprattutto guadagnare

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Parla il rider "ribelle": via il decreto, lasciateci lavorare, e soprattutto guadagnare


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Paolo, 28 anni, rider di Milano, lavora per Deliveroo e Glovo. È lui uno dei promotori della lettera pubblicata sulla piattaforma Typeform, con la quale rider di tutte le città d’Italia contestano le norme contenute nel decreto per le tutele sul lavoro. Un decreto che, spiega Paolo, per i rider andrebbe a inficiare il loro lavoro, con l’introduzione di una retribuzione minima oraria e l’obbligo per le piattaforme di assicurare tutti i loro lavoratori all’Inail. La lettera, in poche ore, ha gia raggiunto 500 sottoscrizioni. Paolo ci spiega i motivi di questo sconcertante successo: in questi mesi, dice, c‘e stata un’interpretazione distorta del lavoro dei rider, un lavoro che in realta’ permette di guadagnare bene e di potersi gestire il proprio tempo.

Paolo, che cosa non vi piace del decreto?

Il decreto ci impedisce di guadagnare. Se viene introdotto un minimo, che deve essere prevalente, ci viene tolta la possibilità di fare più soldi. Il cottimo è la forma di retribuzione più democratica che esista. Se io lavoro di più guadagno anche di più, non c’è nulla di strano.

Esiste un minimo nel vostro settore?

Deliveroo ne ha uno di 7,50 euro, Glovo no. Ma con il cottimo si può arrivare anche a più di 30 euro all’ora.

Dunque secondo voi non esiste un problema legato ai salari troppo bassi?

Io sono riuscito a guadagnare anche 4mila euro lorde al mese, c'è chi ne fai di più o chi ne fa di meno, sia con il motorino che con la bici. Si guadagnera’ poco se ci toglieranno il cottimo.

Non vi piace, a quanto afferma la vostra lettera,  neanche l’obbligo per le piattaforme di assicurarvi all’Inail.

Pensare di tutelarci attraverso l’Inail vuol dire adottare vecchie soluzioni per un lavoro nuovo. Si tratta di una cosa assolutamente irrealizzabile e ingestibile, con il rischio  che i  costi si ripercuotano su di noi. Inoltre le aziende hanno gia’ per noi delle assicurazioni private, che sicuramente possono essere migliorate. Poi, anche chi lavora con il motorino è già assicurato, altrimenti non potrebbe circolare, e chi lavora con la bicicletta guadagna altrettanto bene, potendosi benissimo pagare da solo un’assicurazione privata.

Dunque come riscrivereste il decreto?

Io non lo riscriverei, lo abolirei del tutto. Non ci serve, non migliora il nostro lavoro.

E allora per aiutarvi cosa dovrebbe fare veramente la politica?

La politica deve realmente ascoltare le aziende per capire i nostri bisogni, e non minacciarle per poi farle scappare dall’Italia come è successo con Foodora. L’unico risultato è quello di mettere sul lastrico lavoratori e famiglie. Le aziende non sono dei “cani” e non ci sfruttano affatto.

Non e’ quello che sostengono i rappresentanti dei rider, pero’.

Per sapere quali sono i nostri veri problemi bisognerebbe parlare con i veri rider.

Sta dicendo che quelli che nei mesi scorsi sono andati a parlare nei vari tavoli di confronto con governo e sindacati non sono veri rider?

No, o almeno qualcuno ci sarà stato, ma non erano la maggioranza. È molto facile instillare nelle persone il malcontento anche quando non ci sono motivi reali.

Quindi,  mi scusi, ma a voi chi vi rappresenta?

Non ci rappresenta nessuno. Ci troviamo, condividiamo le nostre idee e basta. Non vanno tenuti in conto neanche tutti i vari gruppi su Facebook.

Nemmeno il sindacato può rappresentarvi?

No

Vi piace il vostro lavoro, e va bene cosi, allora?

Si il nostro lavoro ci piace. Ci permette di gestire i nostri orari e la nostra giornata. All’inizio, il primo mese, può essere più difficoltoso. Ma dopo abbiamo tutti la possibilità di lavorare e guadagnare se si vuole farlo. Di certo non verremo mai cacciati da un’azienda perché si lavora di più. 

Tommaso Nutarelli


24 Settembre 2019
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