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Non credo in Dio ma nel Papa


Non credo in Dio ma nel Papa. Un’affermazione assurda, priva di senso, illogica. Un paradosso.  Se si nega l’esistenza dell’Altissimo, come è possibile affidarsi a colui che sostiene di esserne il vicario in terra? L’erede di Pietro prende forza e autorità dalle parole di Gesù che, in nome del Padre, ha voluto l’edificazione della sua Chiesa. Così raccontano i Vangeli. Duemila anni di storia testimoniano il susseguirsi di pontefici dalle varie personalità, spesso e volentieri in lotta per mantenere il potere temporale. Quello spirituale lo ha negato la Riforma arrivando a rifiutare il ruolo di mediatore con l’Onnipotente di tutto l’apparato ecclesiastico, a partire dal capo supremo.

Il contrario non era mai avvenuto. Fino a Jorge Mario Bergoglio, diventato icona e profeta per atei e dubbiosi più sensibili ai destini del mondo che a quelli della propria anima. La stessa scelta del nome ha assunto il significato di un umile pauperismo contrapposto ai fasti della ierocrazia. E cosi Francesco, un vero rivoluzionario, ha sovvertito la gerarchia dei valori propugnati dalla Santa Sede privilegiando i bisogni dell’umanità rispetto alle questioni teologiche.

Amato dalla sinistra in cerca di un punto di gravità, inviso ai tradizionalisti che lo accusano di un eversivo eccesso di secolarismo. Il sinodo sull’Amazzonia, aperto in questi giorni con i variopinti rappresentati degli indios al fianco dei cardinali, rappresenta un punto di svolta.  L’Osservatore romano lo ha definito un atto di giustizia: “Ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri”. E il cardinale brasiliano Claudio Hummes, relatore generale, denuncia: “Sul pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico, globalizzato, predatorio e devastante”.

Parole che starebbero bene sulla bocca di Greta Thunberg. In nome di un sinodo ad impatto zero, l’assemblea dei vescovi ha approvato l’acquisto di titoli di forestazione per il rimboschimento di un’area di cinquanta ettari. Poi via ai lavori che dovrebbero concludersi il 27 ottobre. La conversione ecologica come nuova evangelizzazione perché “tutto è interconnesso, gli esseri umani, la vita comunitaria e sociale, la natura”. Affermazioni che hanno suscitato l’ira di chi, come il cardinale Gerhard Ludwig Muller, paventa una sorta di “neopaganesimo ambientalista” basato sull’adorazione della “madre Terra”. In una lunga intervista al Foglio, ha ammonito che il compito della Chiesa non è quello di piantare alberi: “La missione di Pietro e dei suoi successori consiste nell’unire tutti i credenti nella fede in Cristo che non ha raccomandato di occuparsi delle acque del Giordano o della vegetazione della Galilea”.

Francesco, secondo i suoi contestatori, fa ideologia invece di promuovere la fede. Sullo sfondo, al di là delle foreste da salvare, si staglia la questione del celibato e del ruolo delle donne. In Amazzonia c’è penuria di preti e il Sinodo discuterà l’ipotesi di permettere il sacerdozio a uomini sposati che godano del rispetto di tutta la comunità, i “viri probati”.

Sempre Muller, stavolta in un colloquio con Repubblica, accusa: “Nessun Papa, né la maggioranza dei vescovi, possono cambiare dogmi della fede o leggi del diritto divino, secondo i propri piaceri”. Toni da vecchi Inquisizione.

Ma Francesco, a differenza di Celestino V, non ha paura e non intende fare alcun gran rifiuto. E allora sì, è possibile credere in lui senza credere in Dio. Anche se Pascal potrebbe obiettare: “Se mi cerchi, vuol dire che mi hai già trovato”.

Marco Cianca


16 Ottobre 2019
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