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La lezione dell’Umbria: per il governo non è più tempo di tirare a campare


La dimensione della sconfitta elettorale in Umbria è di tale entità da non potere essere derubricata a fatto locale senza conseguenze a livello nazionale. Sarebbe imperdonabile nascondersi dietro la giustificazione che in fondo la competizione ha coinvolto soltanto 700,000 persone e che il campione non può essere considerato rappresentativo di tutto il paese.

La realtà che le elezioni umbre ci consegnano è invece radicalmente diversa e plasticamente rappresentativa di quel paese reale che ha drammaticamente abbandonato la sinistra

E del resto chi ha potuto vedere la manifestazione leghista di Roma avrebbe tratto due conclusioni: la prima che il popolo italiano, fatto di famiglie e di coppie di anziani, era presente in quella piazza con le loro  piccole e grandi bandierine malinconiche  con i colori dell’Italia; la seconda, ancora più drammatica,  che ormai il fascismo è stato totalmente sdoganato  e legittimato a rappresentarsi  per quello che è: nostalgia pietrificata, saluti romani e facce truci dei fascisti del terzo millennio.

Oggi, Ernesto Galli della Loggia sulle pagine del Corriere parla di vera fine della prima repubblica, posticipando la data del 27 marzo 1994 in cui Silvio Berlusconi vinse le elezione contro la gioiosa macchina da guerra  di Achille Occhetto a quella di domenica 27 ottobre 2019;  in Umbria infatti  il vecchio blocco di “sinistra-centro” è stato definitivamente e, per lui, per sempre, sconfitto e relegato negli scaffali polverosi del novecento, mentre soggetti totalmente nuovi, i leghisti e i loro  alleati, con nessuna continuità col passato, a cui ancora apparteneva il craxiano Berlusconi, sarebbero ora i nuovi protagonisti della politica italiana.

Una lettura anche questa da non sottovalutare, considerato che ormai la lega governa in quasi tutte le regioni italiane e che si appresta a conquistare, non senza ragione, l’ultima roccaforte della sinistra, l’Emilia Romagna.

In ogni caso, è ormai del tutto evidente che la sinistra ha perso la battaglia per l’egemonia del paese e che  i modelli culturali dominanti sono quelli della destra sovranista e tendenzialmente xenofoba. L’industria culturale e non solo la crisi, ha contribuito in larga misura a costruire questo nuovo sentiment di un paese drammaticamente invecchiato in cui gli eredi della meglio gioventù non sono certo i nuovi fasci-leghisti nostalgici di Predappio e  delle curve;  non-luoghi di una nuova militanza incoraggiata e continuamente riverberata sulle radio,  sulle TV  e sui media   dove  razzismo e violenza sono le materie di apprendimento di generazioni intere che in vita loro, forse, non hanno mai aperto un libro o comprato un giornale.

Nel nostro paese la meglio gioventù purtroppo non è quella che resta ma quella che ogni anno se ne va all’estero con un flusso continuo di 70.000 giovani che ogni anno vanno a cercare una vita migliore in altri paesi.

La destra ha costruito la sua fortuna su un tragico equivoco: la chiusura delle frontiere, la demonizzazione dello straniero e l’autarchia che spezza le catene dell’asservimento all’Europa sono le parole magiche per dischiudere un nuovo regno della prosperità.

Non è così e gli Italiani se ne accorgeranno quando i nuovi avranno vinto le elezioni, sempre più vicine, e consumeranno in tutta legittimità, la scatoletta di tonno marcata Monte Citorio.

Un destino ormai segnato contro il quale non sono più sufficienti i mezzucci del tirare a campare. Il governo deve prendere atto di questa realtà e se non è capace di dare una prospettiva di cambiamento è giusto che vada a casa e restituisca la parola agli italiani ancora rimasti.

Roberto Polillo


29 Ottobre 2019
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