Emilio Miceli, segretario confederale della Cgil, spiega al Diario del lavoro perché sarebbe un disastro per il paese bloccare la produzione di acciaio a Taranto, sottolineando la necessità che governo e azienda riprendano il dialogo Ex-Ilva, Miceli (Cgil), la priorità è mantenere attiva la produzione

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Ex-Ilva, Miceli (Cgil), la priorità è mantenere attiva la produzione

Argomento: ArcelorMittal, Cgil, Ilva
Autore: Tommaso Nutarelli

ArcelorMitall, con una lettera inviata ai Commissari straordinari di Ilva, ha manifestato la propria volontà di recedere il contratto d’acquisto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’eliminazione dello scudo penale che avrebbe dovuto tutelare la nuova proprietà nell’azione di risanamento ambientale, senza cadere in sanzioni. Emilio Miceli, segretario confederale della Cgil, al Diario del lavoro, fa il punto sulle prospettive future per Taranto, sottolineando la necessità che la produzione non venga interrotta. Per Miceli a risentirne negativamente sarebbe l’economia di tutto il paese.

 

Miceli quale futuro si prospetta per l’Ilva dopo che ArcelorMittal ha deciso di rescindere il contratto?

Per l’Ilva e i suoi lavoratori presente e futuro sono la stessa cosa. Questo vuol dire che non può esserci un futuro se non si agisce ora. Bloccare la produzione a Taranto sarebbe un danno quasi irreversibile.

Per quale motivo irreversibile?

Dobbiamo essere realisti. Al Sud ogni area dove c’è stata una dismissione industriale difficilmente ha conosciuto una fase successiva di sviluppo. Dunque è molto faticoso pensare che, alle attuali condizioni, qualcuno possa investire a Taranto. Vengono fatti molti proclami “eroici” che però servono a poco.

La decisione di ArcelorMittal è imputabile solamente alla decisione di togliere lo scudo penale?

L’attuale situazione, al di là delle oscillazioni di mercato, è dovuta all’assetto normativo relativo alla questione ambientale. Ovviamente anche il rallentamento della produzione al livello globale ha inciso. Tuttavia non ci troviamo davanti a uno shock economico o industriale significativo e non ci troviamo davanti a un’azienda fallita per motivi economici o industriali.

Quali sono i rischi per Taranto?

Il rischio è che Taranto venga condannata all’assistenzialismo, e ad oggi sembra questa l’unica soluzione che il governo possa mettere sul tavolo, se non si decide a riaprire un dialogo proficuo e fruttuoso con l’azienda.

Che misure vanno adottate?

È imperativo che il governo riesca a mantenere la continuità produttiva di Taranto. Stiamo parlando di un sito produttivo che da solo rappresenta un punto e mezzo del Pil nazionale. Se così non dovesse essere condanneremmo non solo Taranto, ma il Mezzogiorno e tutto il paese ha una situazione di estrema difficoltà. Dunque, come prima cosa, serve un ribilanciamento del quadro normativo e soprattutto delle norme relative alla tutela ambientale per tranquillizzare l’azienda e far si che continui a produrre.

Come valuta la gestione del governo dell’intera vicenda?

È evidente che l’attuale situazione di crisi si stata aperta proprio dal governo stesso. La mia impressione è che ci troviamo in una fase politica nella quale basta l’azione di qualche deputato di collegio per bloccare qualsiasi iniziativa politica.

Ritiene sufficienti le azioni messe in campo per il rilancio del Sud?

Gli spazi di azione nella legge di bilancio sono estremamente limitati, quindi sarebbe stato impossibile chiedere qualcosa in più. Questo non toglie che ci siano tutta una serie di elementi che possono e devono essere rivisti. Le imprese ricevo dallo stato 14 miliardi di incentivi per diversi scopi. Si potrebbe capire se queste risorse possano essere utilizzate in altro modo, per evitare che diventino una sorta di reddito di cittadinanza per le aziende. Se si vuole rilanciare il Mezzogiorno e l’interno paese bisogna cambiare il volto dell’industria italiana, attraverso digitalizzazione e transizione energetica.

Tommaso Nutarelli


04 Novembre 2019
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