Il leader Cgil ricorda che tutti i grandi gruppi italiani sono partecipati dallo Stato, con ottimi risultati. Per l’Ilva, aggiunge, la strada è una sola: il governo ripristini scudo legale e l’azienda rispetti il piano industriale già approvato dai lavoratori Ex Ilva, Landini, lo Stato entri con quota di minoranza

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Ex Ilva, Landini, lo Stato entri con quota di minoranza


«Sarebbe importante l'ingresso dello Stato con una quota di minoranza, sia per assicurare l'interesse del Paese al progetto, sia per garantire gli investitori, i lavoratori e i cittadini di Taranto, sia per esercitare una forma di controllo su tempi e modalità di investimento e risanamento». Lo propone Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, come una delle possibili soluzioni per il disastro Ilva. Intervistato da Nazione, Resto del Carlino e il Giorno, Landini ricorda che “nel nostro Paese i grandi gruppi industriali hanno spesso un controllo pubblico, pensiamo ad Eni, ad Enel, Fincantieri, Finmeccanica, alle Poste. E sono, peraltro, tutti grandi gruppi che competono sui mercati, con efficienza. Pubblico può significare mercato e competitività. È fallita l'idea che il mercato libero, dando spazio alla finanza, risolva i problemi».

Landini accusa Arcelor Mittal, ma anche il Governo. Alla prima manda a dire: “Ora è a tutti evidente che il problema non era lo scudo fiscale e che 5 mila esuberi sono inaccettabili. ArcelorMittal deve essere responsabile, non può prendere in giro un intero Paese. Deve tornare sui suoi passi”. Ma deve tornare sui suoi passi anche il governo, ripristinando lo ‘’scudo’’ eliminato con troppa leggerezza, fornendo un alibi all’azienda.

Il problema italiano tuttavia non si risolve con l’Ilva, che è solo l'ultimo anello di una lunga catena. Quello che il nostro paese sconta, dice Landini, è la mancanza di politica industriale: “è una questione che riguarda gli ultimi 15-20 anni e quindi investe sia governi di centrosinistra che di centrodestra. Per essere chiari, politica
industriale significa pensare a interventi e a nuovi investimenti pubblici, a indirizzare anche quelli privati, entrambi ridottisi in questi ultimi anni».

Continua il segretario Cgil: “Ci sono stati governi che hanno dato sussidi a pioggia alle imprese senza finalizzarli a una politica di investimenti. Continuo a pensare
che sia stato un grave errore rendere sempre più precario il mondo del lavoro fino a mettere in discussione diritti come quelli dello Statuto dei lavoratori, liberalizzare gli appalti. Siamo di fronte a una logica che stiamo pagando perché ha invitato le imprese a concorrere sulla riduzione di diritti e costi, che significa condizioni di
lavoro, e non su qualità di prodotti e innovazione”

Quindi, oggi, secondo Landini, “C'è bisogno di una idea di sistema in cui anche il ruolo pubblico sia molto importante. Anche in Italia, in settori strategici, dalla
mobilità, all'acciaio, ai settori che riguardano il rilancio nelle infrastrutture deve esserci un ruolo diretto dello Stato. Nell'edilizia, l'unificazione tra Salini e Astaldi ha visto la presenza della Cassa depositi e prestiti e delle Fondazioni bancarie. Per noi è una linea intelligente per rilanciare l'economia del nostro Paese».

Tornando all’Ilva, Landini non vuole nemmeno discutere di un eventuale ‘’piano B’’ nel caso non vada in porto la trattativa tra Governo e Arcelor. La strada da seguire e’ una: “C'è un accordo firmato e  va fatto rispettare. Occorre un atto del governo che tolga alibi ad ArcelorMittal sul piano legale e dall'altra parte c'è bisogno che ArcelorMittal faccia quello che quell'accordo prevede, senza pensare di cambiare il piano industriale: non è accettabile alcuna modifica di un piano firmato un anno fa, approvato al 90% dai lavoratori”.


07 Novembre 2019
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