Era il delegato Fim che nel 1980 ai cancelli di Mirafiori chiese a Berlinguer cosa avrebbe fatto il Pci se i lavoratori occupavano la Fiat E’ morto Domenico Liberato Norcia

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L’AUTORE DI “IO GARANTITO”

E’ morto Domenico Liberato Norcia


E’ morto Domenico Liberato Norcia. Per quasi tutti è un illustre sconosciuto, per chi segue le relazioni industriali è una figura indimenticabile. Fu lui il 26 settembre ai cancelli di Mirafiori, in piena vertenza Fiat, quella dei 35 giorni e della marcia dei 40mila, a rivolgere a Enrico Berlinguer la fatidica domanda, “Ma se i lavoratori occupano la Fiat, il Pci che fa”? Il segretario del Pci rimase colpito, prese tempo, affermò che comunque il partito avrebbe valutato la situazione assieme ai lavoratori, ma poi aggiunse che insomma, sì il Pci non avrebbe lasciato soli i lavoratori della Fiat. Era l’avallo del Pci alla battaglia in corso a Torino, che però il sindacato, e quindi anche il Pci, persero platealmente con quei 40mila in marcia per la città a chiedere la fine della battaglia e il ritorno al lavoro.

Norcia ha sempre difeso la sua domanda, assicurando che non la aveva fatto per mettere in difficoltà il segretario del Pci, ma perché la situazione era davvero molto difficile per il sindacato e i lavoratori e non era ininfluente sapere il maggior partito della sinistra cosa avrebbe fatto, come e fino a quando avrebbe seguito i lavoratori e il sindacato. Norcia era un  delegato Fim, il sindacato della Cisl, faceva parte del consiglio di fabbrica, non era comunista e il dubbio che l’avesse fatto per motivi più politici che sindacali era legittimo, ma lui è sempre stato netto su ciò.

Del resto, per capirlo basterebbe rileggere un piccolo libro edito proprio nel 1980 da Edizioni Lavoro, la casa editrice della Cisl, firmato da Norcia nei mesi immediatamente precedenti. In realtà la stesura del libro è di Fausto Tortora, un architetto prestato per qualche anno al sindacato, che faceva parte della segreteria nazionale della Fim (che era stata guidata fino a poco tempo prima da un signore che si chiamava Pierre Carniti). Ma Tortora non fece altro che riportare, in bell’italiano, le parole di Norcia, così come lui le aveva dette in alcuni colloqui che si svolsero tra i due nella cucina della casa di Norcia, nella periferia di Torino. Un bel libro, intitolato “Io  garantito”, che non si capisce se non si fa riferimento al dibattito accesissimo nella sinistra di quegli anni tra chi era fuori dal sindacato e dalle fabbriche, come i promotori del movimento del 1977, e appunto chi stava in fabbrica e non si sentiva tanto garantito, come quegli altri invece gli rimproveravano. Un modo per spiegare le ragioni di chi si sentiva apostrofare a garantito, ma non si sentiva proprio tale.

Nel libro Norcia, oltre a raccontare la sua vita, originario della provincia di Avellino, emigrato in Germania, poi a Torino, descrive il clima che si viveva in quegli anni in fabbrica, la vita degli operai, quella dei delegati. Soprattutto parla, a lungo, della violenza in fabbrica.  Erano appena finiti gli anni 70, quelli della grande riscossa della classe operaia, frutto anche della rivolta dell’autunno caldo. La fabbrica era un luogo ribollente, in cui poteva succedere  e succedeva di tutto. L’anno prima, il 1979, era stato caratterizzato dalla vertenza che la Fiat aveva aperto contro 61 dipendenti bollati come violenti e in quanto tali licenziati. Erano gli anni bui del terrorismo, da poco era stato ucciso Guido Rossa, le violenze erano all’ordine del giorno. Ma Norcia nega che fossero tali, lui le chiama controviolenze, dovute alla normale reazione di chi subisce un’ingiustizia, appunto una violenza, e risponde con la stessa moneta.

Fu un libro importante, che aprì uno squarcio su un modo che forse nessuno conosceva bene se non quelli che ci vivevano dentro. Aiutò a capire tante cose, ma non a salvare il sindacato dal naufragio della conclusione amara della vertenza Fiat, quella dei 35 giorni, quella della marcia dei 40mila.


18 Novembre 2019
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