Il testo costituisce un Report intermedio del sottogruppo su “Le rappresentanze degli interessi” , coordinato da Tiziano Treu, nell’ambito del Progetto di Astrid in collaborazione con la Fondazione per la sussidiarietà su “ Ruolo, problemi e compiti dei gruppi intermedi nella società e nella democrazia italiana”. Si ringrazia Astrid per averne consentito l’anticipazione Lo strano caso della resilienza delle associazioni di rappresentanza di interessi

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SINDACATO

Lo strano caso della resilienza delle associazioni di rappresentanza di interessi


Questo testo costituisce un Report intermedio del sottogruppo su “Le rappresentanze degli interessi” , coordinato da Tiziano Treu, nell’ambito del Progetto di Astrid in collaborazione con la Fondazione per la sussidiarietà su “ Ruolo, problemi e compiti dei gruppi intermedi nella società e nella democrazia italiana”. Si ringrazia Astrid per averne consentito l’anticipazione. 


A)   La crisi dei corpi intermedi e le evidenze empiriche

La prima parte riprende la discussione internazionale sulla classificazione dei corpi intermedi e la definizione delle associazioni datoriali/sindacali. Un primo passo è quello di riprendere l’annosa discussione sui confini dei cosiddetti corpi intermedi -concetto poco preciso tanto per connotazione quanto  per denotazione- suggerendo tre tipi di distinzioni: 1) a prevalenza pubblica o  privata; 2) con prevalenza di volontari o meno; 3) di dimensione  (sovra)nazionale o locale; 4) con servizi a pagamento delegati  dallo stato o meno; 5) con rappresentanza contrattuale o no; 6) con interazioni stabili o intermittenti con i pubblici poteri.

Le organizzazioni di rappresentanza degli interessi sono: 1) private; 2) con prevalenza di stipendiati; 3) di dimensione prevalente nazionale;  4) erogatrici di servizi di delega statale; 5) soggetti contrattuali; 6) con stabili interazioni con le istituzioni; . Nel caso italiano queste organizzazioni agiscono in un mercato pluralistico ‘a competizione controllata’. Ulteriori variabili per una tipologia multidimesionale saranno discusse e misurate sulla base di un confronto con la letteratura internazionale di settore.

In tutti i paesi avanzati circolano interrogativi intorno al ruolo futuro delle rappresentanze degli interessi: se sia necessario, e come possa essere esercitato. Questi interrogativi appaiono ancora più pressanti nella realtà italiana. Sia perché in passato era stato particolarmente enfatizzato il loro ruolo, ed in particolare teorizzato il ‘sindacato soggetto politico ’. Sia perché quel ruolo, tradizionalmente riconosciuto, è stato messo in discussione in modo più esplicito e clamoroso nel corso degli anni più recenti.  Le domande più generali intorno al ruolo pubblico delle rappresentanze funzionali trovavano risposte di carattere generale e aprioristico nella letteratura scientifica: mentre questo era considerato  utile e necessario da una parte degli studi, anche a prescindere dalla sua concreta articolazione,  da un altro lato era altrettanto astrattamente considerato disfunzionale o patologico per il bene della ‘nazione’ (anche se la ricerca apertamente critica di Olson era supportata da una ampia raccolta di dati).   Da un punto di vista concettuale la sfida è piuttosto quella di uscire  da questa polarizzazione spostando l’accento su ‘come’ e ‘a quali condizioni’ le organizzazioni di rappresentanza possano giocare, nelle economie globalizzate, una partita non solo sul loro terreno specifico, ma anche su quello più ampio delle politiche pubbliche.

In questo senso le vicende italiane degli ultimi anni possono contribuire a chiarire percorsi possibili e punti di approdo (anche provvisori).

Secondo la maggior parte degli osservatori i corpi intermedi, nello specifico di questo lavoro  le associazioni di rappresentanza degli interessi economici, sono da tempo in crisi e hanno perso molto del peso e del ruolo che avevano avuto in passato. La tesi della crisi è più reputazionale, relativa ad alcuni ambiti di attività (ad esempio quella contrattuale e quella di concertazione.    Essa non è pienamente  suffragata da rilevanti evidenze empiriche, visto che  si limita ad osservare il ruolo delle AR come gruppi di pressione, soggetti di  attività di lobby e contrattuali , senza tuttavia considerarle come organizzazioni complesse nel loro insieme.

Il punto centrale, la tesi di fondo di questo modo di vedere, è rappresentato dall’idea della diminuita centralità delle industrial relations, e dalla constatazione  che la disintermediazione interessi tutte le organizzazioni che in qualche modo operano nelle arene della rappresentanza (politica, economica, sociale, culturale, ecc.) . La conseguenza sarebbe una  ripresa di ruolo delle istituzioni pubbliche e delle (nuove) agenzie  politiche  che ritornerebbero ad essere capaci  di rivolgersi direttamente,  in prima persona, tanto ai cittadini quanto ai lavoratori, quanto   agli  imprenditori. La fine delle pratiche concertative, motivata dall’inefficienza delle coalizioni distributive a la Olson, avrebbe ridimensionato una volta per tutte il ruolo di questi soggetti rispetto al recente passato.

A questo si affianca il fatto che la crisi economica che ha colpito le imprese a cavallo del 2010 ha avuto ripercussioni anche sulle associazioni datoriali e sui sindacati mettendo in difficoltà la tenuta di non poche strutture. Il calo degli iscritti e la non consultazione sistematica da parte dei governi sarebbero gli indicatori della perdita di rilevanza di questi corpi intermedi.

Questa tesi prevalente in letteratura coglie gli aspetti di crisi dei tradizionali assetti delle industrial relations, come pure le motivazioni del declino delle trade union e delle business union, tuttavia un’attenzione esclusiva ed eccessiva alle relazioni istituzionali tra gli attori impedisce di osservare le politiche organizzative di reazione alle sfide ambientali e le trasformazioni radicali in corso nelle associazioni di rappresentanza degli interessi.

La perdita di iscritti è stata rilevante ma compensata da una molteplicità di interazioni con decine di milioni l’anno di utenti presso i servizi associativi. Inoltre  il sistema della rappresentanza ha ancora le stesse caratteristiche morfologiche che aveva nel secondo dopoguerra. Dopo più di settanta anni nessuna di queste  organizzazioni è scomparsa, e neppure il declino della membership sembra averle messe in dfficoltà, anzi per molti versi esse appaiono oggi più solide di un tempo (vedi check-list allegata). Infine, tutte queste organizzazioni hanno sviluppato processi di modernizzazione organizzativa di varia natura:

-       Ampliamento del territorio di caccia: tutti rappresentano tutti al di là dei confini merceologici e ideologici;

-       Razionalizzazione delle strutture organizzative con (alcune fusioni di strutture provinciali e categorie e con la regionalizzazione dei principali centri di potere);

-       Crescita dei servizi individuali e alle imprese;

-       Consolidamento degli organici;

-       Accentuazione delle caratteristiche multitasking per cui oltre alla rappresentanza queste organizzazioni erogano servizi e svolgono funzioni pubbliche nel campo della previdenza e della finanza (patronati e Caf).

Non si sono realizzati, ancorchè siano stati in alcuni casi tentati, processi di fusione che sono la risposta più classica alla crisi di organizzazioni di questa natura, anche se va osservato come la ‘concorrenza regolata’, tipica dell’esperienza italiana, consenta di massimizzare i benefici del monopoli della rappresentanza con le opportunità offerte da un mercato (blandamente) concorrenziale. In ogni caso, se le associazioni di interessi  sono in crisi lo sono certamente meno di altre organizzazioni e, soprattutto, solo sul versante della rappresentanza politica, anche se, in un modo o nell’altro, spesso in maniera diretta e riservata vengono comunque contattate dai ministeri e dai governi. Il punto centrale è che lo storytelling dominante limita la sua attenzione alle espressioni e alla visibilità manifesta nell’arena politica sottovalutando il fatto che queste sono organizzazioni molto più complesse, ricche e articolate di quanto si creda (multitasking).

 

Forse quindi parlare di crisi è riduttivo e sarebbe più opportuno da un lato parlare di trasformazione e dall’altro cercare di capire che tipo di organizzazioni sono e come abbiano potuto resistere con le stesse caratteristiche di fondo a quanto è successo negli ultimi 30 anni nella politica, nell’economia, nella società. Più che la crisi (parziale) bisognerebbe spiegare la persistenza e la capacità di tenuta a fronte di cambiamenti epocali che hanno trasformato radicalmente molte altre organizzazioni e, allo stesso tempo, provare a indicare le reali trasformazioni a cui esse sono sottoposte.

 

Per comprendere la realtà dei corpi intermedi e la loro complessità occorre tenere conto di diverse dimensioni. Il sistema d’offerta che va dalla rappresentanza, ai servizi, alle funzioni pubbliche offre ai cittadini una molteplicità di ragioni di adesione. Al di là delle apparenze i corpi intermedi svolgono ancora numerose funzioni di intermediazione di tipo tradizionale:

            1) contrattazione nazionale, aziendale, territoriale;

            2) Patronati, più Caf e  Enti bilaterali (le due  vere novità di questo ultimo trentennio);

            4) Servizi di di assistenza individuale e di adempimento vecchi e nuovi;

            4)Tutele e Welfare locale a base territoriale/comunitaria.

 

Vanno inoltre valutate:

a)      una memberhip comunque consistente da vita ad una intensa attività associativa interna creando universi semantici condivisi e quindi aggregati sociali identitari piuttosto forti rispetto ad altri segmenti della realtà; 

b)     una diffusione territoriale che non ha eguali nel mondo dei ‘corpi intermedi’ e che continua a crescere nel tempo a dispetto della contrazione degli iscritti;

c)      la crescita del numero assoluto di di pendenti e della loro professionalizzazione, oltre al fatto che  molte associazioni funzionano ancora come ascensori sociali per non pochi di coloro che militano al loro interno;

d)     il buon funzionamento delle procedure di selezione dei dirigenti (democrazia interna) e la loro sempre più accentuata formalizzazione;

e)      la regolarità amministrativa che giunge in molti casi alla certificazione totale dei bilanci da parte di società di revisione indipendenti;

f)       l’ambivalenza del criterio reputazionale (bassi indici di gradimento nei sondaggi) perché non si trasforma mai in voice palese ma, anzi, convive con una eccezionale fidelizzazione ai servizi e alle verifiche di consenso (vedi, per i sindacati, le  elezioni di Rsu nel settore pubblico e privato;

g)      il fatto che ormai da anni queste organizzazioni abbiano rescisso i legami organici con i partiti le rende meno permeabili alle contingenze politiche e più stabili rispetto al sistema dei partiti. Le loro ragioni d’essere non stanno solo nella lobby ma nella negoziazione e nell’insieme dei servizi che rende parzialmente indifferente il comportamento di voto dei singoli aderenti.

 

B. Il rapporto con le istituzioni e la politica

 

Per tanti anni è stata coltivata la certezza che il ruolo pubblico delle organizzazioni sociali fosse scontato e difficile da sostituire (a prescindere dalle previsioni costituzionali o legali, spesso di impronta liberal-democratica e meno aperte al riguardo). La formalizzazione scientifica di questa convinzione ha trovato il suo punto di caduta nel modello neo-corporativo : la cui impostazione non solo legittimava questa partecipazione sul terreno pratico, ma la considerava come un mezzo decisivo per migliorare le perfomance socio-economiche nazionali. Il ‘come’ questo avvenisse concretamente restava più sfumato ed affidato alle varianti realizzative dei diversi casi nazionali. Se la modalità era ‘l’accordo’ multi-laterale ( traducibile come patto sociale o concertazione), affidato all’incrocio tra un soggetto pubblico e le due parti sociali,   la sua traduzione politico-amministrativa era avvolta in una coltre non sempre dissipata. Ed anche l’accettazione da parte dei rappresentati di decisioni assunte secondo un approccio verticale non trovava canoni prestabiliti. Arrivando in alcuni casi – tra i quali , ad intermittenza, quello italiano – a mettere in cantiere meccanismi di validazione democratica diffusa, referendum inclusi, delle scelte effettuate da pochi ( i leader dei tavoli di concertazione).

 

L’interpretazione che  meglio aiutava a inquadrare le potenzialità del circuito di decisioni ‘neo-corporative’ era quella dell’austriaco Lehmbruch,  il quale lo descriveva come un sottosistema specializzato, nell’ambito del decision-making pubblico , impegnato esclusivamente su alcune materie socio-economiche ( di cui la principale restava la politica dei redditi). In realtà questa chiave di lettura si rivelava tutt’altro che pacifica. Forse accettata praticamente nella realtà austriaca, era tutt’altro che fisiologica negli altri sistemi politici europei.  Essa richiedeva una forte delega da parte delle autorità politiche, o di tipo formale (come in certa misura sussisteva in Austria),  oppure delineata informalmente. Questa ultima ipotesi si manifestava più facilmente nelle democrazie consensuali del Nord Europa, basate su meccanismi elettorali proporzionali ed un’alta condivisione di alcune impostazioni di fondo. Diversamente,  nei paesi con sistemi maggioritari (o per altri versi in Italia),  risultava difficile arrivare ad una attribuzione di funzioni pubbliche , universalmente accettata, da parte di tutte le forze politiche. E i cambiamenti nelle maggioranze di governo  rendevano naturalmente più fragile  la possibilità di dare continuità a questo tipo di approccio. In sostanza quella stagione, chiaramente messa in discussione nel nuovo secolo, ha lasciato irrisolto il nodo di una regolazione stabile del ruolo delle grandi organizzazioni nella sfera pubblica.

 

Quali sono i fattori strutturali, i quali  – al di là dell’andamento carsico del dibattito scientifico, hanno reso quel quadro di partenza  meno solido e comunque da aggiornare in profondità?

 

Il primo aspetto riguarda un generale indebolimento, misurato attraverso la membership, delle stesse organizzazioni di rappresentanza sociale. Possiamo però ritenere che questo fattore non sia la principale spiegazione del declino di ruolo politico di quelle organizzazioni. Intanto perché in realtà come quella italiana, ma anche in altre, esso non si presenta in modo così nitido ed inequivocabile. In secondo luogo perché, come era stato notato già in passato, in alcuni paesi, come la Germania, questo restringimento non riduce le prerogative istituzionali e l’influenza politica delle associazioni di rappresentanza.

 

Un secondo aspetto, messo in evidenza da diversi studi , è come, a cavallo della ’grande recessione’ del 2008 si siano affermati, in tanti paesi, orientamenti dei governi ad intervenire mediante decisioni in prevalenza unilaterali. In linea di tendenza dunque sembra essersi ampliato il solco tra soggetti pubblici e partner sociali, e questi ultimi hanno incontrato maggiori difficoltà di accesso alle sedi istituzionali e al circuito decisionale. Questo processo, sicuramente in corso, va anche relativizzato , in quanto una parte almeno delle decisioni messe in atto, dai tagli di bilancio a quelle degli stipendi o ad altre misure di rigore budgetario, incluse misure relative all’occupazione, comunque avrebbero difficilmente ottenuto consensi vasti e trasversali. Ed in particolare i sindacati non erano in molti casi messi in condizione di appoggiarle . Quindi il distacco ed anche il conflitto con i sindacati è stato molto marcato in diversi paesi – in primo luogo quelli mediterranei – dove l’austerità economica è stata imposta in modo più verticale, come effetto di commitment europei, e con effetti  più pesanti.

 

Infine non va dimenticato un cambiamento di fondo che impatta in modo duraturo e strutturale. Esso consiste nel venir meno della materia prima tradizionale delle intese di natura concertativa, consistente nell’impostazione di politiche dei redditi e di governo dell’inflazione. Questo ridimensionamento è stato facilitato dall’avvento di un soggetto europeo di governo della moneta( la BCE), che ha largamente svuotato le competenze degli stati nazionali. E nello stesso tempo la tendenza all’appiattimento dell’inflazione ha reso meno cogenti e prioritari gli aggiustamenti relativi a questa grandezza. Quindi è cambiato il terreno di gioco e la bussola di riferimento  intorno a cui ruotano attori pubblici e attori sociali (o se si preferisce il terreno dentro il quale essi  giocano).  Le politiche regolative e di cornice sono divenute meno importanti e pressanti, mentre  ha preso quota la centralità delle politiche per l’innovazione e la competitività. Queste politiche richiedono una strumentazione differente, che impone a tutti gli attori un ripensamento delle procedure ed abilità dimostrate in precedenza. Ma questo ripensamento e questa necessaria rimessa a punto si sono verificati solo in parte, e non hanno dato vita a un trama decisionale effettivamente modificata.

 

Quello a cui si assiste nel nostro paese è una faticosa presa d’atto di questo mutamento, ed una evidente difficoltà ad andare oltre la logica della coazione a ripetere, che spinge i grandi interessi a pensare di ripercorrere le strade consuete sperimentate in passato. Dunque le scelte politiche – anche volutamente spettacolari-  di coltivare la cultura della cosiddetta ‘disintermediazione’ vanno viste come un effetto della difficoltà delle grandi organizzazioni di trovare un riposizionamento adeguato.  E non vanno ritenute   come la causa originaria di questo stile decisionale, che almeno per una fase ha goduto  anche di un qualche appeal e popolarità. Ma , come è possibile scorgere nelle dinamiche attuali, il venir meno degli eccessi ed ingenuità della disintermediazione non ha condotto a metodi e contenuti chiaramente a misura di una agenda politica modificata.

 

Il passaggio al governo giallo-verde ha segnato una fase di disintermediazione ‘implicita’, prodotto della cultura di entrambe le forze di governo. Il programma non contemplava il raccordo con le parti sociali , dal momento che le due formazioni protagoniste del contratto di governo partivano da una presunzione di autosufficienza  nell’ambito dell’arena politica. Dando prova di qualche pragmatismo pure durante quel periodo, e dietro una crescente pressione dei sindacati (accompagnata da alcune mobilitazioni sociali), i responsabili di governo hanno aperto a momenti di incontro con le parti sociali: ma di natura in prevalenza occasionale, e chiaramente slegati da funzioni decisionali. Il ritorno sulla scena dei sindacati è stato favorito nella parte finale di quell’esperienza da due ragioni sopravvenute : Il bisogno  crescente di consenso  e dunque l’esigenza di appoggiarsi a soggetti socialmente incardinati, rivalutandone implicitamente il ruolo dopo una parentesi significativa. La competizione interna alla stessa coalizione (Premier o ministro dell’interno?), di cui il rapporto preferenziale con i soggetti sociali diventava, in modo imprevisto, una delle poste in gioco ai fini del protagonismo politico.

Lo scenario si modifica nuovamente con la nuova coalizione attualmente al governo, quella giallo-rossa, senza dare vita però ad una chiara risistemazione dei codici regolativi intorno alle relazioni tra le grandi organizzazioni e il sistema politico.

 

Dentro una più generale, e decisamente strumentale, maggiore legittimazione delle parti sociali emergono alcuni aspetti che vale la pena di riprendere. Il primo è la non controversa accettazione, da parte di un governo bisognoso di supporto sociale, che il ruolo delle parti sociali può essere quello -importante-  di aiuto nella canalizzazione di questo. Anche se possiamo immaginare esso risulti rilevante, ma meno decisivo che in periodi passati, quando esso si presentava come una sorta di rappresentanza ‘generale’ degli interessi organizzati (ed oggi questi sembrano divenuti meno ‘generali’). Il secondo è che questo ritorno in campo dei grandi soggetti, che  avviene all’insegna di una spinta pragmatica e della necessità di cooperazione,  si manifesta in modo occasionale ed alluvionale, senza che siano chiariti gli oggetti principali e la profondità del coinvolgimento: la quale sembrerebbe, se la si vuole classificare, rientrare prevalentemente  nell’ambito di procedure di consultazione. Un attestato del bisogno reciproco tra gli attori, ma non del dove  essi possono spingersi davvero. Il terzo, che appare come un corollario, è che questo rapporto  risulta frammentario e ‘a chiamata’: quando esiste la necessità  di ricorso alle parti sociali, ed in special modo del sindacato, allora si da luogo ad un qualche coinvolgimento. Le parti dunque beneficiano di una nuova cittadinanza nel sistema politico, ma la portata di questa relazione altalenante è  ancora ambigua e tutta da scoprire.

 

Nello stesso tempo appare utile segnalare un processo che si è manifestato in parallelo (e che sembrerebbe avere alcune analogie con quanto accade anche in altri paesi). Il rafforzamento  tendenziale delle intese bilaterali tra le grandi organizzazioni, e che nella nostra realtà si è tradotto in numerosi accordi interconfederali, a partire dal 2011. Questo processo è culminato in un accordo di tipo ‘fondamentale’, cioè intorno alle principali  regole del gioco , nel 2018: un accordo tanto ampio ed innovativo, quanto generico sugli strumenti realizzativi. Le due parti, davanti ai tentativi di  oscuramento della loro funzione pubblica, hanno enfatizzato in chiave difensiva gli interessi comuni, cercando di mostrare tanto la loro imprescindibilità che l’importanza potenziale  nella sfera politica del ricorso ad un raccordo con essi. Si è configurato  de facto per la prima volta nella storia italiana una sorta di ‘patto dei produttori’ , non formalizzato e non esplicitato, che trova la ragione nel bisogno di autoaffermazione degli interessi organizzati  dentro un ambiente divenuto più ostile.

 

Naturalmente va detto che la strada perseguita, lungo questo asse,  dalle grandi organizzazioni si presenta come ambivalente. Essa mostra per un verso come la cooperazione tra i grandi interessi costituisca una risorsa virtuosa e potenzialmente  rilevante. Nello stesso tempo evidenzia la drammatica difficoltà a produrre impatti realmente significativi ( si pensi al tema della misurazione della rappresentatività) in mancanza di una sponda pubblica adeguata che assecondi l’impostazione di alcune policies. Anzi l’effetto non voluto che può prendere corpo consiste nel rendere più visibile come sia venuta meno – ammesso che fosse fondata in precedenza- la pretesa di autosufficienza delle grandi organizzazioni, forse anche nelle stesse relazioni industriali.

 

C. Qualche senario per il futuro

 

Gli interrogativi principali riguardano il definitivo superamento del ciclo, segnato dalla ‘disintermediazione’, che ha caratterizzato, con diversi gradi di intensità,  l’ultimo decennio. Ovviamente una parte di questo destino si trova nelle mani degli attori politici, che in vario modo hanno messo tutti in discussione relazioni con le parti sociali troppo impegnative e all’insegna della concertazione. Ma una parte di questo destino è anche nelle mani delle stesse organizzazioni di rappresentanza, le quali debbono dimostrare di essere in grado di  tornare ragionare più in chiave di beni pubblici che di poteri di veto.

 

Al momento – anche davanti alle novità indotte dalla nuova maggioranza politica ‘giallo-rossa’ – non appaiono verosimili le due ipotesi polari : da un lato quella della ripresa di un rapporto ‘forte’ e di co-decisione tra governi e partner sociali; da un altro lato quella loro completa esclusione dall’arena politica, come era stato vagheggiato e a tratti praticato  negli ultimi anni. Sottotraccia questo tema può risultare divisivo per la nuova maggioranza politica, od anche essere un’occasione per ricercare convergenze (‘intermediazioni’) inedite. Lo scenario più probabile appare dunque  quello intermedio della ricostruzione di alcune convenienze reciproche: che più che a schemi precostituiti, si trova ad essere affidato ad un gioco di rapporti da reinventare  per prove ed errori intorno ad un’agenda almeno in parte da ridefinire.

 

Per questa ragione appare utile fare uno sforzo di immaginazione in rapporto a possibili scenari futuri. A partire da un punto di vista più realistico intorno a ciò di cui le grandi organizzazioni dispongono e non dispongono in materia di risorse e di capacità realizzative. La risorsa principale consiste in una presenza socialmente ampia e diffusa e nell’attenzione ai micro-problemi visti da vicino. Il loro deficit  riguarda il fatto che da sole non sono in grado di assicurare esiti, quantitativamente e qualitativamente,  precisi. Insomma bisognerebbe ragionare su come tenere insieme coesione sociale ed implementazione adeguata di alcune politiche (come quelle ad esempio di incremento degli accordi aziendali /territoriali per la produttività).

Allora in questa chiave proiettando in prospettiva le tendenze attuali (ma anche le risorse di cui dispongono i diversi attori) possiamo disegnare tre possibili direttrici.

 

La prima prende forma nella veste del rilancio, sulla scorta dei modelli passati,  di intese di tipo concertativo su alcuni grandi temi. Una volta tramontato il pilastro delle politiche dei redditi restano in piedi gli oggetti su cui si erano  concentrati i patti europei  pre-2008 (incluso quello italiano del 2007), e cioè il riassetto/ridisegno del welfare e la regolazione del mercato del lavoro. Per quanto al momento non si vedano i segni  le risorse economiche  (e le idee) di possibili grandi accordi, un sotto-prodotto più alla portata , dentro questa strada, può tradursi in una revisione delle politiche pensionistiche : con l’obiettivo di riportare i sindacati all’interno di questa arena decisionale dalla quale  si sono trovati esclusi a partire dal 2012.

La seconda direttrice consiste nella prosecuzione dell’attuale quadro di relazioni . oscillante e un po’ magmatico. Dunque all’insegna di rapporti contingenti ed occasionali, reattivi verso le mutevoli convenienze degli attori pubblici. Questa prospettiva appare plausibilmente realistica, tenuto conto sia delle più generali incertezze politiche, che della limitata progettualità (e limitato orizzonte temporale) degli attori. Essa potrebbe prendere maggiore consistenza e risultare un po’ nobilitata,  ove desse vita ad alcuni interventi legislativi di portata ampia , anche sul piano simbolico.  Come quelli in materia di rappresentanza e di salario minimo legale, che sono attualmente  indicati all’interno del programma   del governo in carica.

 

La terza opzione possibile consiste nello spostare l’accento del ruolo delle parti sociali. Legandolo alla implementazione di alcune politiche pubbliche: pensiamo a quelle in favore del decentramento, o alle politiche attive del mercato del lavoro. In questa chiave si può immaginare la ricerca di nuove convenienze per gli attori in gioco. Da un lato quelli pubblici che fanno i conti con una produttività decrescente delle loro articolazioni. Quelli privati –le grandi organizzazioni– che possono contare su una presenza radicata e diffusa, che può a certe condizioni  consentire di colmare i vuoti dell’azione politico-amministrativa. Ovviamente non si tratta di un modo per mettere tra parentesi l’esigenza di un salto verso l’alto della qualità delle pubbliche amministrazioni (che resta un obiettivo necessario). Ma di valorizzare, almeno per una fase, il valore aggiunto di cui dispongono le grandi organizzazioni, appunto perché grandi. Finora queste risorse –il loro ‘capitale sociale’– è stato usato verso l’alto, a questo punto andrebbe indirizzato più utilmente verso il basso, sulla scorta di strumenti già esistenti, ma da migliorare, come gli enti bilaterali.

 

 

Conclusioni

 

Le associazioni di rappresentanza nel loro insieme costituiscono una infrastruttura sociale ed economica che opera nella quotidianità dell’economia reale che forse non ha eguali in Europa. Buona parte della loro attività non ha grande visibilità e non è conosciuta ai più ma non per questo è meno rilevante. Anche il grado di interlocuzione con i governi dipende molto dalle contingenze politiche e dagli stili di leadership ma è comunque frequente nella quotidianità anche perché queste organizzazioni hanno un patrimonio di conoscenze tecniche sul lavoro e sulla vita delle imprese che nessun’altra istituzione oggi possiede. Pur se non consultate direttamente e ufficialmente queste associazioni riescono spesso a indicare quali siano i temi da collocare sull’agenda politica.

 

Sono certamente “istituzioni vecchie” che hanno radici molto lontane ma hanno saputo ridefinire nel tempo le ragioni della loro esistenza spostando il baricentro su servizi di varia natura. Come tutte le organizzazioni che operano nell’arena politica hanno anch’esse problemi di qualità della classe dirigente e manifestano una forte tendenza alla conservazione dei modi di essere, però, per il fatto di essere grandi, radicate e solide,  in passato si sono trovate a svolgere ruoli di sostegno e integrazione delle politiche pubbliche in contesto di difficoltà  dei sistemi politici. 

 

Potrebbe succedere ancora. Questi nuovi intrecci tra azione delle associazioni di rappresentanza di interessi e sistemi politici in difficoltà  potrebbero  costituire anche la risposta ai problemi di bassa efficacia dei capitalismi mediterranei, bene incarnati dal caso italiano. Tutti gli attori sono stimolati a muoversi in una logica diversa da quella procedurale, in cui sono abili, per passare alla gestione di politiche per l’innovazione. Si tratta quindi di passare da politiche di stabilizzazione, effetto di  opportunità e vincoli molto generali e tradotte sovente in misure a pioggia, a politiche di efficienza dinamica orientate in modo selettivo e mirate alla crescita di produttività. Pensiamo alle politiche basate sugli incentivi, come quelle per la digitalizzazione o per la contrattazione di produttività, di cui le analisi di political economy mostrano gli esiti limitati e  la non adeguatezza, e che possono essere ritradotte in azioni misurabili di micro-concertazione, le uniche in grado di rivolgersi anche al tessuto produttivo non coinvolto abitualmente nelle politiche pubbliche centraliste. In altri termini questa opzione può servire a tutti gli attori per tirarsi fuori dai loro guai attuali: alle parti sociali per rilegittimarsi socialmente (e nei luoghi di produzione), agli attori pubblici per aumentare la possibilità di messa in opera delle loro decisioni.

Naturalmente possiamo ritenere che le tre nuove direttrici che abbiamo discusso nel paragrafo precedente siano tra loro variamente intrecciate. Ma il punto centrale, che potrebbe costituire una nuova opportunità, consiste nel passaggio da una logica meramente procedurale e  macro-regolativa ad un’altra più attenta a favorire outcome meglio definiti, magari circoscritti, ma effettivamente perseguiti. E nel caso delle grandi organizzazioni da una funzione esercitata in prevalenza nell’impostazione delle politiche, ad una prevalentemente orientata a favorire attuazioni conseguenti: un tema non nuovo, ma che può essere declinato in direzioni più appropriate.

 

di Mimmo Carrieri, Paolo Feltrin, Stefano  Zan


19 Dicembre 2019
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